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Non dovrebbe più meravigliare (a dire il vero da sempre), eppure continua a fare sempre un certo effetto vedere - ed ascoltare - musicisti ormai da tempo appartenenti al novero delle autorità del jazz affiancati da giovani, a volte giovanissimi, musicisti meno rinomati. Non dovremmo stupirci. Eppure ancora oggi, ancora ora, ancora stasera, il vociferare e gli interrogativi fuori da teatro (ma anche dentro) sono rivolti ai nomi "ignoti", l'entusiasmo nascente ai nomi "noti". Pregiudizio giustificato? Forse più semplicemente curiosità, motivata in parte da quella smania di ricerca del "nuovo" a cui molti giovani musicisti hanno votato la loro arte.
Il contrabbassista Eddie Gomez, uno dei più famosi ed importanti musicisti della scena internazionale, già al fianco di Bill Evans per undici anni e che vanta nella sua lunga e invidiabile carriera collaborazioni e partecipazioni a formazioni illustri, quale quella con Miles Davis, con Chick Corea, con gli Steps Ahead ed altri, si fa accompagnare oggi, nel trio di cui è leader, dal pianista svedese Stephan Karlsson, al suo fianco da diverso tempo e con cui ha realizzato ben quattro lavori tra cui ricordiamo il bellissimo "Dedication" (Evidence, 1998), ed il giovane batterista newyorkese Nasheet Waits (che scoprirò attraverso un aneddoto aver incontrato proprio grazie al manager che accompagna il gruppo in questo tour, Toti Cannistraro).
Dopo i primi istanti in cui ci si trova persi ad inseguire con lo sguardo le bacchette di Waits, le dita di Karlsson, il pizzicato di Gomez tutto diviene chiaro, e la musica è "lei". Eseguito in pieno registro, ma senza alcuna dimissione da parte dei due più giovani musicisti, questo standard ci apre ad un concerto pieno, corposo, con un interplay ricco e le caratteristiche proprie di un tempo tipicamente afroamericano: un po' allargato, dilatato, tanto da dare l'impressione che ogni musicista ne segua uno suo personale pur non scostandosi dal dialogo uniforme. Molti i brani originali. Stephan Karlsson, già insegnante di conservatorio in Texas, dimostra nei brani a sua firma le sue ottime capacità di compositore: "Smiling eyes", che Gomez esegue su un attraente registro acuto pizzicando le ottave più alte del contrabbasso; "These is", brano che sembra essere scritto per il leader; "Three Kings"; "Prelude n° 4", un riarrangiamento di Chopin, che Gomez stesso definisce "un esperimento" con un sorriso sulle labbra ed uno sguardo un po' perplesso, ampiamente ripagato dal compiacimento del pubblico. Nell'immancabile e melodico omaggio a Bill Evans, "We will meet again (song for Harry)", l'interplay raggiunge livelli altissimi: a Waits spetta il compito di occuparsi della variazione di ritmo, compito che svolge egregiamente e sottilmente; Karlsson con le sue dita improvvisa sullo schema armonico; Gomez, guida indiscussa del trio, disegna la trama. Ma il vero apice del concerto lo si raggiunge con "Missing you", a firma proprio di Gomez (come "Double vision", che apre il secondo set): la liricità del contrabbasso suonato con l'arco, ad inizio e fine brano, richiama tanto alla musica classica quanto a linee base di un blues trascinante e melodico. In realtà anche su "Three Kings" il nostro ci accoglie con l'arco, ma su toni gravi e registro basso, creando un integrazione timbrica con i suoi compagni piena e rotonda. L'ultimo brano da scaletta, precedente al bis, ci permette come non prima di assaporare la batteria di Waits in un vigoroso solo, con frasi capaci di creare spunto per gli altri due musicisti che non fanno nessuna fatica a reinserirsi nel discorso. "Never let me go" … e tutti noi lo abbiamo desiderato.
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