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Il Jazz a Torino
di Gian Carlo Roncaglia

Il 1971 fra aneddoti e concerti indimenticabili

Il 1971 fu un anno ricchissimo di avvenimenti jazzistici, a Torino. Si iniziò con un concertone imperniato sulla presenza di Erroll Garner, il celeberrimo pianista nero, preceduto dal quintetto di Gianni Basso e Oscar Valdambrini nel quale figurava, alla batteria, il giovanissimo Tullio De Piscopo, giunto da poco dalla natìa Napoli dove s'era già ritagliato uno spazio di notorietà tale da indurre Gianni e Oscar ad ingaggiarlo nella loro formazione. È da rammentare, però, il pomeriggio che precedette il concerto, con Basso tutto eccitato perché proprio in quei giorni si svolgeva, presso il Borgo Medievale del Valentino, l'annuale Fiera dei Vini, un appuntamento di particolare interesse per il sassofonista, che fra l'altro era amico di non pochi fra gli espositori delle delizie enologiche regionali. Tullio De Piscopo, ventenne, a Torino con Basso e ValdambriniCosì lui ed Oscar, accompagnati da due jazzamatori torinesi, si avviarono verso il Parco del Valentino trascinandosi dietro anche Tullio, che via via veniva indotto a degustare "quel" particolare vino, che ogni volta era più meritevole di attenzione del precedente. Ci si rese presto conto, però, che qualcosa non andava in Tullio, sempre più arretrato nella passeggiata fra gli stand; e mentre Gianni discuteva animatamente con Giacomo Bologna, il leggendario "Braida", Tullio dovette confessare che lui aveva sì bevuto tutto quel vino, ma stava male da morire, perché era astemio ma non aveva osato dire nulla a Basso, "perché lui è il boss…". La faccenda trovò rimedio in non pochi caffè amari fatti trangugiare al batterista, oltre a una quantità di pillole digestive fornite dall'amico jazzofilo, che in futuro verrà salutato, durante i concerti ai quali presenziava, con uno scherzoso "Ehi, Dottò, ce l'hai la pastiglia per me?". Sia come sia, al concerto serale Tullio fece benissimo la sua parte, poi toccò a Franco Cerri, presentatore di "Slide" Hampton con Franco D'Andrea (anch'egli assai giovane) al piano, e infine a Garner il quale, nel rispondere a chi gli domandava come mai la sua città natale, Pittsburgh, fosse stata così generosa col jazz offrendo pianisti come lui stesso, come Earl Hines o come la grande Mary Lou Williams, rispose senza esitazione: "Dipende di sicuro dal fatto che l'aria di Pittsburgh, fredda, umida, satura di fumi industriali, costringe la gente a stare in casa dove, essendoci allora più che oggi un pianoforte, ci si esercitava divenendo così, a volte, buoni pianisti…". E la grassa risata che aveva condito la battuta si diluiva sulla guida telefonica di Manhattan che Erroll si portava appresso in tutto il mondo perché era su di essa, appoggiata sul seggiolino da pianista, che lui si trovava "a perfetto agio per suonare". Testuale.

Joe Venuti in concerto allo Swing Club Era anche arrivato un altro "grande", quell'anno: Joe Venuti. Con il suo violino si era esibito allo Swing mettendo disinvoltamente in bella mostra i pantaloni la cui cerniera lampo, anziché in verticale, era disposta di sbieco a filo dell'inguine. "Ho il pancione – aveva detto a chi glielo aveva fatto notare – così, mi chiudo i calzoni più comodamente…" e aveva iniziato ad aggredire il suo violino come avrebbe poi fatto al Teatro Erba, inducendo il solito Arrigo Polillo a partirsene da Milano per venirlo ad ascoltare, gustando la sua musica immortale.

Poi, nell'estate, la prima sortita estiva, in una sede di grande prestigio, i Giardini Reali. Due le serate in luglio, con Kenny Clarke e Gato Barbieri la prima, e con Gerry Mulligan ed il suo sax baritono la seconda. Con Kenny c'erano Slide Hampton e Dizzy Reece, con Gato il fedele compagno, il brasiliano Nanà (pochi allora lo conoscevano col suo vero nome, Nanà Vasconcellos do Nascimiento) con i suoi primitivi strumenti e vero mago delle percussioni. Personaggio particolare, Nanà. A chi gli chiese la ragione della sua lontananza dal paese natale, la risposta, pur muta, fu eloquente: indice e medio della destra incrocianti le stesse dita della mano sinistra si riferivano con tutta evidenza alle sbarre di una prigione. E Nanà, per motivi politici, non riteneva consigliabile varcare l'oceano per tornare a casa. La pelle nera e l'appartenenza a gruppi rivoluzionari erano i motivi, più che plausibili. In Europa, e in Italia in particolare, Nanà aveva però trovato una nuova patria, tanti amici e, assieme, una serenità di vita invidiabile, e i concerti con Gato – che a Torino viveva ospite dell'albergo del jazzofilo Poncini e attendeva la sera per cenare chez Nini allo Swing – erano un'occasione senza paragoni per esprimersi musicalmente. Personaggio speciale, anche, Nanà, che non si faceva pregare a raccontare agli amici, nelle nottate passate allo Swing, le storie dei suoi antenati, stregoni nelle foreste brasiliane. Era stato a Montreux per il Festival con Gato, e appena arrivato in Italia così aveva apostrofato l'amico col quale Gato sorseggiava una bibita: "Tu, Montreux". L'amico era stato, sì, a Montreux, ma sotto il palco fra centinaia di fotografi ammassati a scattare foto ai musicisti. "Come puoi avermi visto, in mezzo a quella folla?" "Perché tu occhi buoni" fu la risposta, e con ciò intese chiudere l'argomento. Ma su Nanà si potrebbe mettere assieme un intero libro di aneddoti, che non sono l'oggetto di queste note.

