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La terza edizione del Nick La Rocca European Jazzfestival ha avuto svolgimento, come nelle precedenti, nella meravigliosa Villa Bruno di San Giorgio a Cremano (Na). La manifestazione, che rientra in un più ampio cartellone di spettacoli, arte e cultura, ha vissuto i suoi magici giorni nella struttura in cui si celebra, ormai da un decennio, l'apprezzatissimo "Premio" dedicato all'indimenticabile Troisi. L'atmosfera, come si può immaginare, è semplicemente incantevole: un centralissimo palco si affaccia su un'accogliente sala all'aperto completamente immersa nel verde e, grazie alla sua indovinata collocazione speculare, permette la corretta visione ed un buon ascolto in ogni settore. Una perfetta organizzazione ha dato vita ad un villaggio fatto di punti di ristoro, occasioni di particolari degustazioni ed altre offerte editoriali e culturali. La direzione artistica, nel segno di una lungimirante continuità, è stata affidata ancora una volta all'esperto e smaliziato Lino Volpe. Questi ha inteso orientare il Festival verso due importanti ed interessanti tematiche: la ricorrenza del cinquantennale dalla morte di "Bird", al secolo Charlie Parker, ed una finestra sulla canzone, attraverso un coraggioso percorso denominato "Cantiere d'autore". Per onorare il genio di Kansas City sono intervenuti alcuni virtuosi del sax alto; altresì, per tinteggiare di macchie sonore la canzone d'autore si sono alternati sul palco alcuni artisti capaci di fondere testo e Jazz in performance a dir poco inconsuete. La programmazione delle quattro serate ha rispecchiato appieno l'itinerario del suo intelligente ideatore offrendo, al competente pubblico partecipante, una variegata proposta di gruppi, solisti e quant'altro. Giovedì 15 Settembre Se nelle note iniziali ho sottolineato la continuità nel segno di Lino Volpe, non posso esimermi dal rilevare un'eguale tendenza nell'artista incaricato ad aprire la manifestazione: Marco Zurzolo. Il pirotecnico musicista, che in più occasioni ha dichiarato il legame affettivo a questo bellissimo proscenio, ha inondato di vibranti immagini sonore platea e tribuna del Nick La Rocca 2005, presentando un quintetto dalle tonalità forti ed una ritmica prorompente. I tre brani eseguiti, tutti tratti dall'ultimo disco "7 e mezzo" dello stesso alto sassofonista partenopeo, hanno anticipato alcune peculiarità, che nel successivo alternarsi di proposte e progetti, avrebbero caratterizzato il percorso della rassegna. Naturalmente, non intendo riallacciare il sound di Zurzolo ad altri che lo hanno succeduto, piuttosto mi piace sottolineare l'originale impronta che ha regalato con le sue sonorità dense di colori, energia e contaminazione etnica. Il passaggio del gruppo ha destato sincero interesse ed apprezzamento del pubblico, che ha gradito il sapore balcanico di "E sto bhene", la bellezza estetica di "Torno a sud" e la struggente dolcezza di "Sofia", dedicata da Marco alla sua bimba. Un'apparizione relativamente breve, ma carica di quei contenuti necessari a sciogliere il ghiaccio: al di là della simpatica consuetudine, Zurzolo porta con sé una ventata di freschezza e scanzonata immagine artistica. La sua musica, condivisa nell'occasione con il chitarrista Carlo Fimiani, il contrabbassista Davide Costagliola, il batterista Gianluca Brugnano ed il trombonista Alessandro Tedesco, offre palpabili emozioni che hanno coinvolto il divertito uditorio.
Una breve pausa e si passa alla storia del Jazz, un mito vivente del sax contralto, uno degli artefici del Cool: Lee Konitz. L'anziano sassofonista, ormai vicino agli ottanta, è apparso in una discreta forma fisica. Gli ultimi anni lo hanno visto spesso nel nostro Bel Paese, sia in contesti live, sia in numerose e variegate collaborazioni discografiche con molti talenti jazzistici italiani. Il suono del suo magico strumento, seppur leggermente velato dalla considerevole età., resta sempre ammantato di quel fascino in cui virtuosismo e sensibilità espressiva si fondono in un elegante lirismo.
