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Franco D'Andrea Eleven
Roma, 27 gennaio 2006 Auditorium Parco della Musica
di Daniele Mastrangelo
foto Antonio Demma

Franco D'Andrea è un musicista che ama riflettere sui significati umani e psicologici delle forme musicali e metterli alla prova. Lo abbiamo visto vivere l'esperienza del piano-solo come un viaggio musicale alla scoperta di sé e lo troviamo, come in questo concerto, in grado di offrire la sua concezione della musica allo sviluppo di altre sensibilità, quelle degli undici musicisti che compongono l'ensemble, tutti piuttosto giovani e poco noti al grande pubblico.

Il ‘Franco D'Andrea Eleven' esiste oramai dal 1998 e va considerato come una delle esperienze più innovative e stimolanti che il panorama del jazz attuale può offrire per un simile organico.

L'aspetto che rende peculiare la ricerca di D'Andrea nella scrittura per ensemble è l'utilizzo intensivo del riff, ossia di brevi frasi ritmico-melodiche che permettono di caratterizzare immediatamente la composizione. Questa tecnica potrebbe far pensare magari alla risoluzione di un problema espressivo attraverso un ritorno nostalgico al passato ma non è certo questo il caso. D'Andrea è un musicista dotato di una sensibilità modernissima, di un gusto continuo di sperimentare e, insieme, di una meditata conoscenza della storia del jazz. Così quei riff che si possono ascoltare ripetuti ostinatamente magari nella grande lezione di Count Basie, qui sono come delle tracce latenti, nella alternanza degli interventi dei solisti vengono allusi e si ammira la coerenza dei loro assoli mai appesantiti dalla lunghezza e sempre interni al mood delle composizioni. Certamente fra gli undici musicisti diverse sono le personalità musicali e non tutte ci hanno colpito allo stesso modo. Merita di esser segnalato il meraviglioso solo di Achille Succi al sax tenore: collocato ad introdurre il sesto brano del concerto - tutti gli altri musicisti in silenzio - si è sviluppato con un misto di lirismo e fraseggi ispidi come se Lester Young e le nuove tecniche esecutive introdotte col free jazz potessero convergere in un'unica voce.

La presenza invece del leader ha agito sullo sviluppo della musica dalla lunga distanza. Posto alla sinistra dell'ensemble e delegata la funzione di richiamare i temi, D'Andrea è stato parco anche negli interventi da solista: talvolta dava un sapore contrappuntistico raddoppiando le voci di altri musicisti, altre volte esordendo in una composizione (bellissima la parodia dello stride nel brano di chiusura del concerto) con dei soli costruiti quasi come dei preludi. Chi scrive ha potuto ammirare ancora una volta la sua immaginazione che è esuberante, si diverte procedendo per brevi pennellate o infiorettando un tema con abbellimenti o sottoponendolo a variazioni, il tutto retto da una tecnica superba. In questo concerto poi, e da alcune sue recenti incisioni, ci sembra di poter dire che egli abbia reso le due tendenze estreme del suo stile, quella verso l'astrazione e quella lirica, protagoniste di un gioco ancora più fluido, come fossero finalmente divenute un'occasione l'una per l'altra.







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Data ultima modifica: 05/01/2008

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