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Il giro d'Italia a bordo di un disco

Lucrezio De Seta, Headache Production
dicembre 2014
di Alceste Ayroldi

Qual è la vostra filosofia di vita? Perché fare il discografico?
Principalmente ricercare la bellezza e i contenuti nella musica di un presente in cui ce n'è sempre più bisogno. Le brutture a cui siamo costretti ad assistere quotidianamente, e che di anno in anno raggiungono livelli sempre più bassi, dall'arte alla informazione e arrivando sino alle Istituzioni, impongono a chi ha ancora la sensibilità per il "bello" di agire nei modi più disparati per continuare a diffonderlo. La cultura soffre una pesante crisi a causa dell'abbassamento delle capacità delle persone di apprezzare un'opera artistica dovuto principalmente alla cattiva formazione di base, oltre che alla malagestione dei palinsesti televisivi, ancora primario strumento di controllo delle masse, e alla brutalizzazione della vita dei nostri giorni in cui ci troviamo a lavorare 24h su 24h senza mai staccarci da impegni e preoccupazioni grazie alla mala-tecnologia.

Come reperite i nuovi talenti?
Cercando! E rimanendo sempre aperti a nuove proposte, soprattutto da parte di artisti giovani e non ancora "famosi". In questo siamo particolarmente underground.

Come scegliete i musicisti?
La scelta dei musicisti per un disco è lasciata generalmente al leader, anche se può succedere che ci venga chiesto consiglio su quello o quell'altro strumentista. In quel caso cerchiamo non solo il miglior musicista per il progetto e stile, ma anche la persona più opportuna per interagire a livello umano con gli altri artisti già impegnati nel progetto. E' importante che la musica sia vissuta come un momento di dialogo e non un semplice atto professionale. Per il resto non andiamo mai a mettere mano nei line-up dei progetti in gruppo, ma piuttosto cerchiamo di costruire un'atmosfera lavorativa che faciliti la maggior armonia possibile in studio.

Quali sono le vostre politiche relative alla distribuzione?
Da etichetta indipendente ci affidiamo sempre più alla distribuzione digitale come iTunes e tramite i grandi siti di e-commerce come Amazon. Per l'estero la distribuzione fisica ha ancora un senso e diamo di volta in volta mandato a diverse società a seconda dell'indirizzo del progetto, ma per il mercato nazionale e impossibile non ammettere che è una guerra perduta in partenza, quindi sette volte su dieci rinunciamo a distribuire il fisico.

Quali mezzi utilizzate per raggiungere il vostro pubblico, anche potenziale?
Quasi sempre passando attraverso internet, quindi portali, blog, social network e, naturalmente, Youtube. L'attività live poi è uno dei più cruciali aspetti da curare per un artista che decide di pubblicare un disco. Senza è assolutamente inutile anche solo ipotizzare di farlo.

A cosa è dovuta la crisi del disco? E' da attribuire a mp3, peer to peer, o c'è dell'altro?
La tecnologia ha sempre seguito il suo sviluppo e la sua evoluzione. Non esiste una tecnologia cattiva, ma casomai un cattivo uso della stessa. E' questo che intendo quando parlo di mala-tecnologia. Le possibilità che ci danno i nuovi mezzi tramite la digitalizzazione e internet sono incredibili. Se stiamo vivendo un momento di crisi questo è solo dovuto al fatto che tutti hanno abboccato al fascino della gratuità dei contenuti che è partita con gli strumenti che tu citi nella domanda. Al momento attuale una piccolissima minoranza di persone è disposta a pagare per ascoltare musica o vedere un film, ma questo è normale, cosa ci volevamo aspettare dall'uomo del XXI secolo, nobiltà e spirito cavalleresco? Piuttosto, la cultura si sta lentamente modificando, creando nuove sinergie e nuovi modi per sostentarsi. Questo a volte avviene in modo superficiale e senza visone sulla lunga distanza, come nel caso delle musiche per la pubblicità o del mercato sempre più affollato delle musiche per tv. Nei casi virtuosi invece si creano sinergie fra attori diversi dell'ambito artistico che si muovono nella direzione di una creazione corale, non necessariamente multimediale, ma in cui vari professionisti, danneggiati dalla situazione attuale, decidono di mettersi insieme, ognuno con la propria professionalità e di creare dei team in cui c'è chi crea cultura, chi la veste con presentazioni, grafica o video, e poi chi la promuove attraverso tanto il web quanto la carta stampata, e poi chi la vende grazie ai canali distributivi che sempre esistono e esisteranno. Insomma, si lavora insieme e poi ci si divide la torta a fine anno, piuttosto che staccare fatture per prestazioni a pagamento che nessuno vuole o può richiedere.