Le sperimentazioni degli anni '60 si scorgono solo in qualche impercettibile accenno, attraverso alcuni cambi direzionali ritmico-armonici, ma è sempre la dotta visione del Jazz che prevale. Antonio Zambrini, al pianoforte, segue in punta di dita il maestro d'oltreoceano, non invadendo il campo al vecchio leone. Se questo, per alcuni versi, ha spalancato le porte ad uno sconfinato territorio su cui Konitz ha potuto spaziare in lungo ed in largo, per altri, il pianista lombardo con il suo apporto prevalentemente ritmico melodico non ha dato il giusto cambio solistico al sassofonista lasciandolo troppo solo nei quaranta minuti di concerto. Questi, dal suo canto, ha proposto in un'interminabile suite molte reminiscenze della propria carriera, fra cui Body And Soul, Autumn Leaves, All The Things You Are. L'americano, nel suo rincorrere antiche o contemporanee linee armoniche, ha ricercato spunti, carica emotiva e concentrazione e più volte ha dato il la al suo partner. Il pianista ha, solo in pochi flash improvvisativi risposto, restando un po' troppo all'ombra del sassofonista. In ogni caso, il parterre ha gradito ugualmente il duo, focalizzando l'attenzione su Konitz, che con ineguagliabile esperienza, ha colmato quelle lacune di imprevedibilità, dovute alla non perfetta immedesimazione dei due protagonisti. Dunque, anche se i tratti chiaroscurali hanno visto una predominanza delle ombreggiature, l'emozione di aver incontrato, un tale maestro del '900, ha trovato sfogo in un prolungato applauso finale. Poi, è la volta del Quintetto del pianista lombardo e, come nella stupefacente metamorfosi della crisalide, Antonio Zambrini cambia ruolo e dimensione. L'essere al centro del suo ensemble, la perfetta simbiosi con le proprie composizioni gli donano una consapevole maturità artistica che dispensa senza risparmio. La bravura nel condurre per mano la frontline solistica, formata da Fausto Beccalossi all'accordion e Giulio Martino al sax tenore, e la sezione ritmica, supportata da Tito Magialajo al contrabbasso e Ferdinando Faraò alla batteria, lo pone al centro della scena, consentendogli di dettare i tempi. Gli arrangiamenti dei sette brani, che hanno mostrato gran parte del contenuto dell'ultimo lavoro, sono stati molto apprezzati: applausi e commenti di approvazione hanno salutato l'intero svolgersi del concerto. Ambientazioni dalle sonorità molto dolci, molto rotonde hanno rapito l'attenzione degli intervenuti sia nelle composizioni ritmico-percussive come Esperanza, sia in quelle velate di malinconia come "Un italiano a Parigi" (dedicato ad un amico scomparso). Ed è proprio nella individuazione di un destinatario la fonte ispirativa del pianista/flautista, che ha proposto altri due brani con dedica: Garrincia, rivolto al noto campione del calcio carioca degli anni '50/'60 ed una simpatica rivisitazione di Africa, composizione di Abdullah Ibrahim/Dollar Brand, riconducibile alla tradizione musicale di quel Continente. Nel suo complesso una performance estremamente lineare in cui esposizioni solistiche e quadro d'assieme sono apparsi ben costruiti: un gruppo saggiamente orchestrato, dove tutti sono al centro della musica. A proposito, il disco di recentissima pubblicazione, presentato in gran parte nel concerto, ha per titolo Musica. Venerdì 16 settembre La seconda serata all'ombra del Vesuvio ha visto l'esordio di quel "Cantiere d'autore", sezione dedicata al non facile connubio fra parola e musica. Lino Volpe, infatti, nel presentare il primo artista, quale valida espressione della fusione testo-armonia, ha inteso sottolineare la necessaria sensibilità che un compositore impiega nella costruzione di una canzone, in particolare per quegli autori che si connotano in una dimensione un po' fuori dai comuni stereotipi. Marco Francini non ha lasciato spazio ad alcun dubbio sulla natura dei temi trattati, iniziando con un testo recitato su di una incisiva struttura in progressione, in cui lasciava facilmente scorgere riverberi ironici-espressivi, contenuti socio-politici ed altro. Le successive canzoni, La ballata del lavoro che non c'è e La canzone del fumo, hanno reso ancor più l'idea dello stile di scrittura del compositore campano, attraverso il tuffarsi delle liriche in linee armoniche molto diversificate fra loro. Accenni Jazz, Rock, Blues sono apparsi sopra le righe in aggiunta ad altre atmosfere molto vicine alla canzone d'autore (vedi De Andrè o Fossati), ma sempre dettate dalla volontà di proporre un prodotto dai toni cangianti. A seguire è la volta di Zingari un riferimento alla vita creativa dei popoli nomadi ed un ringraziamento ai compagni di viaggio: Paolo De Fazio al soprano e flauti vari, Carlo Licenziato al basso, Fabio Loffredo alla batteria e Edo Buccini alla chitarra. Ancora alcuni brani di tipo melodico quali Vulesse e Dov'è questo amore, poi una composizione dai riferimenti vagamente storici Carlo e Maria. Dunque, nel mescolarsi di melodia, canto e satira, si è consumato il primo gradevole approccio a questa interessante sezione, anche se va rilevato il ripercorrere di qualcosa già sentito nelle tematiche e nei contenuti, nonostante la personale visione dell'istrionico Marco Francini.
