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Eddie Lang Jazz Festival
I Bassisti
Marcus Miller - Richard Bona - Dario Deidda
Agosto 2005, Giardini Castello Pignatelli – Monteroduni
di Antonio Terzo
foto di Alessia Scali

Marcus Miller, Richard Bona e Dario Deidda: ben tre bassisti si sono alternati sul palco dell'Eddie Lang Jazz Festival 2005 di Monteroduni, giunto alla sua edizione numero quindici e quest'anno diretto da Gegè Telesforo. Nato per onorare la memoria di un grande chitarrista che pochi sanno essere oriundo italiano, la direzione artistica ha voluto quest'anno allargare al mondo delle quattro corde, che comunque tanto deve, in spunti e altro, anche ai maestri della chitarra jazz.

Si ferma ad aprire il festival l'1 agosto, nell'ultima tappa del proprio tour italiano, Marcus Miller, bassista afroamericano noto per aver influenzato non poco, con la propria conoscenza del sintetizzatore e delle tastiere, alcune delle ultime pubblicazioni di Miles Davis.

Avvio elettronico su cui pulsano i nitidi beats di Poogie Bell alla batteria, Michael "Patches" Stewart alla tromba elettronica, Miller entra in scena dopo la band e giusto per scaldarsi suona in "slap" un'eruzione di note, da solista, doppiato in risposta prima dalla chitarra elettrica di Dean Brown – unico bianco della compagine – quindi dal sax tenore di Keith Anderson: il brano è Bruce Lee, l'assolo del bassista di Brooklynn offre una buona sporta di spingente funky, frasi cantabili sul riff ellittico, pastoso il suono, duetta con il sax e le infra-pulsazioni affondano come pugni allo stomaco; sopra, il manto sonoro delle tastiere di Bobby Sparks. Felice la rivisitazione di Boogie on reggae woman di Stevie Wonder, stravolta dallo stile elettro-funky del bandleader che recita il tema sull'ottava alta del proprio strumento: ritornello all'unisono con chitarra – Brown fra tutti appare il più pop-rockettaro – mentre più funkeggiante invece è il sax tenore. Poderoso il pedale conclusivo del basso, un chorus intero per lo strumento synth di "Patches" [un EVI 1000, fiato dell'AKAI, la cui diteggiatura riproduce per posizioni quella della tromba, e che grazie ad un cursore girevole emula i differenti modi di emissione labiale e relativi salti di quinta, n.d.r.] e chiusura con break di Bell. Troppo lunga e di certo meno incisiva la Moonlight Sonata - "Sonata al chiaro di Luna" di Beethoven, una lettura soft funky anni '70 con tutti gli strumentisti che ne improvvisano almeno un brandello; mentre di gran lunga più riuscita è la riproposizione di Little Wings di Jimi Hendrix, suono fluido di Stewart al flicorno, tese le corde del bassista che, sul pompato timing di Bell, si porta alla consolle – sostituito momentaneamente al basso da Big Doug Epting – e comincia a dare di "scratch", passando poi ad un grandioso assolo, il più penetrante della serata, seguito da notevoli sezioni dei fiati a sostegno della chitarra. Polistrumentismo spinto sul 3/4 di Mad on my mind, note elettriche al piano su cui Miller imbocca il clarone, felpato e felino, per poi lasciare il turno al suadente tenorsax ed ai riverberi del flautato AKAI di Stewart, quindi il titolare adesso sul basso a cinque corde. Ancora un funky che il pubblico prende a ritmare seguendo l'elegante drumming di Bell, Miller sugli armonici e poi su stretti battiti di crome, tanto rapidi che sembra non toccare il manico del basso, poi il dialogo con la tromba sordinata, troppo tagliente per il tipo di brano, e sotto, il batterista rotola sempre di fino. Piuttosto blandizia la lettura di Caruso del nostro Dalla da parte di Stewart; e successivamente, predisposto un altro giro di basso, Miller si propone anche come cantante, voce "nasal-funky" ma per niente incisiva – lo preferiamo senz'altro come strumentista –, "Patches" lo asseconda al flicorno, nitido e tondo, infine il saxtenore, il cui crescendo è enfatizzato dalle tastiere.

Dal cd Sunrise, Frankenstein, ennesimo funky, il cui inciso trasporta tutti i musicisti fino all'ultimo brano della scaletta ufficiale, coreografato anche da un loro balletto ironico e scanzonato. Inevitabile che alla richiesta di Poogie Bell "Do you want more?" la platea risponda positivamente, scatenando il bis con Silver rain su cui il nostro si cimenta – ahinoi! – ancora alla voce (con cori purtroppo pure campionati): finale dunque poco consequenziale rispetto ad un concerto che con mestiere è stato strutturato su un solco funky, con giuste concessioni all'istantaneità jazzistica. Il pubblico d'altronde è rimasto soddisfatto dal movimentato groove che Miller, da vecchia volpe, ha saputo portare all'Eddie Lang Festival di Monteroduni.

