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di Antonio Terzo ![]() click per le altre foto di Paolo Acquati L'attesissimo ultimo concerto-evento di Umbria Jazz 2004 all'arena Santa Giuliana, il super-quartet con Hancock, Shorter, Holland e Blade, è preceduto dalla performance della pianista e tastierista giapponese di Boston Hiromi (Uehara) – accompagnata da Tony Grey al basso e Martin Valihora alla batteria – la quale già nell'edizione invernale del 2002 aveva calcato le assi del Teatro Mancinelli in quel di Orvieto. Un funky-pop con improvvisazioni ammantate di blues, a volta anche ripetitive, che il pubblico, trepidante per la materializzazione su quello stesso palco delle quattro leggende del jazz, segue poco attento e a tratti rumoreggiando. Avvio rapsodico per Brain, "rappresentazione della battaglia fra le emozioni e la mente", come spiega la stessa autrice, quindi Wind song, in cui immagina di interpretare il suono del vento attraverso un jazz trasognato con parecchie sortite fusion create dal basso e dalla tastiera elettronica posta sopra il piano della bandleader. Forti le influenze del Corea più "elektrico", ma qui l'eloquente fantasia del pianista americano manca del tutto, sebbene il fraseggio scandito e tecnicamente strutturato della nipponica, le mani ossute a cavalcare la tastiera, adesso convinca di più. Dedicata a Jack Johnson e Bruce Lee Kung-Fu World Champion, in cui, dopo una intro synth-elettronica dagli echi vagamente orientaleggianti, il basso si fa voce solista suonando la sezione più acuta del manico, e dove l'artista d'origine orientale si distingue per l'accelerazione propulsiva delle sue linee espositive, sorrette dalle variazioni ritmiche del pezzo e dal valido apporto sincronico dei musicisti. Dopo un breve intervallo tecnico, finalmente l'attesa della gremita platea viene appagata dalle surreali filigrane pianistiche dell'ormai brizzolato Herbie Hancock, che ordiscono la trama su cui Dave Holland innesta il suo pedale, pian piano recepito e sorretto da Brian Blade, mentre Wayne Shorter vi alita sopra suggestivi singulti: così prende forma una musica quasi "musiva", le cui tessere sono incastrate l'una all'altra dalle calde ed esperte tinteggiature di ciascuno dei quattro jazzisti.
Dichiarando "un privilegio essere sul palco con tali musicisti che hanno fatto… ciò che hanno fatto!", Hancock presenta gli amici, quindi introduce Prometheus unbound, composizione di Holland che, dopo ancora un inizio piuttosto free, si trasfigura in motivo lirico, fra gli accordi leggeri di Hancock ed i fiati trasparenti di Shorter, mentre il contrabbasso con il suo registro profondo intreccia tale leggerezza alla struttura del brano. Jazz allo stato puro quello che esce dal solo di Hancock, lancinante la voce di Shorter al soprano, rapisce l'uditorio e lo trascina e avviluppa nelle spire dei suoi impressionistici cromatismi sonori. Acclamati da un pubblico in visibilio, i quattro alfieri del jazz contemporaneo concedono un encore che fa accorrere i presenti ai piedi del palco per dondolare al ritmo di Cantalupe Island: e mentre il solo di Hancock esprime una coerenza senza uguali, Shorter appare quasi svogliato nel seguire la curva melodica del pezzo, abbandonandosi ad una varietà di artifici fonici che attesta comunque la sua indiscussa padronanza tecnica ed il suo incredibile stile espressivo. Ed anche se il concerto per qualcuno ha avuto tratti oscuri e non sempre intelligibili, ognuno ha lasciato il luogo dell'esibizione con la palpabile sensazione di aver assistito a qualcosa di superiore, di aver ascoltato una sorta di epifania musicale, sublime ed equilibrata sintesi fra passato, presente e forse anche futuro.
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