Come nella prima serata, qualche minuto per visitare i variegati stand e degustare alcune prelibatezze all'interno del villaggio poi, al richiamo della gentile speaker, il frettoloso ritorno al proprio posto. Dalle prime battute si è intuito che si sarebbe assistito ad una vera lezione del Jazz de "La Tradizione": l'appassionato maestro ha offerto uno spaccato del primo periodo della musica del secolo scorso con una perizia di informazioni e riferimenti storici capaci di coinvolgere anche i più coriacei assertori della poca utilità della conoscenza delle origini. Il primo pensiero del chitarrista è rivolto al musicista che dà il nome alla rassegna: Nick La Rocca. Questi, al secolo Domenico, nato a New Orleans da genitori provenienti dalla lontanissima Salaparuta (Trapani) in cerca di fortuna, pur avendo inciso il primo disco jazz della storia, è stato ingiustamente e frettolosamente dimenticato. La stessa sorte è toccata a tanti Italiani o figli di Italiani, che hanno intrecciato negli anni '20/'30 le proprie radici con quelle dei coetanei musicisti di quell'area geografica. A tal proposito, Patruno azzarda una tesi condivisibile che, visto l'apporto dei Leo Roppolo, Joe Venuti, Salvatore Massaro (in arte Eddie Lang) ed un'ulteriore interminabile sfilza di nomi, si potrebbe attribuire agli inizi del Jazz bianco, più una matrice italoamericana, che afroamericana. Quindi nel centenario dalla nascita del violinista di Philadelphia, Patruno ha formato un'orchestra che ripercorresse le gesta di Venuti e Lang, aggiungendo al suo nome la celebre sigla Blue For. Per realizzare tutto ciò, ha presentato Mauro Carpi, giovane talento siciliano, per folgorare la sala con String In The Blues in duo chitarra violino. Uguale procedura è stata adottata dal simpatico maestro per il basso sassofonista Giancarlo Colangelo, il trombonista/trombettista statunitense Michael Supnick ed il cantante britannico Clive Riche. Via,via che l'organico è andato ad infoltire le proprie fila, la tensione ritmica e le sfumature melodiche hanno attraversato la sala materializzandosi in alcune significative partiture: da Thomas Fats Waller a Louis Armstrong, da Django Reinhardt a Al Jolson, dalle musiche italiane del primo dopoguerra ad alcune colonne sonore della cinematografia statunitense il buon gusto ed il perfezionismo timbrico-strumentale hanno lasciato una nitida impronta. Patruno ha messo in piedi uno spettacolo, in cui garbata didattica e dosato virtuosismo hanno coinvolto il pubblico con disarmante semplicità, permettendogli quel successivo "ritorno al futuro" denso di ricordi e conoscenze, che si erano sbiadite nel tempo. Uno spettacolo, quindi, che troverà spazio nella partecipazione di tutti i componenti del gruppo al film di Franco Nero "Forever Blues" con musiche del chitarrista, in prossima uscita nelle sale cinematografiche italiane. Dopo l'ultimo omaggio a alla Tradizione con When The Saints Go Marching In, a luci spente, ho scambiato qualche battuta con il cortesissimo Patruno: F.P.: In un mondo così
avido di consumare nuove e fugaci emozioni, perché proporre la musica delle origini? F.P.:
L'alternarsi di brani a descrizioni di eventi, il fornire notizie biografiche
ed altro, sono frutto di una scelta meditata o un puro gioco di ruoli? F.P.:
Perché maestro il Jazz è completamente sparito dal palinsesto delle reti televisive
nazionali? Poi, ho rivolto una domanda al giovane violinista Mauro Carpi: F.P.:
Quali forti motivazioni hanno spinto un giovane solista verso una musica così
lontana dal proprio vissuto? F.P.:
In questo, il lavorare con
Lino Patruno
