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Chris Potter:
Recensione e Intervista
Chris Potter si presenta questa sera come leader della propria band, che comprende Craig Taborn al fender rhodes, Adam Rogers alla chitarra elettrica e Nate Smith alla batteria. Potter e Smith hanno militato a lungo nel quintetto di Dave Holland, una formazione prestigiosa che sicuramente ha avuto una grande influenza su di loro. Ma questa nuova formazione vuole percorrere strade diverse.
Il sound di questo nuovo gruppo è insolito. Per prima cosa, osserviamo che proprio il contrabbasso non c'è. Non vi è nemmeno il basso elettrico. Il ruolo del basso è ricoperto dal fender rhodes e dalla chitarra elettrica, ma in un modo inaspettato e molto aperto. Di questo particolare sound ci parlerà più tardi lo stesso Potter, durante l'intervista.
Seguono altri brani tratti dall'album "Underground", l'ultimo lavoro di Potter. Questo album (che comprende: Next Best Western; Morning Bell; Nudnik; Lotus Blossom; Big Top; The Wheel; Celestial Nomad; Underground; Yesterday), pur contenendo brani notevolmente lunghi, riesce a mantenere vivo l'interesse e l'attenzione dell'ascoltatore. Effettivamente, di primo acchito saremmo portati a classificare l'intero cd come un album funk. Ma ben presto ci si rende conto di quanto sia riduttiva questa classificazione. Dopo un avvio decisamente percussivo, scaturisce un'atmosfera molto rarefatta e sospesa. Quindi Nate Smith esegue un bell'assolo che cambia nuovamente l'andamento del brano. Il pezzo diventa più vivace. Segue un lungo solo di chitarra, sempre su registri centrali, sorretta ritmicamente dal grande Smith. Potter rientra su una ritmica sempre piuttosto nervosa e un fraseggio frammentato e chiude il pezzo con un ostinato.
Segue il brano dei Radiohead, Morning Bell, sempre caratterizzato da sonorità piuttosto eteree, grazie al contributo di Taborn al fender rhodes. Potter sfodera anche tutta la sua capacità ritmica, suonando da solo il tenore, ma creandosi un'intelaiatura ritmica incredibile che realizza battendo con le dita sui tasti a vuoto. Entra anche la chitarra elettrica che lo sostiene ma senza mai sovrapporsi a lui. Sono vicinissima al palco. Sento tutta l'energia di questa musica che arriva a far vibrare gli oggetti, dandomi la sensazione che la creatività e la fantasia di Potter si siano trasformate in qualcosa di fisico. I musicisti si stanno visibilmente divertendo, si scambiano occhiate compiaciute ogni volta che scaturisce un'idea nuova, uno spunto originale da qualcuno di loro.
Il gruppo concede un bis. Inizia Potter per sax solo, su una struttura circolare che per un certo tempo non permette di intuire di quale brano si tratti. Poi sboccia all'improvviso una Yesterday di beatlesiana memoria, riarmonizzata e alquanto diversa da ogni altra versione ascoltata finora. Grandi applausi. Il pubblico si è dimostrato abbastanza coinvolto ed attento, durante questo primo concerto. Nella pausa fra i due sets, Chris Potter è disponibile per fare una chiacchierata con noi, ci riceve in camerino, gli porgiamo alcune domande. R.D.G.: La prima cosa che mi chiedo, ogni qualvolta mi trovi ad ascoltare musicisti così giovani e così geniali, è proprio "come" avvengano simili miracoli…. Mi risulta che quando avevi una quindicina d'anni, Marian Mc Partland ti avesse proposto di entrare nella formazione di Woody Herman. Ma tuo padre non era molto contento….la priorità era quella di finire gli studi…. Come la prendesti? Eri un ragazzino ribelle o no?C.P.: Ho iniziato a suonare il saxofono all'età di dieci-undici anni, ma ho incominciato molto prima ad ascoltare musica. Ascoltavo i dischi dei miei genitori che erano grandi appassionati di musica. Avevano una quantità di dischi di tutti i generi musicali, da Bach a Stravinsky, da Bartok ai Beatles, dal pop al jazz. Avevano dischi di Miles Davis, Dave Brubeck, Charles Lloyd, Eddie Harris. Avevo anche un pianoforte ed incominciai presto a sperimentare i diversi suoni… i diversi accordi… questo fu il mio vero inizio. Ho suonato un po' anche la chitarra…Intorno ai dieci anni però il mio approccio alla musica divenne più serio. Un bel giorno andai dai miei e incominciai a chiedere loro con insistenza: "Compratemi un saxofono… per piacere compratemi un saxofono… voglio suonare il sax….!!" (Potter ride nel raccontarmi questo episodio, imitando l'insistenza tipica dei bambini quando vogliono una cosa a qualunque costo). E' vero. A quindici anni mi fu proposto di entrare nel gruppo di Woody Herman… ma prima portai a termine gli studi. D'altra parte avevo un grande sfogo nella musica e non fu così terribile…. Non credo di aver dato particolari problemi ai miei genitori… Ma comunque dovresti chiederlo a loro…..!!!! (ride) Proprio in quegli anni imparai a suonare vari strumenti, sax alto, sax tenore, clarinetto (che suonavo nella band della mia scuola), flauto… Il mio interesse iniziale fu il sax contralto. Quando mi trasferii a New York, mi accorsi che qualcosa stava cambiando e che lo strumento che desideravo veramente suonare era il sax tenore. R.D.G.: Riesci ad esprimerti
allo stesso modo con tutti gli strumenti che suoni? R.D.G.: Ma è solo questione
di estensione? R.D.G.: In questa band
non c'è il contrabbasso e neppure il basso elettrico…Perché? R.D.G.: Dal punto di
vista armonico come vi suddividete i compiti? Ho notato che il fender suona spesso le "fondamentali"... R.D.G.: Mi pare che molte
delle tue recenti composizioni abbiano tempi dispari. Anche
Dave Holland
con il quale hai suonato a lungo ha composto tanti brani con tempi dispari, o sbaglio? R.D.G.: Come ti sentivi
all'interno del gruppo di
Dave Holland
e come ti senti ora? Hai maggiore libertà?
