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Jazzsett 2006
Gianni Lenoci Duo
Antonio Faraò Trio
Mirko Signorile & Gaetano Partipilo Telepathy Duo
Acquaviva delle fonti  1 - 3 settembre 2006
di Lorenzo Carbonara

Prima del set dell'Antonio Faraò trio, ad inaugurare la rassegna, ecco Gianni Lenoci al pianoforte accompagnato dal percussionista e batterista Marcello Magliocchi. La serata comincia per motivi di pubblico con oltre un'ora di ritardo rispetto al previsto, fatto dunque non imputabile a Lenoci, il quale al momento topico raggiunge il suo strumento - un bellissimo Kaway Gran Coda - si posiziona eretto di fronte agli ottantotto tasti e, sportosi fin sotto al coperchio sollevato della tavola armonica, si cimenta nel manipolarne la meccanica. Dopo essersi dilungato per circa tre quarti d'ora nel battimento, raschìo, percussione, anche con l'ausilio di corpi contundenti, della parte più delicata dello Strumento per eccellenza, in un improbabile dialogo sordomutistico con il batterista il quale cerca di assecondarne le intemperanze e dopo essersi prodigato in un arduo accompagnamento vocale, a corollario degli invasivi interventi meccanici perpetrati ai danni della cordiera, dei perni di fissaggio e, nota dolente, della pur robusta tavola armonica, il Nostro si siede finalmente sullo sgabello per proseguire con un diluvio di cazzotti sui tasti, imperterriti ritorni all'attacco della meccanica del povero Kawai. Ma il Kawai reagì a queste aggressioni evidenziando la verità oggettiva: completo travisamento della struttura di 'Round midnight ed utilizzo di schemi improvvisativi che non mascheravano errori esecutivi, dissonanze involontarie ed un generale scompenso in punto di igiene del suono. Come amante del jazz auspico che certe "mode" non dilaghino, e che non si cominci a credere che per dire qualcosa di nuovo occorre che il musicista si trasformi in qualcuno o qualcos'altro.

All'inizio della serata, durante la prima parte del massacro del Kaway, avevo il timore che Gianni Lenoci potesse disaccordare lo strumento al grandioso Antonio Faraò, ma poi mi sono ricordato che quest'ultimo sa far suonare un Clavinova come uno Steinway Gran Coda e mi sono tranquillizzato...e difatti!

Antonio Faraò ancora una volta si rivela totalmente soulfull, aldilà di ogni considerazione tecnica, che sarebbe inutile, considerato quanto già sia nota da decenni, nonostante la giovane età, la sua strabiliante conoscenza della tastiera, nonchè quel personale metabolismo creativo di tutte le principali esperienze musicali che gli ha consentito di perfezionare presto un sound inconfondibile.

Nel Jazzset di Acquaviva delle Fonti 2006, con gran fatica organizzato dall'encomiabile Giuseppe Netti (dopo averla avuta vinta su ogni tipo di ostacolo opposto dall'amministrazione locale, con gretta meschinità, a che le serate avessero luogo nel bell'atrio della sede comunale), Antonio Faraò stavolta si è fatto accompagnare da Dejan Terzic e Martin Jaconovsky, rispettivamente batterista e contrabbassista di sempre, scelta apprezzabile alla luce del fatto che spesso questi due musicisti non hanno potuto, per motivi di carattere meramente pratico, suonare con lui nelle tappe dei tour che hanno toccato la Puglia. Dunque chi c'era ha potuto ascoltare il trio nella sua formazione autentica. Jaconovsky è un bravo bassista, tuttavia è un po' troppo legato al ruolo tradizionalmente ritmico del suo strumento e difficilmente rischia di imbastire col piano e con la batteria un qualche dualismo di improvvisazione simultanea, ma questo è il suo unico "limite" e comunque ha il merito di concedere al pianista maggiore spazio in cui poter esprimere il suo ricchissimo linguaggio. Il talentuoso Dejan Terzic alla batteria si è rivelato un buon accompagnatore con qualche lieve carenza di gestione delle dinamiche col resto del trio denotando una forse eccessiva tendenza, mi si passi quest'espressione atecnica, "ad andarci giù pesante". E' comunque innegabile il feeling jazzistico che questo batterista ha con Faraò, il che permette di indulgere, entro certi limiti, agli eccessi di cui si parlava.

Il trio si è esibito in una serie di brani, perlopiù a firma del suo leader, tratti quasi tutti da Encore, il penultimo, pregevolissimo lavoro, di Faraò, il quale ultimamente ha pubblicato un album interamente dedicato all'intellettuale italiano Pierpaolo Pasolini, scomparso il secolo scorso in circostanze tragiche, ed intitolato appunto Takes on Pasolini.