credo sia stata un'ulteriore motivazione? Sabato 17 settembre Prima che il terzo appuntamento del Nick La Rocca J. F. decollasse, mi illudevo di conoscere i più oscuri meandri della musica afroamericana e le sue molte derivazioni, quando Il teatrale prorompere sulla scena di Antonio Del Gaudio, ha reso possibile l'immediato svanire di qualsiasi certezza. Ovviamente sto scherzando, ma mi piace aprire la descrizione della serata del sabato con lo stesso piglio estemporaneo dell'eccentrico artista napoletano. Questi, impegnato a dar vita alla sezione "Cantiere d'autore", ha creato atmosfere felliniane, che dalle prime battute, hanno unito testi tenebrosi a strutture Punk-Jazz. Declamazioni fiammeggianti ed acidità espressiva hanno rappresentato i giusti ingredienti per collocare il tutto a metà strada fra il cantautore maledetto ed il narratore di monologhi esistenziali. Del Gaudio ha provato a calarsi in entrambi i ruoli, ottenendo un discreto fondersi degli stessi, in una performance di buona intensità. Il tema ricorrente della morte, vista come autodistruzione e non atto conclusivo della vita, lo scagliarsi contro ogni sorta di ipocrisia, sicuro viatico per il libero pensiero, rappresentano il fulcro su cui s'impernia la vena creativa dell'autore. Bisogna dire che, pur riscontrando talune forzature nei testi, il richiamo alla lezione di Giorgio Gaber, per quanto attiene l'aspetto teatrale, ed i continui riferimenti a Piero Ciampi, nell'approccio compositivo, sono nel loro complesso piaciuti. Anche la band, composta da Paolo Ferrara al pianoforte, Daniele Esposito al contrabbasso, Dario Guidobaldi alla batteria e Luigi Mormone alla chitarra, ha svolto il suo compito in modo adeguato, sottolineando quella vena francese di diretta derivazione da Bressans, che il suo leader porta ad esempio nei collegamenti testo-jazz. L'Io, Dopo il mare, Il camorrista, La ballata della moda (scrittura poco conosciuta di Luigi Tenco) e Dicembre sono state alcune delle interpretazioni del provocatorio Antonio in un concerto spettacolo assolutamente dissacrante, simpatico, ma non del tutto originale.
Nella seconda parte, ecco il prorompere di un Quartetto statunitense che ci ha bruscamente riportato alla celebrazione del cinquantennale dalla scomparsa di "Bird". La peculiare somiglianza ai gruppi dell'epoca ed il suono tagliente dell'alto sax di Charles McPherson hanno inondato di Bebop l'intera platea. Per ricordare le gesta del magico Parker non si poteva ricorrere ad interprete più coerente alla musica degli anni a cavallo fra il '40/'50. McPherson, infatti, ripercorre con il suo sax quel periodo con un vigore ed un'intensità difficilmente riscontrabili in molti contemporanei contesti jazzistici. Il suo alter ego, individuato nel pianista Michael Weiss, ed una robusta sezione ritmica formata dal contrabbassista Rubin Rogers ed il figlio trentacinquenne del leader Chuck alla batteria, sono una reale dimostrazione di come si possa ancora essere boppers ai giorni d'oggi. La voce dello strumento di McPherson è apparsa in tutta la sua luminescenza, intrecciando con il fluido e vibrante pianismo di Weiss, un dualismo fatto di straripante energia ed irrefrenabile individualismo solistico. Il supporto ritmico del duo Rogers/Chuck ha suggellato quelle atmosfere di un Jazz, dove la robustezza dinamica, è parte integrante di un assieme che esalta i singoli: il drummin' del giovane McPherson è apparso di stampo tipicamente statunitense con volumi eccessivamente elevati, mentre il groove del contrabbasso è risultato piuttosto scuro. Brani di chiaro stampo boppistico ed una struggente ballad sono sembrati notevolmente ispirati ma, dopo la prima mezz'ora di brillanti performance del quartetto, è iniziato un vero tormento meteorologico. Agli inizi, gli spettatori hanno resistito sotto ombrelli di fortuna, poi con l'incalzare di una vera tempesta tropicale anche i più stoici hanno dovuto abbandonare la propria poltroncina e gli ormai soli musicians li hanno seguiti negli spazi al coperto della bellissima Villa Bruno. Peccato, perché il celebre sassofonista, ricordato per essere stato al fianco di Mingus per molti anni e per tantissime altre collaborazioni eccellenti, aveva destato un'entusiastica