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Jan Garbarek Quartet
8 maggio 2007- Venezia – teatro la Fenice
di Giovanni Greto

Jan Garbarek - sax tenore e soprano ricurvo
Rainer Bruninghaus - tastiere
Yuri Daniel - basso elettrico
Trilok Gurtu - percussioni

Deludente, e lo diciamo dispiaciuti, l'esibizione del sassofonista norvegese nel celebre teatro veneziano, per la seconda edizione di "Jazz at Fenice". Non c'era l'esaurito, anzi la platea presentava parecchi spazi vuoti. Garbarek si presenta con il suo quartetto più collaudato senza però il bassista Eberhard Weber, sostituito all'ultimo istante, sembra per improvvisi problemi di salute. In forma, desideroso di esibirsi in un ambiente così accogliente, anche se maestoso, Garbarek andrà avanti, senza intervallo, per quasi due ore e un quarto, chissà, forse pensando che la quantità temporale possa coprire il vuoto creato da una apparente mancanza di idee. La musica ascoltata purtroppo non ci indica alcuna direzione, appare come un assemblaggio di generi non approfonditi, accennati. Inoltre il leader concede troppo spazio ai solo dei suoi comprimari, con l'effetto di renderli degli episodi a sé stanti. Peccato, perché la sua sonorità originale, acutamente nasale sia al tenore che al soprano ricurvo, in certi momenti introduce nel teatro il senso del sacro. Ma il concerto non decolla e spesso sembra cadere nella routine.

Bruninghaus è andato anche bene quando con le tastiere creava un tappeto in cui si inserivano con facilità i sassofoni. ma nel momento dei solo, inseriti nel concerto forse anche per concedere pause ad ognuno, è emerso, soprattutto al pianoforte, un jarrettianesimo risultato però alquanto inespressivo. Yuri Daniel dimostra di possedere una valida tecnica sia al basso elettrico a quattro corde, che al fretless a 5 corde. Ma il lungo assolo all'interno del concerto, assume un significato di un intervento a mo', ci si conceda il termine calcistico, di melina? E infine eccoci di nuovo a chiederci le motivazioni sulla scelta di Trilok Gurtu, quale elemento percussivo. Il musicista indiano se nelle apparizioni di inizio carriera sembrava voler comunicare qualche cosa di nuovo, sorprendendo soprattutto per la costruzione di un set indo-occidentale, suonato seduto per terra, utilizzando speciali pedaliere e che per qualche periodo raccolse diversi seguaci tra i giovani percussionisti che assistevano alle sue esibizioni, adesso, criticato dai suoi compatrioti, pur continuando a circondarsi delle tabla, suonate sempre meno "indianamente" e mettendosi in posizione batteristica rispetto allo strumento, indulge in un funky che non convince, con una scelta timbrica in molte parti decisamente infelice. Pensiamo al bass drum, la gran cassa, iper stoppato da cui fuoriesce un suono soffocato, o allo snare drum, il rullante, secco e tirato a tal punto da zittire la cordiera. Stilisticamente, accenta talmente tanto sui tamburi e sui piatti e li fa risuonare spessissimo, che viene meno l'effetto causato da un'accentazione ben graduata che ci si aspettava. L'unico bel piatto è il pesante ride di accompagnamento, che non ha mai abbandonato nel corso degli anni. Il suo assolo di circa un quarto d'ora, mescola un funky "scolastico" a sillabazioni tipiche della musica indiana, a diteggiature alle tabla. A un certo punto Garbarek gli si affianca, soffiando su di un flauto cilindrico ligneo, per un momento di folklore, presto abbandonato, a favore di una ripartenza in stile jazz rock, con il basso, le tastiere e il sax che ricorda i Weather Report.

Tra i brani, Garbarek esegue "Milagre dos peixes", bellissima nella versione originale del cantautore brasiliano Milton Nascimento e che in questo contesto diventa un episodio "popular" privo d'interesse, appesantito dal consueto drumming funk di un Gurtu con un suono che risulta sempre più ingovernabile e insopportabile. Garbarek però è contento. Il pubblico lo applaude e lui abbandona la glacialità, abbozzando dei sorrisi.




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Data ultima modifica: 11/02/2008

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