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Bagno di folla per l'evento promosso da Jazz on The Coast e RavelloFestival, vissuto a Villa Rufolo. 20 luglio 2004, Ravello di Olga Chieffi foto di Francesco Truono ![]() ![]() ![]()
Ci eravamo lasciati con il maestro Hancock un 21 luglio di tre anni fa sulla stessa terrazza mozzafiato di Villa Rufolo a Ravello. Un pubblico numeroso ed eterogeneo accorse al concerto, parte per genuino interesse nei confronti di uno dei caposcuola della cultura afro-americana, parte per essere, comunque, in quel momento a Ravello e che non riuscì allora, affatto a penetrare gli effetti e le letture etnico-profetiche del pianista. Quello stesso pubblico lo abbiamo ritrovato martedì sera, per l'evento jazzistico della stagione 2004, la reunion di un quartetto stellare, composto da Herbie Hancock al pianoforte, Wayne Shorter ai sax tenore e soprano, Dave Holland al contrabbasso e Brian Blade alla batteria, nata dalla collaborazione delle due più prestigiose rassegne della regione Campania, il Ravello Festival, giunto alla sua 52° edizione e Jazz On The Coast, che ha inteso festeggiare il suo decennale regalando al suo affezionatissimo pubblico questo concerto. L o sguardo rivolto al futuro delle pagine che i quattro musicisti hanno proposto in apertura di concerto, quali Visitor from Somehere, Visitor from Nowhere o Pathways , ha lasciato letteralmente impietrito un uditorio composto da "tecnici", "addetti ai lavori", "musicisti", "critici", "appassionati", pronto ad "etichettare" una musica legata all'ultima corrente estetica, che la vuole senza "gabbie storiche", "totale", quale "datato post-free", non certo preparato a cogliere preziosismi di composizione contemporanea. Raccolta in quel senso della spazialità, in quell'evitare l'affastellamento dei suoni, nella distribuzione ariosa degli eventi, nei sapienti contrasti timbrici, ritmici, temi e accompagnamenti costituiti di riff di due, tre note, svolti in intensi assoli dal sax tenore e soprano di
Shorter, che ha rubato la scena un po' a tutti, su basi ripetitive, su di un intreccio verticale essenziale, quasi scarno, incipit per il quale era impossibile non immaginare come questa musica potesse suonare comprensibile, per coloro i quali in questa elegante sapienza sonora hanno creduto di venire a contatto con il "Jazz". Il pubblico d'occasione si è, invece, ritrovato ad interagire con un costante
signyfin(g) di un materiale purtroppo non appartenente
al proprio universo musicale, i cui elementi sono stati restituiti privi di ogni allusione e commento, con minima apertura delle dinamiche di scambio tra musicista e ascoltatore, atmosfere sonore che hanno innalzato un ostacolo alla partecipazione creativa della forma e del senso di certo uditorio che ha lasciato attonito i giardini di Villa Rufolo. Wayne Shorter, assente al sound check, ha sapientemente camuffato gli attacchi del
primo brano, con la prova dei microfoni, l'intonazione dei due sax, salti
d'ottava, per poi lanciarsi in soli basati sulla composizione estemporanea.
Lasciato da parte il fitto e immaginoso fraseggio dal "morbido vigore", del
tenore, abbiamo scoperto uno Shorter, dalle evocazioni cool, dal dire
inessenziale, dal gusto tutto personale per le esplorazioni del "nuovo" suono.
Il pubblico ama pascersi su melodie che lo rassicurino, nell'affrontare le "rapide" della "diversità", di soli costruiti con suoni di non semplicissima decifrabilità, impossibili da gerarchizzare. Ed ecco che Hancock, Shorter, Holland e Blade tornano coloro i quali tutti si attendevano di ascoltare, proponendo una magistrale e leggibile versione della celebre ballad di Kerne All The Things You Are, per poi passare a Sonrisa e ai bis Footprints e Cantaloupe Island, dando modo all'uditorio di esaltarsi creandogli, inconsciamente, la percezione di un ordine che riesce a catalogare sentimento e sensazioni, riconducendolo alle tranquillizzanti regole di un micro-universo risolto e funzionante. Apprezzata la capacità di variazione della lunghezza delle frasi di Shorter e il suo personale modo di attaccarle, l'inappuntabile controllo della dinamica, i suoi voli solistici sia con il sax tenore che con il soprano, dalla sonorità accesa, penetrante, con buona pace dei munitissimi post-coltraniani; applauditissimo il pianismo dinoccolato, rilassato, ricco di abilità manuale e di sapienza armonico/timbrica, del maestro Herbie e, in particolare, nell'accompagnamento, nel suo modo di "amministrare" i silenzi; la libertà ritmica di Brian Blade, capace di scardinare ogni rigida divisione metrica, arricchendola di frammentazioni, giustapposizioni e contrasti. Su tutti, il contrabbasso di Dave Holland, il suo equilibrio tra il pensiero compositivo e il suo sviluppo, il suo inimitabile solo che ha mirabilmente introdotto All The Things You Are, rapsodico, "alla Mingus", regista attento della musica, giunto ormai, a quelle vette linguistiche strumentali ed espressive, accessibili solo ai grandissimi.
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