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Masterclass di Dave Liebman: Aspetti ritmici
dell'improvvisazione jazz Di fronte a una sessantina di studenti dei corsi avanzati del CDpM di Bergamo ed altri provenienti da città limitrofe, Dave Liebman ha tenuto un seminario sugli aspetti ritmici dell'improvvisazione. Il tema viene subito problematizzato con un semplice esercizio: Liebman conta due battute fuori a un tempo medio e gli studenti devono battere le mani sul battere della nona battuta contando mentalmente 8 misure. Risultato? Invece di ottenere un solo colpo all'unisono si è sentito un "applauso"!
Liebman spiega che per padroneggiare l'improvvisazione occorre acquisire un buon tempo interiore e, dato che siamo esseri umani e non macchine, il timing non è sempre sentito nello stesso modo in quanto viene influenzato da diversi fattori interni ed esterni a noi stessi. Nell'esercizio di prima non c'erano riferimenti a cui appoggiarsi (il walking del basso ad esempio o l'hi hat della batteria sul 2 e sul 4) quindi ognuno ha messo in gioco il proprio tempo: chi più in anticipo, chi più rilassato. Anche la velocità, si trattava di un tempo medio/lento, non era molto d'aiuto. L'importanza della qualità del timing viene ulteriormente ribadita con un secondo esercizio che, questa volta, viene eseguito da Liebman alla batteria (in modo straordinario peraltro): cosa succede se il batterista su una classica forma AABA come quella di Autumn Leaves invece di accentare talvolta il battere di qualche sezione suona invece "sopra" al tempo, scomponendo le figurazioni ritmiche? Le risposte sono molteplici ma tutte portano ad un'unica soluzione: occorre migliorare il proprio tempo interiore ed acquisire una maggiore precisione ritmica.
Liebman quindi propone alcuni esercizi con il metronomo specificando che si tratta di uno strumento meccanico con cui "non" si può instaurare ovviamente un dialogo interattivo, ciononostante può essere molto utile per migliorare il proprio tempo interiore. Il problema è dove posizionare il click? Dapprima il sassofonista propone di collocarlo sul 2 e sul 4, poi solo sul 2 o su ogni punto della battuta, ed ancora sull'up dell'ultimo quarto. Questo training può durare ore, giorni, mesi, anni, Liebman propone però di esercitarsi anche senza metronomo, controllando con metodo il beat del metronomo (usando solo la luce del metronomo e rimettendo il suono dopo alcune battute, oppure registrando i propri studi riascoltandoli con il click inserito). Il materiale melodico non è inizialmente così importante: può bastare una semplice scala maggiore suonata in vari modi. Successivamente si passerà a improvvisazioni su varie forme per rendere più interessante e vario lo studio. Liebman quindi passa al concetto di beat inteso come entità spazio/temporale entro cui avviene il battito. Il metronomo cade perfettamente al centro del beat mentre ognuno di noi può suonare leggermente in anticipo o ritardo. L'eccesso di questo atteggiamento porta ad accelerare o rallentare, un atteggiamento ovviamente da evitare, ma l'utilizzo dell'anticipo e del ritardo crea effetti dinamici di tensione e relax.
L'effetto è molto interessante e Liebman spiega che non sempre le sezioni ritmiche intendono il beat nello stesso modo e non per questo i risultati sono inadeguati, anzi!!! Propone a tal proposito alcuni ascolti: ad esempio nel quartetto di Coltrane, Elvin Jones sta molto indietro, Garrison sta indietro ma non così tanto come il batterista, mentre McCoy Tyner è in avanti. La ritmica di Davis invece può contare sull'anticipo di Tony Williams e il beat metronomico di Ron Carter, mentre Hancock che fluttua sopra al beat. Elvin Jones però non suona sempre allo stesso modo e, ad esempio sui fast, è spesso in avanti. Dipende quindi dall'effetto che si vuole ottenere e dal contesto in cui il gruppo si è trovato, dal rapporto con il pubblico, dall'andamento della giornata di ogni musicista e da altre variabili. L'importante consiste nella disponibilità ad ascoltare e ad adattare il proprio tempo al contesto in cui ci si trova. Anzi ritiene che queste qualità (ascolto, adattamento e disponibilità) siano dei presupposti basilari per produrre musica ad un certo livello e sconsiglia vivamente di porsi sia nelle prove sia nei concerti in un atteggiamento aggressivo: "io sono nel giusto perché ho il tempo corretto, siete voi che sbagliate!" La musica è "sempre" il risultato di un dialogo collettivo basato su un reciproco adattamento e rispetto.
Per concludere la masterclass Liebman affronta un ultimo fondamentale argomento: lo swing. Premettendo che il concetto di swing è molto ampio ed elastico, spiega che anche nella storia del jazz si sono avuti diversi approcci che collocano l'andamento ad ottavi a metà tra l'ottavo puntato + sedicesimo e la terzina di ottavi. Anche nelle nostre esecuzioni lo swing varia a seconda del contesto stilistico, di interplay e dell'effetto dinamico che si vuole ottenere. Se però la melodia e l'armonia si possono studiare sui libri il ritmo e lo swing si acquisiscono solo con la pratica e con l'ascolto. A tal proposito propone alcuni ascolti: Frank Sinatra con l'Orchestra di Count Basie (arrangiamenti di Quincy Jones) e Miles Davis col quintetto storico degli anni sessanta. Propone a tal proposito una metodologia d'ascolto molto interessante mirata agli aspetti ritmici sottolineando la pulsazione della ritmica, il dialogo tra solista e gli altri musicisti, e gli appoggi ritmici di ognuno, gli spazi/silenzi in rapporto ai pieni della musica, le dinamiche, le dissonanze ritmiche, melodiche e armoniche. Il tempo vola in fretta e il discorso è ancora lunghissimo. Liebman da quindi appuntamento al prossimo incontro, probabilmente il prossimo anno o prima ancora.
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