Qual è lo scenario futuro?
Che ci sarà sempre chi farà musica, chi ne parlerà e chi la venderà. Nulla di nuovo. Sicuramente la figura del musicista cambierà, o è già cambiata, molto. Se nel 20mo secolo c'è stato chi, facendo il musicista, o anche solo lo strumentista, ha potuto fare carriera e arricchirsi come un qualunque altro libero professionista di alto livello, in futuro probabilmente questo non sarà più possibile. Ma chi fa musica per afflato spirituale, intellettuale, idealistico, o più semplicemente artistico, credo che non ha nulla di cui preoccuparsi. Un simile scenario non mi dispiace affatto, ad essere sinceri.

Per combattere il nemico comune non sarebbe meglio coalizzarsi? Quali sono gli ostacoli alla creazione di un consorzio o un network?
La diffidenza e le cattive esperienze di quelli che oggi potrebbero fare la differenza, ma faticano a reinventarsi a causa della paura di essere raggirati o sfruttati: I professionisti affermati e che, senza alcuna esclusione, oggi vivono un momento di grande flessione nella qualità e nella quantità del loro lavoro professionale. I giovani che sono nati in questo scenario, invece, ci si muovono con naturalezza, per cui il networking e il lavoro di gruppo è l'unica alternativa alla rinuncia a fare musica. I tanti collettivi e le orchestre spontanee che sempre più si palesano ne sono palese dimostrazione. In loro dovremmo porre molta più fiducia e dare più opportunità, piuttosto che continuare a far finta che si possa tornare ai fasti degli anni Ottanta…

Anche le major non godono un buon stato di salute. In periodi di crisi è meglio essere "più piccoli"?
Contando che per una etichetta indipendente basta un organico di tre persone, si. E poi, nella fattispecie, noi pubblichiamo solo se abbiamo qualcosa da pubblicare, non dobbiamo mantenere un fatturato che giustifichi la nostra attività. Siamo più vicini ad una associazione culturale che ad una Società quale siamo.

Cosa potrebbero fare le istituzioni per migliorare e aiutare il settore, soprattutto per la lotta contro la pirateria?
La lotta contro la pirateria è tutta una perdita di tempo. Non c'è modo di evitarla, tanto vale farsela amica. Intendo dire che bisognerebbe fare come fa Facebook, che nasce con lo slogan "Gratuito per sempre!!!" e poi dopo avere fidelizzato milioni di persone in tutto il mondo limita sempre più le operazioni dei singoli dividendo sempre più fra potenziali consumatori e effettivi operatori commerciali in modo da poter piano piano vendere i suoi servizi pubblicitari a chiunque voglia visibilità e pubblicità mirata, usufruendo di anni di schedatura di tutte le nostre inclinazioni e gusti. Se mi lasci passare il termine, Zuckerberg è l'archetipo dello "spacciatore del XXI secolo"…Le istituzioni, dal canto loro, dovrebbero solo incentivare la formazione artistica nella scuola dell'obbligo, e formare una nuova generazione di futuri consumatori di arte e cultura. Per ora questo ruolo lo detiene solo il calcio. Tutto il resto è marginale. Non credo poi sulle sovvenzioni pubbliche. Ovunque ci sono soldi pubblici ci sono tangenti e abusi. Lo Stato si limitasse a dare cultura di qualità a chi cresce.

