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Jazz al Metropolitan 2004/2005 di Antonio Terzo foto di Fabio Stassi
Eclettismo e versatilità sono le caratteristiche del chitarrista bostoniano Mike Stern (classe '53), allievo di Pat Metheny, poi al fianco di Billy Cobham, che, dopo il quintetto in condominio con Michael Brecker e la presenza nella band di Lew Soloff, viene ammesso nel 1981 nella formazione del nume nero del jazz, Miles Davis, dove milita per due
anni. Tale percorso musicale lo porta a maturare in quello che può essere definito l'ambiente più prolifico dell'epoca, quello dei prodromi della cosiddetta
fusion, idioma del quale Stern è divenuto esponente di primo piano, pur muovendosi con ugual padronanza sul terreno del jazz tradizionale. Non a caso fra le pubblicazioni discografiche che lo coinvolgono, oltre a quelle mitiche con Davis (The Man with The Horn,
We Want Miles, il live in Giappone Miles! Miles! Miles! e l'ultimo
Star People) e Tre nomination al prestigioso Grammy Award per gli album Is What It Is (nel '94) e Between The Lines (nel '96), la più recente nel 2001 per Voices, dove per la prima
volta il nostro inserisce sonorità vocali usate come veri e propri strumenti,
avvalendosi dell'esperienza del bassista Applausi e flash fotografici accolgono l'ingresso del chitarrista di Boston, che alla vista della sala colma sente già di dare una buona prova di sé, affiancato dai tre fidi compagni di palco: il camerunese
Richard Bona alle cinque corde del suo basso elettrico, Bob Franceschini al sax tenore e Dennis Chambers alla batteria. Scalda l'ambiente un blues scolpito sul perentorio disegno del basso, un riff nervoso all'unisono con il sax, quindi cambio d'ambientazione quando il basso prende a marciare con disinvoltura su strette divisioni ed il solo di Stern si veste sempre più di
fusion, mentre del blues iniziale rimane soltanto la cubatura armonica. Dopo un gioco di rivolti, via al distorsore che introduce un sound più rock – niente affatto eccessivo – mentre gli accordi di sesta/nona, anziché di settima, riescono comunque a mantenere il brano lungo il groove dell'eclettismo
fusion. Convinto l'applauso tributato al nuovo assolo del leader dopo il quale gli animi vengono placati dal
tenore che ritorna alle sonorità blues per poi perdersi anch'esso in un
fraseggio più energico e flessuoso. Notevole l'apporto solistico di Certo più morbida e dalle tinte romantiche Slow Changes (da Voices), con intervento del sax, stirato fino ai sovracuti, per sfoderare poi il più caldo timbro in registro, mentre in coda il break è schioccato da Chambers. Elegante ed arioso, il successivo pezzo parte con una avvolgente ed ampia introduzione in duo fra chitarra e basso – prossima l'uscita di un disco a "undici corde" –, che mette in luce la splendida intesa dei due ed in particolare la versatilità e spiccata musicalità del secondo: quasi sussurrata la chitarra, fervida la punteggiatura del bassista, le cui cinque corde provvedono piuttosto all'armonia, sostenendo le variazioni del chitarrista sul tema, ornate di citazioni da St.Thomas, con un dondolio dagli ammiccamenti reggae. Si divertono e divertono con una serie di numeri, in un lasso poetico per suggestività, ora implementato dal diafano vocalismo strumentale di Bona sopra le spazzole di Chambers ed il fremente sax di Franceschini, tornati in scena per svolgere il brano nell'alveo di codici sonori innegabilmente fusion, e della più "tradizionale". Dopo il duetto apre adesso un solo-guitar di cristallino nitore, Stern, moderno
menestrello, crea atmosfera ed il raccolto silenzio della platea sottolinea il
frangente assorto e coinvolgente. Stern presenta così la band che riceve il meritato applauso da un pubblico soddisfatto il quale tuttavia non vuol congedare i protagonisti dell'accattivante performance, che si convincono a dar fondo al proprio repertorio e chiudere con l'ultimo "pestante" giro di blues. Un concerto interpolato dal virtuosismo dei musicisti, sullo sfondo imprescindibile di una cifra spiccatamente fusion, nel senso ormai più "convenzionale" del termine. Unico appunto, la ripetuta e pedissequa chiusura con interminabili code che, se da un lato hanno comunque dato adito ad idee estemporanee di grande presa, dall'altro tuttavia hanno spesso tolto il piacere di un finale non strascicato, talvolta appesantendo, anziché riscattarla, l'indubbia levatura dei musicisti.
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