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Cronaca di un intrattenimento
Nella austera sala della UdK è affluito un pubblico pagante di circa 950
persone. La musica è iniziata intorno alle 20:30 ed è andata avanti per più di due
ore senza alcuna interruzione.
Il chitarrista Lionel Loueke è originario dell'Africa; ed è anche un interessante compositore; avendo vissuto a Parigi, Los Angeles e quindi New York ha potuto sviluppare un suono internazionale, e probabilmente può suonare qualsiasi cosa. Quindi i quattro hanno suonato Stitched Up dall'album Possibilities con Nathan East interprete vocale, oltre che bassista. La sua voce viene fuori al tempo stesso dolce e robusta. E quando serve, anche molto acuta. Io credo che lui fosse la vera star del concerto. Segue un brano di Loueke in sola chitarra, usando una tecnica arricchita da elementi percussivi, e dalla voce, con fonemi e testi anche in lingua del Benin, il suo stato africano di provenienza. Ha fatto uso anche di vari pedali e percussioni vocali a colpi di lingua. Un poco stucchevole e "minacciosa", quest'ultima parte, per la verità. Quindi Hancock torna al piano con un pezzo molto morbido e profondo nell'ispirazione, il suo tocco è veramente notevole. Quindi suonano I just called to say I love you di Stevie Wonder. Le tastiere di Herbie ne ricordano vagamente il suono, ma con maggiore improvvisazione. When Love Cames to Town quindi sembra vagamente rock & roll con Nathan East che come al solito canta e dà energia al pubblico. Non poteva mancare al termine Cantaloupe Island. Herbie suona la tastiera a tracolla, scambiando e alternando frasi di improvvisazione con il basso prima e la chitarra dopo, e spesso imitando le rispettive frasi. Concludendo devo dire di aver assistito a due ore di intrattenimento, molto brillante, di quattro musicisti con grande talento, e direi molti anni di esperienza. Il pubblico ha apprezzato. © MMS Mailing Music Services 2006 Riflessioni su un concerto berlinese di
Herbie Hancock Curioso, molto curioso, come oggi la musica d'arte si faccia strada nel difficile e competitivo mondo della musica di consumo, costretta a sua volta tra altri settori mastodontici come il cinema o lo sport-spettacolo, e in generale nel mondo dell'intrattenimento e della cultura in senso lato. Curioso dicevo, perché normalmente le piccole produzioni del jazz, o della musica classica (leggermente meno piccole) o del teatro musicale, faticano e arrancano per rimanere esse stesse in vita. Gli artifici per farlo sono invero molteplici: dalle produzioni miste con altre aree, alla caccia senza freno a sponsor privati o a finanziamenti pubblici e così via. In effetti se tutti noi avessimo un poco di curiosità in più, molte produzioni e spettacoli di grandi qualità e contenuti solidi, non faticherebbero molto ad essere floridi. Ci vuole curiosità e passione, per apprezzare certe cose: non sono immediate, non possono esserlo.
Il concerto di Berlino, e ancora di più il disco in uscita ora, Possibilities, ne sono la prova lampante. Nel disco Hancock ha avuto la forza (e il coraggio artistico) di mettere insieme, in brani e organici differenti, John Mayer e Paul Simon, o Sting con Annie Lennox e Santana, o addirittura Christina Aguilera... Non sembra esserci bisogno di spiegare quanto ibridata possa essere la sua musica. Ma, e qui è la mossa sorprendente, si presenta a Berlino con un gruppo che porta dal vivo questo disco e troviamo, con grande compattezza e credibilità, i momenti storici di Cantaloupe Island o Watermelom Man. Purtroppo anche i melliflui vocalizzi di Nathan East che accompagnandosi al basso rapisce l'uditorio cantando Stitched Up. Bravo, bravissimo, una voce così solida, e morbida, dal timbro personale e capace di una notevole estensione di registro. Momento di grande, grandissima vetta artistica invece, quando poi, dopo l'estroso pezzo in solo di Loueke alla chitarra, un po' per gusto del confronto, un po' come liberato dal peso dello show confezionato, Hancock, il pianista Herbie Hancock, suona lui stesso un brano in solo pianoforte, totalmente improvvisato, densissimo di riferimenti tardo-romantici, carico di pathos e contenuti interiori e introspettivi; mi è sembrato di trovarci anche un paio di accenni ironici a come il pianismo pseudojazzistico si muova oggi. Le dita fluiscono in modo impercettibile e aereo, giocoso e rigoroso al tempo stesso. Questa è magia pura: questa, amici miei, è Musica Musica. Quindi in conclusione: contraddizione o continuità e coerenza? Sembra un assurdo, ma credo che la risposta sia entrambi. Contemporaneamente. Il vero problema, cari lettori, sta in noi che ascoltiamo, compriamo i dischi o andiamo ai concerti. Il problema sta nelle nostre aspettative: nella nostra incapacità di incuriosirci in qualcosa di nuovo e fresco, che non abbiamo già visto passare decine di volte da qualche parte. Se Herbie Hancock costruisse un concerto di sola Musica Musica, non potrebbe avere oggi novecentocinquanta persone paganti e riempire quasi la Konzertsaal UdK di Berlino. Si troverebbe in un piccolo jazzclub con sessanta appassionati, incantati per due ore dal suo pianoforte e dal suo quartetto acustico. Ma allora molti di noi non andrebbero ad ascoltarlo, perché «...è jazz, non lo conosco, non sono preparato.» Il buon Herbie, l'ingegner Hancock, questi meccanismi li ha colti da almeno cinquanta anni, ed è riuscito in questo cammino entusiasmante ad accontentare gli uni e gli altri. Non è da tutti. Cento, mille, diecimila di questi giorni Herbie. © MMS Mailing Music Services 2006
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