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Clusone Jazz 2007
Clusone (BG)- Italia - giugno 2007
di Luca Vitali
foto di Luca Vitali e Dario Villa

Clusone è da sempre un punto di riferimento per il Jazz in Italia e in Europa, e oggi più che mai, visto che si tratta della 27^ edizione e che ci si avvicina al trentennale. La prima edizione risale al 1980 e se avete due minuti di tempo vi esorto a visitare il sito web www.clusonejazz.it per consultare le locandine delle precedenti edizioni e i programmi, davvero belle le prime e di assoluto valore artistico i secondi.
Per coloro che non ci sono mai stati vorrei innanzitutto spendere due parole sul luogo: Clusone è una bella cittadina nel contesto della Val Seriana a 650 mt di altitudine, poco distante da Bergamo e dal Lago d'Iseo, e i concerti si tengono da qualche anno all'interno della Corte S.Anna, dove è la sede dell'associazione organizzatrice, adiacente l'omonima Chiesa. La cornice è incantevole e l'afflusso ai concerti a misura di luogo, non si vedono fiumi di persone in coda eppure la platea all'inizio dei concerti risulta sempre gremita in ogni ordine di posto.

Vorrei poi aggiungere altre due parole sugli organizzatori che, competenti e infaticabili, assolutamente indipendenti da giudizi ed esenti dalle "marchette" ormai diffuse nell'ambito dei Festival, da 27 anni producono un contenuto artistico dal peso specifico altissimo e indiscutibile.

Per dare un'idea del cartellone di quest'anno basta leggere la presentazione del Festival contenuta nel programma stesso, che prometteva la coesistenza di stili differenti, giovani promesse e figure già affermate a livello internazionale.

Clusone divenuta famosa grazie anche all'idea di Bennink, Moore e Reijseger, che diversi anni or sono decisero di dare al loro trio il nome di quel luogo magico in cui si era costituito, ma oggi vanta una fama internazionale per meriti propri: per il clima (tra artisti e organizzatori) e per la qualità della musica offerta, tanto, che gli organizzatori hanno deciso di esportare il loro sapere e conoscere altrove (in Lombardia, in Liguria, ecc.).

Ma veniamo al Festival, che quest'anno ha avuto un lungo prologo iniziato a Clusone il 2 giugno, passato per Finale Ligure (unica sede al di fuori della Lombardia) e una folta schiera di cittadine che abbracciano le province di Bergamo, Lecco, Brescia e Milano, con artisti del calibro di Rita Marcotulli, Peter Erskine, Palle Danielsson, Emanuele Cisi, Marco Zurzolo, Javier Girotto, Paul Mccandless, Giancarlo Tossani, l'interessantissimo gruppo di giovani musicisti della Gallo Rojo, Daniele D'agaro, Gavino Murgia ecc., per arrivare al weekend conclusivo di nuovo in sede.

La nuova formula di esportare il festival in altre cittadine ha chiaramente dato vita a critiche e opposizioni, ma in realtà è importante che un "Marchio" così affermato nel mondo esporti il proprio sapere ad altre realtà locali, che altrimenti dovrebbero improvvisarsi o organizzare una o due serate senza un reale progetto con i soliti 4 o 5 (Paolo Fresu, Enrico Rava, Stefano Bollani, Francesco Cafiso, ecc. senza nulla voler togliere al valore degli artisti, ma unici visibili nel panorama nazionale).

Per la prima sera il Cartellone si presenta molto interessante, anche se purtroppo il grande Wadada Leo Smith ha dato forfait per problemi di salute, e quindi in coppia con Günter Sommer troviamo il sassofonista Raymond MacDonald (con cui ha di recente realizzato il disco "Delphinius & Lyra" in duo, uscito per l'etichetta portoghese Clean Feed). Sommer attacca alla grande e MacDonald non gli è affatto da meno, anche se sembra un po' intimidito dal confronto con Leo Smith.
I fraseggi si mostrano da subito ben congeniati e l'affiatamento tra i due è perfetto, al termine di ogni brano Sommer si alza dalla batteria e va a complimentarsi con MacDonald in modo davvero animato e compiaciuto (il quadretto è molto piacevole sotto il profilo umano ed è la ragione che mi induce a pensare che MacDonald inizialmente temesse un po' il confronto). Il concerto fila via liscio con parti solistiche al sax alto straordinarie e Sommer che oltre a suonare alla grande si produce in vere e proprie corografie visive usando in larga parte strumenti assai poco convenzionali (piccozze di metallo, piatti da pizza, caldana per la polenta) e soprattutto il suo corpo, quasi come un danzatore… come dire…. un gran sentire e forse qualcosa in più…...