Il pianismo di Faraò è risultato essere la somma di eterogenei approcci: possono percepirsi nel suo playing le eco di mostri sacri del jazz pur assai distanti tra loro - vi si scorgono le invenzioni armoniche di Mccoy Tyner, le acrobazie linguistiche di Oscar Peterson, la cifra ed il tocco lirici di Bill Evans, quando sposta il centro gravitazionale della tastiera dai toni medi a quelli alti e sovracuti, mai stanco di esprimere le possibilità pittoriche insite nelle ottave alte, e via dicendo - ma assimilati e riproposti dall'artista di Milano secondo uno stile unico e personalissimo, espressione di un carattere che segue solamente le sonorità che gli sono più congeniali, senza mai cadere nell'emulazione, che purtroppo caratterizza molti dei musicisti post-bop. Sicuramente la vibrazione più profonda del suo stile è di derivazione afro-americana e mentre lo ascoltavo non potevo non percepire l'ispirazione tratta dal grande Kenny Kirkland, "soul brother" di Faraò, prima di scomparire precocemente a New York. Non a caso era tale la stima nutrita dal pianista di colore nei suoi confronti da chiedergli di sostituirlo al piano quando per qualche motivo non poteva esibirsi in una tappa delle sue tournèe europee; inoltre Kirkland ha definito questo ragazzo di Milano "uno dei giovani pianisti jazz più grandi da anni ed anni", affermazione pienamente condivisibile. Senza pretese di completezza va infine evidenziato che Antonio ha una qualità che a parere di chi scrive è il non plus ultra in questa musica: un accento tendenzialmente up (in levare), di derivazione kirklandiana, appunto, ma interpretato con rinnovata e personale energia, che riproduce costantemente, durante la performance, la sensazione di quell'attimo afferrato-per-sempre-perso che è l'essenza emozionale del jazz e che non è facile trovare in altri pianisti spesso così inspiegabilmente lodati dalla critica. Pochissimi sono capaci di fondere così perfettamente lo studio e l'emotività, l'anima senza la quale non c'è arte. Ed Antonio Faraò ci è riuscito.

Nella seconda serata della tre giorni jazzistica al Palazzo Comunle di Acquaviva (2 sett. 2006) si è esibito il "Telepathy Duo", ovvero Mirko Signorile (piano) e Gaetano Partipilo (sax).
Il brano di apertura è un work in progress durante il quale il piano ed il sax alto seguono una conversazione dialogica improntata allo sviluppo istintivo della musica (formula già ben collaudata in più occasioni, tanto da dar vita ad una specifica formazione duale, prescelta da Signorile e Partipilo, per ora, solo nelle esibizioni live; sarebbe auspicabile a questo punto una incisione che raccolga i risultati messi a frutto da questo efficace connubio). Nello stesso tempo, senza contraddizione logica, ciascuno dei due si lascia portare dal proprio istinto verso tutte le possibilità inespresse del contesto. Il pianista e il sassofonista viaggiano su una doppia sinusoide, incontrandosi per poi cedere alla spinta centrifuga del suonar fuori e quindi fondersi ancora senza soluzione di continuità. Il suono morbido del piano a coda e quello liquido, a volte metallico (alla Jackie Mc Lean) del sax costituiscono un esercizio che inizialmente è di puro concetto, un vero piacere cerebrale. Sennonché il brano in esame è sia una traccia autonoma in stile avantgarde, sia una lunga premessa astratta che sfocia nella conclusione incoerente (gradevolmente incoerente) del celebre tema di Take The A Train (Ellington), tanto più godibile perchè sorretto dall'ordinato e fluido magma primordiale del dialogo d'apertura, dal quale esplode come un lapillo incandescente. Questo medley è musica davvero preziosa, da ascoltare. Una particolare menzione merita la bellissima interpretazione del vecchio standard tratto dal song-book americano Smoke gets in your eyes, che ha regalato agli ascoltatori momenti di grande intensità emozionale e pura musica, cui fa da giusto contrappunto, per l'eterogeneità delle idee sottese, l'avanguardista, sperimentale Modern subconscious, composizione originale di Partipilo.

Il pianismo di Mirko Signorile è impreziosito da un linguaggio molto ricco risultante dalla ottima tecnica e dalle forti capacità espressive e il suo temperamento artistico non rifugge dal suscitare spesso un effetto di Straniamento, con provocazioni metamusicali (come simulare di suonare tasti immaginari posti lungo il rivestimento esterno del pianoforte), che ben completa la filosofia del duo telepatico; quanto a Gaetano Partipilo, ascoltandolo in questo duo si capisce come già così giovane stia diventando un punto di riferimento del jazz italiano in Europa. Questo sassofonista può vantare un'intima conoscenza dello strumento e ben sa esprimere sia un sound più attuale, memore del Brecker di "Don't Try This At Home", di certo Greg Osby, sicuramente di Steve Lacy (quanto al Partipilo sopranista) e tanti altri, sia i fondamenti intramontabili della tradizione: ma come ci si potrebbe liberare da Charlie Parker anche volendolo? La leggenda vuole che il cat Eric Dolphy sia stato il solo a ghermire Bird, ma in realtà l'uccellino riuscì a divincolarsene. Credo che tutti coloro che suonano un ottone siano sostanzialmente imbrigliati nella dialettica Bird-Dolphy, che pone gli estremi entro cui possono esplicarsi le potenzialità fisiche dello strumento (almeno per quanto riguarda i fiati preposti al registro dal medio-alto in sù). Un po' come potrebbe verificarsi per i pianisti, che inevitabilmente dovranno fare i conti con il fondamentale bipolarismo Bill Evans-Kenny Kirkland. In tale bivalenza dialettica si muovono pienamente a proprio agio Partipilo e Signorile, come dimostrato anche in questa telepatica ed emozionante serata.



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Data ultima modifica: 11/02/2008

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