Dal canto suo, ha perfettamente risposto alle attese il concerto del 4 agosto di Richard Bona, bassista e vocalist di nuova generazione, all'attivo già raggianti esperienze con il Syndicate di Zawinul ed il Pat Metheny Group, nel quale è succeduto a Mark Ledford e Pedro Aznar, mantenendo ed arricchendo il tipico sound "vocalistico" che caratterizza albums ormai "classici".

Fra i brani iniziali, un'accattivante Birdland, celebre successo dei Weather Report dello stesso Zawinul – nonché di altri nomi altrettanto altisonanti, quali Shorter e Pastorius – caratterizzata da un passo ritmico accelerato che mette immediatamente in luce le capacità strumentali dei giovani componenti della quartetto, non eccelse ma in perfetta coerenza sinergica con il concept del bassista: lo sfavillante Aaron Heick al sax, Etienne Stadwijk alle tastiere, Stephane Vera alla batteria ed il poliritmico Samuel Torres alle percussioni. Nonostante l'illustre citazione d'apertura, il concerto si attesta infatti sulle sonorità più proprie e tipiche del contrappuntista cameroonense, quelle cioè legate alle sue radici, ai griots della sua terra, i cantastorie della sua cultura, agli story-telling, le loro tradizionali narrazioni di vita, che se anche non si comprendono nell'espressione idiomatica – l douala – riescono comunque a condurre per mano l'ascoltatore ad una tradizione musicale così lontana ma nel contempo primigenia ed interiormente coinvolgente, semplicemente mediante spaccati sonori della sua Africa: Engingilaye, ed il soprano ne fa propria l'introduzione, vivacissima, fresca nei colori, delicata nei vocalizzi del nostro, che canta in alternanza a vigorosi stacchi di tastiera e del gruppo. Poi il disegno del basso, Bona comincia a ripetere giocandovi intorno con leggere variazioni, e su di esso le tastiere di Stadwijk che si producono in un poetico assolo, sopra le speziate percussioni di Torres, un portento nel suo numero con gli shakers, ed anche ai tom. Interessanti dinamiche emergono anche nei brani successivi, con pianissimo alternati a poderose ed improvvise irruzioni della tastiera e dell'ensemble tutto, fra cui si fa notare lo stile personale del sax soprano: in Bisso Baba il pubblico viene trascinato dalla simpatia del giovane bassista, dalle sue battute sul forte vento che imperversa sul palco (creando non pochi problemi ai microfonisti) e dal coinvolgimento nell'esecuzione in cui chiama in causa con differenti vocalismi – "mám-bó" – prima tutte le donne, poi solo quelle oltre i 40 anni – generando il più assoluto silenzio! – quindi gli uomini, e via così… Incantevole Ekwa Mwato, andamento rilassato che si trasforma in latin arricchito dai "montuno" della tastiera e da fiati sintetizzati che svisano su Qui sas, Qui sas, Qui sas, con ritmo frastagliato dalle sincopi di Vera. Episodio particolarmente emozionante DinaLam, voce quasi angelica, disturbata ancora dal vento, sax soprano stavolta troppo melenso, larghi i paesaggi percussivi di Torres, con basso-synth che suona quasi su un'onda sinusoidale. Ultimo pezzo, un funky "slappato" sul cinque corde – forse Djombwe – struttura leggera, metro energico e potente, sicuro e deciso per trascinare i presenti fino ai primi, fittizi, saluti.

Intirizziti dal freddo soffiato dal vento, si avviano a concludere il piacevolissimo concerto, con un bis a richiesta: un assaggio di Sweet Mary, con le poche parole che Bona ricorda, poi Dipita appena accennata, quindi un ritmo salsa dove spicca ancora un generoso intervento del sax, e la carica vitale del giovane Bona, trasfusa al resto dei compagni di scena. Un'esibizione che ha portato un campione di musica lontana, che per la grazia della voce di Bona e la profondità delle sonorità che essa riesce a creare, confermano il bassista africano come uno dei musicisti più interessanti della scena giovanile internazionale.

