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Jazz al Metropolitan
2005/2006
Precisiamo subito: sebbene il loro genere non sia in effetti jazz in senso stretto, tuttavia l'atmosfera respirata al teatro Metropolitan di Palermo per il concerto di Tuck & Patti era quella. La voce di Patti ha infatti sfumature che ne accostano pronuncia canora ed intensità espressiva alle migliori voci del jazz di tutti i tempi e Tuck con la sua chitarra riesce a sostituire una intera sessione ritmica.
Chiusura con Say thank you, su un'andatura movimentata che però non convince gli spettatori a svuotare la sala: è necessario un ulteriore ingresso ed ancora un brano, l'incantevole Take my breath away, soffice e sussurrata, che lascia il ricordo di un'esibizione davvero toccante.
Più jazzistico certamente l'ultimo appuntamento della stagione, con il trio guitar di una vecchia conoscenza del teatro palermitano, John Patitucci, in formazione con il chitarrista Adam Rogers –già nei "Lost Tribe" con David Binney, Fima Ephron e Ben Perowsky – e Clarence Penn alla batteria, trio con cui il bassista newyorkese ha appena finito di incidere un nuovo disco, Line by line. Sempre intrigante il tocco energico e pimpante del contrappuntista d'origini calabre, con cui comincia Long ago and far away, standard scritto da Jerome Kern (testo di Ira Gershwin), qui in un arrangiamento del chitarrista, che si prodiga pure in un buon fraseggio, subito sottolineato dal primo applauso; quindi è la volta del leader, con un assolo breve ed artigliato sulle cadenze cristalline e schioccanti di Penn, a cavalcare il tempo in coda.
È Patitucci ad annunciare il titolo dei vari brani: Agitato, dedicato al traffico palermitano – pare infatti che a causa di questa "piaga alla Johnny Stecchino" il trio sia giunto in forte ritardo per il sound-check, meno di un'ora prima dell'inizio. Ipnotico, contratto e nervoso il contrabbasso, rapido il suo pedale, arabesche le note di Rogers, ed è sulle cromatiche progressioni che si staglia il notevole affiatamento fra i due strumenti. Di diverso appeal invece The root, incluso nel citato cd di prossima uscita, affrontato sul basso a sei corde ma con un arpeggio snodato che conduce alla freschezza di un ritmo in levare, una poliritmia molto africana, cui protagoniste sono le spazzole sorde del drummer afroamericano, a raccontare ancestrali storie incantatorie distese su variazioni di ritmi ed umori. Omaggio alla musica folk, spesso "negletta", in un'altra nuova composizione, Folklore, il cui disegno melodico iniziale sembrerebbe ispirarsi a "O sole mio": ampi paesaggi sonori, stoppate le corde del contrabbasso nel monologo di Patitucci, preziose le sottolineature di Penn sui piatti chiodati. È la volta di Rogers che imbraccia una acustica con corde di nylon per Dry September, la quale tuttavia risulta troppo composita, richiedendo una enorme applicazione da parte dei presenti. Apprezzabile tecnicamente, questo spazio "chitarristico" invece culmina emotivamente con la performance in duo di Patitucci e Rogers, per Nanà dello spagnolo Manuel de Failla, assente Penn: archetto con profondi bassi cavernosi, chitarra ancora acustica, languide atmosfere spanish che tengono in tensione l'attentissimo pubblico, il quale alla fine tributa l'applauso. Si torna ad una musica più facilmente digeribile – e divertente – con Phrygia, introdotta dall'elettrica di Rogers: ancora Penn in risplendente intesa con il contrabbassista calabro-americano, ma non è da meno il chitarrista, che si inserisce con un felice intervento. Conclude quindi la serata Purpose di Rogers – stratificazioni ritmiche, sestine a manciate di Patitucci e flessibili flussi melo-armonici per Rogers, sfavillante il break di Penn –: il brano più interattivo e disciolto della scaletta, avvincente, e poi il consueto balletto di inchini. Ovvio che l'auditorio insista per un bis, accontentato chiudendo il cerchio, come in apertura con uno standard, I fall in love too easily: armonicamente ineccepibile il periodare di Rogers, staccatissima la voce del contrabbasso al suo turno, elegante e preciso Penn, così da lasciare i convenuti soddisfatti d'aver ascoltato quasi un paio d'ore di buona musica – a tratti forse troppo assorta – e poter passare al rito di autografi e foto.
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