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Lee Konitz -
A Solo
Fra gli uomini e certamente anche fra artisti grandi e ricompensati dalla fama è cosa difficile trovarne qualcuno che sappia evitare l'errore di quell'imperatore, reso immortale dalla fiaba di Andersen, che, temendo di scoprirsi stupido e incapace, sorte che toccava a chi non sapeva riconoscere la bellezza degli abiti di presunti magistrali tessitori, finì con lo sfilare in corteo, tra il popolo, nudo. Ma ad un tratto un bambino, innocente come dev'esserlo un bambino in una fiaba, esclamò – il re è nudo! – e al re come a tutti gli altri adulatori toccò ammettere la propria miseria.
Dalla scuola di Lennie Tristano e dai suoi metodi si può dire che, più di qualsiasi tecnica, il sassofonista ne abbia ricavato per tutto l'arco della sua carriera una disposizione profondissima al canto. La sua improvvisazione non è mai una punteggiatura della progressione armonica di una composizione, mai un riflesso dei colori degli accordi ma procede con una coerenza tale che ciascuna melodia potrebbe esser presa come un tema di una nuova composizione, ha la qualità di essere come un discorso calibrato sulla lunghezza di un tempo prosaico, un tempo di racconto più che la coincisione estemporanea di un verso. Si capirà allora che se per il musicista la capacità compositiva deve intonarsi alle possibilità concesse dalla lunghezza del proprio respiro, per l'ascoltatore si tratta invece di prestare un'attenzione, una concentrazione mnemonica richiesta piuttosto da una musica completamente scritta. L'impressione di 'oggettività' che se ne ricava, come in Bach, ci ricorda un'epoca pre-romantica quando la notazione musicale era quasi del tutto chiusa nelle figure del punto e della linea e mancava il proliferare dei segni d'espressione. Questa 'oggettività' nasce non solo da quella qualità tematica che abbiamo cercato ora di descrivere ma anche dal privilegio accordato alla tecnica della variazione in virtù della quale, posta una melodia di partenza (non necessariamente il tema di uno standard come pure è accaduto), lo sviluppo della musica ne offre una continua trasformazione da pochi abbellimenti fino ad arrivare ad una frase che ha l'incisività di un tema tutto nuovo. Al di là della tecnica vi è alla base di questo processo, nel modo in
cui
Konitz lo applica, una capacità di immedesimazione nella tonalità
emotiva di un composizione,
Quando pronunciamo nel linguaggio di tutti i giorni la parola 'oggettività', facciamo riferimento ad una realtà che esiste indipendentemente da noi, che riceviamo così com'è, dura quasi come la pietra e muta. Di chi parlerà e a chi si rivolgerà allora una musica che pure con questa parola abbiamo finora cercato di definire? Spesso siamo abituati a chiedere alla musica di farsi specchio alle nostre emozioni ed è un vizio che nel mondo dei consumi, della cosiddetta fruizione, è diventato quasi una seconda natura. Esercitiamo in questo modo su di essa la presunzione di farne un possesso. Della musica che abbiamo ascoltato durante il concerto, della sua 'oggettività' idealmente sospesa e impalpabile nel buio della sala, possiamo invece dire che stava ad esprimere una realtà rispetto alla quale il pubblico e l'esecutore erano momenti, presi separatamente, soltanto dei fantasmi. Forse ci chiedeva di spogliarci dei nostri abiti, di esser nudi come il re che conobbe la propria verità da un bambino. Così dall'arte, anche solo per brevi momenti, noi abbiamo la rivelazione di esistere.
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