Al termine Sommer (presenza storica al festival) conclude con un grosso ringraziamento alla cittadina di Clusone, ma soprattutto agli organizzatori per il clima instaurato negli anni. Il tributo finale mostra come alcuni artisti, nel tempo, siano diventati una sorta di cittadini onorari, molto legati al territorio e agli abitanti: la citazione di "Livio" (Livio Testa, il direttore artistico del Festival) o di "Geppo", storico ristoratore locale da cui ha ereditato la "caldana per la polenta" o il piatto della pizza con cui suona, produce una bella atmosfera che si contrappone a certi tristi quadretti visti di recente a Perugia (con Keith Jarrett) che non fanno per niente bene alla musica.


Livio Testa – direttore artistico e Enrico Blumer – presidente

A seguire il trio di super stelle We Three con Dave Liebman al sax (soprano e tenore), Adam Nussbaum alla batteria e Steve Swallow al basso elettrico. Il gruppo è straordinariamente equilibrato e di qualità, ma il repertorio assai meno originale e tellurico del precedente.

Il giorno successivo (sabato) la giornata musicale inizia alle 11 del mattino al Museo Arte Tempo con un duo di giovani italiani di cui si parla molto bene, Carlo Nicita al flauto e Rosario di Rosa al piano. Purtroppo non riesco ad essere presente per cui non posso che riferire le sensazioni positive di altri.

Nel pomeriggio ci si sposta nella valle adiacente per sentire due giovani talenti, tra i più interessanti del panorama italiano, Francesco Bigoni al sax tenore e Antonio Borghini al contrabbasso.
Il luogo che ospita il concerto è incantevole: nel centro storico di Ardesio (in passato veniva impiegato il Chiostro) i musicisti si sistemano sotto un voltone e il pubblico, seduto lungo uno stretto vicolo, assiste in religioso silenzio. La voce di Bigoni al tenore è fantastica (originale e suadente) e Borghini al contrabbasso, con fare creativo, si interseca al meglio nei fraseggi a due.

Trovo molto interessante il fatto che i due non abbiano mai registrato in studio assieme e provengano da due collettivi differenti, tra i più qualificati ed esplorativi della scena italiana (GalloRojo per Bigoni e Bassesfere per Borghini). Qualche anno fa hanno deciso di iniziare un percorso insieme, con un appuntamento settimanale in studio si confrontano per esplorare e portare avanti un progetto che allo stato attuale si mostra a mio avviso piuttosto maturo e originale. Alla fine il pubblico sembra insaziabile, chiede bis ad oltranza e i musicisti, generosi, non si risparmiano affatto regalando addirittura in 4 o 5 bis.

La sera gli Indigo 4et di Petrella sprigionano un'energia esplosiva. Il repertorio è quello dell'ultimo disco uscito per la Blue Note, l'affiatamento è ben calibrato e il gruppo giovane e frizzante. Ritmica solida e parti solistiche ben dosate, mai oltre le righe. I compagni di ventura del leader sono tutti di assoluto valore per cui il risultato convince a pieno (Accardi alla batteria, Dalla Porta al contrabbasso, Bearzatti al sax tenore e clarinetto). Unico neo forse l'uso dell'elettronica da parte di Petrella, ma ampiamente ricompensato dal trombone con un finale "Super" dove si produce in un solo con la semplice coulisse del trombone e un bicchierino di plastica, straordinario.

A seguire c'è curiosità per Nathalie Loriers (pianista belga) invitata col suo quartetto da Gianluigi Trovesi (che partecipa al suo ultimo disco Chemins Croisès), il quale è di casa al Festival (oltretutto è di Nembro, a due passi da qui). Purtroppo il quartetto del festival (Kalim Baggili all'oud, Nicolas Thijs al contrabbasso e Jan De Haas alla batteria), non convince, risulta debole e per nulla incisivo, sembra avere buoni spunti, ma non riesce a metterli a fuoco adeguatamente. Lei sembra essere l'unica a dialogare al pari con Trovesi, che come sempre è straordinario e soprattutto cerca di non accentrare troppo su di sé le attenzioni cercando di lasciare spazio agli altri. In realtà il disco Chemins Croisès (con Joel Allouche e Philippe Aerts) è assai più compiuto del concerto, peccato...

L'ultimo giorno al pomeriggio, presso il Museo Arte Tempo, si tiene Vita da artista con Gianmaria Testa, parole e dischi in compagnia dell'autore e di Alberto Bazzurro (un giornalista di musica). L'incontro è organizzato in collaborazione con Hi-Fi Studio, Audio Natali e il giornalista Alberto Bazzurro, che tiene splendidamente la regia e guida il pubblico anche più acerbo e neofita ad una comprensione dell'artista e del suo universo. L'intervista parte dagli esordi, dal premio Recanati al "Tenco" e via via fino ai giorni nostri, sempre attraverso l'ascolto di brani selezionati da Bazzurro con un impianto ad alta Fedeltà fornito da Hi-Fi Studio e Audio Natali (amplificazione ed elettronica Krell e diffusori Martin Logan dell'ultima generazione). Gianmaria si mostra speciale nell'animo, aperto e disponibile alle domande di Bazzurro e attento durante l'ascolto dei brani, il quadro che ne esce è davvero bello, pieno di aneddoti e di perché per nulla scontati.
Per cui complimenti agli organizzatori e a Bazzurro che è stato così bravo a mettere in piedi una situazione tanto equilibrata, organizzata, chiara ed esaustiva (in più di un'ora nessuno si è alzato, e la sala era gremita in ogni ordine di posto).