Unico appuntamento italiano sul palco centrale dei Giardini Castello Pignatelli, il bassista salernitano Dario Deidda presenta il suo ultimo lavoro discografico, con un variegato concerto che non si limita a sciorinarne asetticamente i titoli, ma lascia ampi spazi ad estemporanee trovate musicali e di spettacolo. Dopo l'introduzione di Gegè Telesforo, che lo saluta come uno dei più grandi bassisti contemporanei, Deidda entra da solo ed avvia al basso una tessitura che un sampler provvede a ripetere ciclicamente, sulla quale prende ad armonizzare per triadi, in modo così naturale da non apparire quel virtuoso di gran gusto che invece è, due qualità – gusto e virtuosismo – non facili da trovare in un unico musicista. E da quel disegno ritmico, percuotendo con le mani i pick-ups e controllando l'altezza del "rumore" attraverso lo sfregamento di un accendino sulle corde, creata in tal modo la base ritmo-armonica, improvvisarvi sopra è – per lui – semplice allenamento… Durante i tre minuti di assoluta solitudine i presenti lo seguono praticamente rapiti, e dopo un veloce richiamo alla beatlesiana Eleonor Rigby, è sempre il suo basso che immette nel vivo del successivo pezzo, Mr. Brown's Brownies, in omaggio a Ray Brownie, uno dei maestri della chitarra: un blues a striature funky cui prendono parte in un gradevole call-and-response il sax del fratello Alfonso Deidda, la chitarra di Fabio Zeppetella e la batteria di Marcello Surace, nel frattempo saliti sul palco. Interessanti i rimandi fra chitarra e basso, le cui corde, suonate nelle ottave più acute, sembrano non finire affatto dove cominciano quelle del compagno. Segue Tangario, con accenti inevitabilmente tangheri ed efficace infusione di ironia, fra sfumature jazz ed ombre mediterranee. Molto ben congegnata la tango-cadenza della batteria, luminoso il tracciato solistico di Deidda senior, che nonostante qualche sbavatura nel bilanciamento del volume del piano, regge da solo, fra bassi e armonia, tutto l'assolo della chitarra, anch'esso nitido per costruzione ed esecuzione. A seguire, il lento reggae eponimo del cd, tema dondolante "alla giamaicana" ma intriso di lirismo e d'un tocco di sensualità istillato dal piano: ed in linea, un seducente pizzicato del bassista sul registro più grave. Quindi Drugs Market Dance, 6/8 che coinvolge percussivamente chitarra, basso e marimbe sulla tastiera, quindi un tributo a Django Reinhardt con la celebre Nuages in un pregevole arrangiamento di Zeppetella, dove è ancora il periodare di Deidda a risultare quanto di più fine possa ottenersi da un basso, frutto della particolare combinazione fra il vecchio Fender e le corde artigianali ormai da tempo in dotazione al nostro.

Nella fase più spettacolare entra in scena Telesforo, cantando in vocalese The Sidewinder (dal primo album Gege & Boparazzi) scritta da Jon Hendricks e Lee Morgan, incontenibile il solo del "piccolo" Deidda, wha-wha sulla chitarra per Zeppetella, poi All small Blues, protagonista Dario Deidda in combutta con Gegè, prima quasi a sussurrare, poi ad estendere sempre più l'ampiezza e le scansioni del suo vocalizzo: ma è ancora nello spazio solistico del bassista salernitano che si assiste ad un fraseggio la cui puntualità ritmica e linearità di costrutto risultano davvero raffinate. Freedom jazz dance, Gegè – che per tutta l'esecuzione orchestra i colori delle dinamiche – canta funkeggiando, con obbligati all'unisono sax-basso-voce di inusitata sincronia, e cita nel suo assolo la milesiana Jean Pierre. Pressoché sul medesimo ritmo, a seguire lo scatter sorprende in Man and the Machine, brano vocalistico in cui contemporaneamente emula batteria e linea di basso, grazie all'ausilio di un "octaver" che sprofonda la sua voce all'ottava inferiore: e dall'ansimare a tempo del suo scat scaturisce un ironico "amplesso ritmico". Imprescindibile l'epilogo di bis, introdotto da un divertente racconto di Telesforo sul rientro del musicista nella sua camera d'albergo dopo lo spettacolo, e sullo sfondo parte Fever, voce quasi in falsetto, molto bluesy, accattivanti gli ammiccamenti sull'organo di Alfonso Deidda. Quindi Gegè introduce Carlo Atti, saxtenorista mattatore delle nottate post-concerto in piazza Municipio – in cotitolarità con il chitarrista Emanuele Basentini, in quintetto con Pietro Lussu al piano, Pietro Ciancaglini al contrabbasso, Lorenzo Tucci alla batteria – che insieme al vocalista ingaggia un irresistibile e gustoso Mumbles, tutto sviluppato su una specie di mugugno inventato da Clark Terry negli anni '50 e pur esso fissato nel già citato disco. E su questo ultimo pezzo, l'entusiasmo del pubblico è alle stelle.




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Data ultima modifica: 05/01/2008

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