Poi allo Swing, in inverno, arrivò un altro personaggio: Charlie Mariano, che molti ricordavano cristallino saxcontraltista con Stan Kenton. Di origini evidentemente italiane, Charles Hugo – i nomi che i genitori di origini abruzzesi gli avevano dato – s'era messo a girare l'Asia sino all'Estremo Oriente arrivando a dirigere l'orchestra della radio malese, mettendo in evidenza una spiccata devozione alle musiche indiane e adottando uno strumento che i torinesi scoprirono allo Swing: il Nagasvaram, una sorta di maxi-clarino, col quale creava le sue originalissime musiche.

Né mancò, a Torino, un altro grande nome del Jazz: quello di Art Blakey con il suo gruppo, nel quale brillavano le presenze della pianista JoAnne Brakeen e del trombettista Woody Shaw. Per il vero, l'arrivo di Art e dei suoi nuovi Jazz Messengers era stata una sorpresa per tutti. C'era una data nella sua tournée italiana, e la Nini aveva dato serata libera a L'allora venticinquenne Keith Jarrett durante il concerto al Palasport con Miles DavisDon Byas – arrivato da Amsterdam con un contratto di una settimana – cosicché Don aveva fatto da spettatore sorseggiando, davanti agli occhi stupefatti dei presenti, una coca-cola. Infatti, l'eccessivo amore per l'alcool aveva lasciato un segno profondo in lui, che seduto vicino al suo amico italiano s'era lasciato convincere a sedersi al posto di Art durante l'intervallo; e quella foto fu pubblicata, di lì a poco, accanto al suo necrologio, quando Don – il "Musicus", com'era scritto sul biglietto da visita lasciato all'amico - con lui vicino avrebbe concluso le sue avventure terrene nella sua casa dell'Admiralengratch di Amsterdam, mentre Muddy Waters, nel più importante teatro della città, cantava i suoi sempiterni blues.

Persino il Palasport, in anticipo su quanto sarebbe accaduto pochi anni dopo, aveva ospitato due avvenimenti eccezionali: l'orchestra di Duke Ellington e il gruppo di Miles Davis, nel quale militava un pianista assai poco noto a chi non aveva avuto l'occasione di ascoltarlo al Festival di Bologna dell'anno prima, e che si alternava fra una tastiera Fender e un pianoforte classico. Il suo nome era Keith Jarrett, e non aveva ancora raggiunto la celebrità odierna, né gli atteggiamenti divistici non sempre giustificati. Allo Swing, comunque, la vita jazzistica continuava sempre intensamente settimana dopo settimana, con gruppi tradizionali o solisti à la page come il trombettista Charlie Toliver con l'allora giovanissimo batterista Alvin Queen, oggi notissimo come leader di gruppi prestigiosi. Pregevole la performance della cantante Miriam Klein con il marito Oscar, trombettista trad, mentre il Conservatorio Giuseppe Verdi di Piazza Bodoni apriva la sua sala (fra i fremebondi timori dei commessi, alcuni dei quali, precorrendo l'acume dei fini intellettuali che hanno definito Alberto Sordi una maschera locale, si domandavano: "Ma questi negri - dissero proprio "negri", non "neri" - non rovineranno i nostri Steinway?") alle cinque cantanti di colore che si erano date il nome di Stars of Faith, e la settimana seguente a Slide Hampton, che a Torino aveva trovato una più che congeniale collocazione. Il merito fu del Centro Culturale Fiat, una delle tante "cose" della casa automobilistica ormai definitivamente scomparse nelle brume del passato...

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COMMENTI
Inserito il 23/3/2009 alle 11.19.07 da "funkyalby"
Commento:
Ciao, potete aiutarmi a ricordare in quale altro anno venne a Torino coi Messengers Art Blakey a cavallo tra fine 70 e inizio 80? Io nel 71 avevo solo 8 anni e il concerto di cui parlo credo di averlo visto intorno ai 15/16...forse ad un punto verde tipo Pellerina o Tesoriera... Grazie mille...
 

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Data ultima modifica: 05/01/2008

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