La vostra struttura organizzativa si completa con il management? Ritenete, comunque, che possa essere utile per completare il percorso e fidelizzare al meglio i vostri artisti?
Si, certamente, ma è molto complicato. Un management ha logiche e dinamiche molto diverse da quelle di una etichetta. Meglio trovare un management che abbia voglia di coalizzarsi con un etichetta, in rispetto anche a quanto detto precedentemente.

Quali sono le difficoltà che incontrate e qual è la tendenza del mercato dello spettacolo dal vivo?
Una su tutte riuscire a non andare in perdita! Ma anche nei casi economicamente fallimentari, che però magari hanno ricevuto una soddisfacente esposizione al pubblico, non ci diamo per vinti e la consideriamo una vittoria in divenire. Le guerre si vincono sulla lunga distanza, ed è troppo facile cambiare direzione ad ogni fallimento, tanto quanto sbagliare del tutto filosofia. Piuttosto è difficile trovare progetti veri e propri che abbiano una impostazione compatibile con questa filosofia. Troppo spesso infatti incontriamo artisti che vorrebbero fare un loro disco, senza sapere che fare un disco non ti apre nessuna porta se non sotto forma di un incipit di una attività molto più lunga e complessa e che, in alcuni casi, necessita di molti anni di lavoro continuato per trasformarsi in qualcosa di concreto. Trovami un ensemble che duri più di sei mesi senza riscontri economici e probabilmente hai un potenziale progetto su cui è possibile investire. Il resto sono solo pretesti per assicurarsi una 50€ in più nei locali.

A tal proposito, come giudicate lo stato di salute del jazz attualmente (sia quello italiano, che internazionale)?
Credo che sia a un interessantissimo punto di evoluzione. Ma non solo il Jazz, che ritengo vivo solo in spirito che in carne ed ossa oggi, ma tutta la musica contemporanea (in senso temporale). Oramai non è più eresia accostare al jazz altri mondi espressivi, rispettando la originale spinta di fusione delle culture che lo originarono agli inizi del Novecento. E chi fa jazz oggi e ha venti o trent' anni, ascolta anche altro, dal pop alla classica. Da questo, come dalla inevitabile mescolanza delle culture e delle razze, non può che venire qualcosa di buono e nuovo. E' troppo tempo che non succede nulla di memorabile nella musica. Il momento si avvicina, e forse mentre accadrà, non ce ne renderemo neanche conto.

Il pubblico del jazz, almeno in Italia, è statisticamente provato che sia formato perlopiù da persone over 35 anni. In altri stati, però, ciò non succede. Secondo te quali sono i motivi di fondo? I prezzi dei biglietti sono troppo alti? Il jazz non trova spazio negli ordinari canali di comunicazione dei giovani? E' frutto di una crisi culturale?
In prima istanza questo stato di cose è colpa dei jazzisti. La musica deve comunicare, e comunicare attraverso codici che solo pochi ‘eletti' possono decodificare è una contraddizione in termini. Il pubblico c'è, dobbiamo solo smettere di pretendere di essere ascoltati per diritto divino o elitario. Dei jazzisti in generale non se ne fotte nessuno, concedimi il francesismo, se non quando muoiono o quando il Tg ti dice che "quello era uno importante". Iniziamo a parlare jazz in modo da coinvolgere i giovani, e non scacciandoli facendoli sentire inferiori perché ascoltano il rap o perché non sanno chi fosse Lester Young o Bud Powell. Questo è un lato di cui l'ambiente dovrebbe imparare lentamente a disfarsene, per il suo stesso bene.