R.D.G.: Quindi ritieni
che sia molto diverso essere il leader della propria band rispetto a suonare nel
gruppo di qualcun altro? R.D.G.: Provenite da
esperienze musicali simili? R.D.G.: Idee per il futuro? R.D.G.: Ci sono moltissimi
ragazzi che studiano il sax. Dovunque. Un consiglio che daresti loro? R.D.G.: Hai dedicato
tanto lavoro alla qualità del suono….il tuo sound è sempre così chiaro, l'intonazione
è perfetta, anche nelle sovracute… R.D.G.: Grazie! Fra poco riprende il concerto.
Ascoltiamo strutture complesse dal punto di vista ritmico, ma quello che
colpisce maggiormente è proprio la ricerca del suono. Il fender ora emerge maggiormente.
Il gruppo, in questo secondo concerto, appare molto più libero e creativo. Una sola critica: la chitarra con pedaliera ancora una volta non convince. Troppo piatto e monotono il registro. Anche il fraseggio, per quanto preciso, risulta un po' noioso. Forse anche il mixaggio non agevola il compito ad Adam Rogers, in quanto il suono risulta forte, ma privo di dinamica, sempre troppo uniforme. Talvolta va a coprire tutto il resto. Il concerto si chiude con un pezzo a sorpresa: Potter chiama sul palco Tim Ries, virtuoso del sax soprano, che si affianca a lui in un fitto dialogo (Ries da molti anni accompagna i Rolling Stones nei tours, tanto da essere ormai considerato uno "Stones" d'adozione. Attualmente sta portando in tour uno spettacolo intitolato appunto "Rolling Stones Project" dove arrangia in chiave jazz i pezzi della band). Il pubblico, molto attento e non troppo numeroso, vista anche la tardissima ora, dimostra di apprezzare. Personalmente, ritengo che il sound di questo gruppo non sia facilissimo da metabolizzare. I "loops", gli ostinati, la ritmica funky, gli assolo lunghissimi ma tutto sommato molto uniformi (se si eccettua Potter), non facilitano l'assimilazione immediata di questo tipo di musica. D'altra parte, questo è jazz del terzo millennio...
..::Chris Potter Quartet a Vico Equense, 22 luglio '06::.. Bella apertura per la sesta edizione del Vico Jazz Festival, grazie
alla vitalità del sassofonista Chris Potter alla guida del suo
Underground Quartet. Inconsueto già nella composizione dell'organico, di stampo
elettrico ma privo di basso (surrogato in maggior misura dal Fender Rhodes di
Craig Taborn, e più di rado dalle corde basse della chitarra di Adam
Rodgers), il gruppo rinuncia parzialmente alla quadratura ritmica, affidata
al drumming di Nate Smith, a favore di una maggiore libertà sul versante
armonico e melodico. La sostanza musicale ha trovato i migliori momenti nelle
serrate scorribande funky del leader, che ha ricordato a tratti le roventi
atmosfere anni '70 del jazz-rock dettato da
Miles Davis & Co.; il repertorio è stato comunque vario e articolato,
con opportuni cambi di passo e esplorazioni in territori dove la materia sonora
si è rarefatta (Joni Mitchell, Radiohead e Billy Strayhorn). Nonostante
qualche inevitabile calo di concentrazione nei novanta minuti del concerto,
alcuni automatismi ancora da perfezionare e qualche perdonabile momento di
narcisismo di Potter, per brevi istanti vittima della sindrome di Mike
Stern (ovverocomeinzepposeicentobiscromeinottobattute), il tutto è
apparso corposo e coinvolgente, in giusto equilibrio fra rigore e godibilità. Il
sassofonista si conferma una delle voci più valide dell'attuale panorama, un
musicista già in grado di definire una personalissima sintesi tra modernità e
tradizione con la massima naturalezza. Molto positiva anche la risposta del
pubblico, nonostante la proposta non fosse in alcun modo indulgente o
autoreferenziale, come quelle che sempre più spesso ormai ascoltiamo da ben più
celebrate figure (ogni lettore avrà in proposito una personale riflessione, e
una propria graylist) che da anni sembrano aver perso il gusto del
rischio e dell'imprevisto, girando da un festival all'altro con i propri
eleganti (a volte neanche quello) esercizi di stile poveri di
emozione.
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