Per la serata è previsto un gran finale con Rita Marcotulli nella formula piano solo del disco The Light Side of the Moon e Gianmaria Testa col suo quartetto.

Ancora una volta vien fuori il clima speciale di questo luogo e Festival: nel pomeriggio, bevendo un caffè davanti all'albergo, Rita e Gianmaria, invitati dal direttore artistico Livio Testa, decidono di fare qualcosa di speciale assieme. Dapprima sembra un intervento a testa nei bis dell'altro, ma poi, durante il sound-check, la cosa evolve e decidono di unire i due concerti con un brano cantato da Testa e uno suonato dalla Marcotulli con il quartetto di Testa. Trovo che situazioni come questa facciano molto bene alla musica che in fondo è arte, non solo spettacolo, e ha bisogno di generosità, interazione e improvvisazione.
Quindi la sera, all'imbrunire, si attacca con la Marcotulli che parte subito di gran lena liberando nell'aria energia e deliziando il pubblico con i suoi fraseggi melodici per nulla scontati, con la solita originalità che la contraddistinguono da sempre. Si tratta di un progetto che ho visto nascere a Reggio Emilia qualche anno fa e via via maturare come il buon vino: se con il disco pensavo fosse giunto a una giusta maturazione mi devo ricredere, perché qui il risultato è ancora migliore.

Testa entra sul finire del concerto con il brano "Numeri" tratto dal disco Koinè e si percepisce realmente un'aria di festa tra i due e il resto dei musicisti. Poi Testa, ringraziando la Marcotulli e mostrando al pubblico una luna piena incantevole, introduce il proprio concerto, sempre di grande qualità e intensità, con Piero Ponzo al clarino (e altri strumenti), Nicola Negrini al contrabbasso e Philippe Garcia (compagno di viaggio della Marcotulli in svariate occasioni) alla batteria, un concerto che risulta essere la "ciliegina sulla torta".

Guardando il cartellone anche solo dell'ultimo weekend si comprende da subito il fine unico degli organizzatori: LA QUALITÀ, a prescindere da qualsiasi giudizio, gabbia o steccato.
Dico questo perché tra Sommer che ha aperto il weekend e Testa che lo ha chiuso, in mezzo c'è un universo sonoro sconfinato, ma la qualità somministrata è sempre altissima. E' la serata conclusiva e si stringe il cuore sentendo l'ennesimo grido d'allarme per bocca di Livio Testa (il direttore artistico), che menziona in cifre i contributi delle province di Bergamo e Milano, che in tutto non arrivano a 25.000 € per un evento così affermato nel mondo (durante il Festival era presente il direttivo di Europe Jazz Network). Qui a Clusone si fa cultura e bisogna che qualcuno ne prenda atto a livello istituzionale e inizi a promuovere e sostenere adeguatamente l'evento.

Non posso che chiudere con un plauso agli organizzatori che da 27 anni danno vita a un Festival unico in Italia e molto apprezzato nel mondo, basandosi sulle proprie forze e sulla loro passione, e che anche quest'anno sono riusciti a offrire un prodotto vario e di altissima qualità.

Vorrei concludere con un omaggio alla carriera di Rita Marcotulli (anche se ancora molto giovane), un'artista vera, di cui andare fieri, riconosciuta in tutto il mondo anche se forse un po' sottostimata in Italia. Dopo aver suonato per lunghi anni nel quartetto di Dewey Redman ed essere vissuta in Svezia, ha realizzato per la Label Bleu il suo primo disco, ispirato al Nord (con Molvaer, Brunborg, Danielsson, ecc.), è poi passata al Sud con Maria Pia Devito e Arto Tunchboyacian proseguendo quindi con un omaggio a Truffault (in anteprima a Reggio Emilia con Rava, Romano, Gatto, ecc.), e ancora dando vita a un universo da fiaba con Koinè (con Testa, Tuncboyacian, Girotto, Anja Garbarek, Lena Willemark, e altri: quasi tutti presenti all'anteprima all'Ambra Iovinelli) per arrivare infine a The Light Side of the Moon in piano solo, e al duo con il caro amico Andy Sheppard, e al trio con Erskine e Danielsson (con cui ha suonato a Finale Ligure) che dire… non ci sono parole, ma fatti! e, mai doma, parte ora da Roccella Ionica con un nuovo progetto, "In Between", con Molvaer, Nguyen Lè, ecc.

Il suo modo di fare cose straordinarie con atteggiamenti tanto naturali e per nulla fragorosi è un'arte di cui non si può non tener conto in un'era come quella attuale, in cui l'importante è apparire. Il fatto poi che sia una donna, in un ambiente quasi esclusivamente maschile, rende ancor più grande la sua opera, insomma: brava!!




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