E' un fenomeno che mi dispiace constatare, ma la tendenza dell'Opera è quella di annoverare un pubblico sempre più giovane. Forse anche per il fatto che molte opere sono rivisitate da registi di chiara fama che lo hanno svecchiato parecchio. Nel jazz, però, anche lo svecchiamento non sempre porta risultati entusiasmanti. Come mai?
Perché siamo ancora alla prima generazione di discepoli di chi il jazz lo ha concepito in modo conservatore. Credo che nei prossimi 10-15 anni ci arriveranno belle sorprese. Ti propongo un'analogia con la batteria jazz per spiegarmi meglio: per quasi tutto il Novecento era credo comune fra i batteristi considerare l'impostazione delle mani detta traditional grip, ossia quella asimmetrica con la sinistra che impugna la bacchetta in modo da farla passare fra medio e anulare, come l'unica impostazione adatta a suonare jazz. Su Youtube puoi trovare un bellissimo documento video che immortala un grande Buddy Rich dire che la traditional grip è addirittura l'unica impugnatura ‘giusta' per suonare la batteria al contrario della Matched Grip, ossia quella più naturale con le mani simmetriche, ma considerata da questo gigante come sbagliata! Fandonie, ovviamente, ma visto che i primi batteristi della storia erano tamburini militari provenienti dalle funeral bands di New Orleans, questi furono i primi ad essere immortalati e i primi a scrivere la storia del neonato jazz e anche i primi ad insegnare alle generazioni successive il linguaggio e le tecniche di quella musica nuova. Il tutto con l'impostazione traditional grip tipica dei tamburini militari che, dovendo suonare il rullante marciando, dovevano tenerlo appoggiato sul fianco per non essere impediti nella marcia. Per uscire da quel razzismo percussionistico che bollava i batteristi rock come ‘rozzi e primitivi' dato che neanche sapevano suonare con la traditional grip, ci sono voluti quasi 100 anni e batteristi come Bill Stewart o Ari Hoenig, Rashid Ali o convertiti occasionali come i tardi Elvin Jones o Max Roach per convincere anche i più retrogradi ad accettare un fatto che qualunque ortopedico avrebbe chiarito senza troppo sforzo. Se per aprire gli occhi sulla mano sinistra dei batteristi ci sono voluti 100 anni, forse è pure normale aspettarne almeno centoventi per aprire gli occhi su tutto l'impianto della musica jazz…

Non pensi che il jazz, in Italia, difetti in organizzazione e coordinamento? Sarà forse perché lo Stato e gli enti territoriali lo tengono sullo stesso livello delle sagre di paese (con tutto il rispetto anche per queste)?
Se la cultura di una Nazione è, statisticamente parlando, quella delle sagre di paese o, in alternativa, delle Champions League o, peggio, degli spettacoli nazionalpopolari televisivi, quello che tu dici non dovrebbe neanche saltarti all'occhio. Siamo noi che forse chiediamo troppo al nostro paese. In ogni caso, tutto torna sempre alla formazione scolastica. Più la scuola dell'obbligo è qualitativamente valida e comprende lo studio o la frequentazione delle arti in modo da trasmetterne più la passione che solo i nomi e le date storiche, più avremo in futuro una nazione capace di far fiorire il Jazz come anche tutte le arti, in un Neorinascimento che ci farebbe tanto bene, anche per le casso dello Stato.

La diversificazione del prodotto artistico, e quindi discografico, anche al di fuori dell'ortodossia jazzistica, può essere utile, oppure ritenete migliore la specializzazione in un singolo settore musicale?
Specializzazione. Vendiamo qualcosa che deve essere riconoscibile. Un potenziale cliente che arriva sul nostro sito è incentivato a comprare un altro disco oltre a quello ricercato solo se ha la certezza che tutti i titoli pubblicati dall'etichetta corrispondono a determinati caratteristiche stilistiche e musicali

Quali sono i prossimi progetti?
Per l'inizio del 2015 dovremmo riuscire a tirare fuori un interessantissimo progetto italo-franco-statunitense che definirei "New Eco Jazz" con William Lenihan (ch), Jean Philippe Morel (cb), Antonio Figura (p) e Lucrezio De Seta (b) oltre al nuovo lavoro del Majaria Trio in collaborazione con Nando Citarella e Paolo Damiani. Sul versante più tradizionale un Trio che vede la partecipazione di Vittorio Mezza (p) e Leonardo De Rose (cb) e due progetti elettrici con musicisti giovanissimi di incredibile talento.






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Data pubblicazione: 28/12/2014

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