impressione negli spettatori che seguivano con interesse l'intramontabile linguaggio di Parker e Gillespie. Domenica 18 Settembre Siamo giunti così alla quarta ed ultima serata di questa variegata ed interessante manifestazione jazzistica e, come prevedibile, non c'è da stupirsi se vi posso descrivere che già alle 20:30 la platea e le tribunette del Nick La Rocca erano gremite in quasi tutti i settori. Ebbene l'attesa per l'evento clu dell'intero Jazzfestival stava per materializzarsi di lì a poco ed i presenti lo confermavano con il loro nutrito esserci. Prima di ciò, come di consueto introdotto dalle simpatiche ed essenziali note di Volpe, è spettato ad un ensemble di giovanissimi musicisti ad aprire l'incontro parola-musica. Massimo Piccolo, ideatore dello spettacolo "Luna di seta", ha affidato alla intensa ed espressiva voce di Antonella Loconsole, al minimale ed elegante pianismo di Claudio Passilongo, il duo contrabbasso batteria di Daniele Sorrentino e Elio Coppola, nonché la personalissima voce di Annamaria Panico e il coinvolgente recitativo di Antonio De Matteo, il compito di offrire alla sezione "Cantiere d'autore" un crogiuolo denso di ironico e sensuale lirismo. In questo, il gruppo ha mostrato un sostanziale equilibrio che, nella struggenza interpretativa della Loconsole e l'argentina timbrica vocale della Panico, ha imperniato il susseguirsi delle canzoni presentate. Gli arrangiamenti adeguati alla scrittura di Massimo Piccolo ed alcune luminose finestre aperte in strutture dalla diversa provenienza (particolarmente toccante una rivisitazione della beatlessiana In My Life, hanno completato un'ora di musica e testi di buona qualità sinceramente apprezzati dai convenuti.
Poi, una buona pausa per visitare il villaggio mentre i tecnici, con professionale celerità, preparavano gli strumenti per lasciare il via all'evento. Finalmente l'ingresso dei tanto attesi Danilo Rea, Rosario Bonaccorso, Roberto Gatto, Gianluca Petrella ed il maestro per eccellenza della canzone d'autore italiana: Gino Paoli. Il cantautore genovese apre con il piglio da crooner di razza con il conosciutissimo standard All Of Me. A seguire, iniziano a scivolare uno dopo l'altro due classici della propria lunghissima carriera: Sapore di sale e La gatta, in cui l'estrosità del quartetto dà vita a variopinti e prolungati assoli. Se non fossi stato lì seduto ad ascoltare quella kermesse così vibrante, avrei erroneamente sostenuto che poteva trattarsi di una raffinata minestra riscaldata intrisa di sapori vari. Tutt'altro, la musicalità della voce di Paoli ed i serrati interplay dei virtuosi solisti hanno reso il tutto distante da prevedibili stereotipi. Il groove arioso del contrabbasso di Bonaccorso, sostenuto dallo stesso solista con un personale canticchiare del tema o degli assoli e la straordinaria eleganza degli approcci del trombone di Gianluca Petrella, alle stranote canzoni, sono risultate immediatamente le immagini più a fuoco di quest'ottimo "Incontro di Jazz". Il giovane trombonista ha espresso in ogni condizione una freschezza ed un perfetto controllo del proprio strumento tanto da incantare sia nelle declamazioni del tema, sia nell'assecondare la poetica del leader, come nel districarsi nei meandri degli assoli sontuosi dalle coloriture pastello. Il lirismo del pianismo di Danilo Rea, dal suo canto, ha strappato applausi a scena aperta in tutti gli assoli offerti senza risparmio: sconfinata dinamica, eccelsa capacità di percorrere la tastiera nelle sue più nascoste sfumature, percussività ritmica da vendere sono state alcune motivazioni del trasporto emotivo realizzato dal pianista con l'ammirato pubblico. Ancora due poetiche interpretazioni dalla tenera descrittività dell'amore: Soltanto per un'ora e la sempre verde Senza fine. Una stupenda ballad la prima, dove il tappeto armonico di Rea e la meravigliosa sensibilità espressiva di Petrella disegnano contorni sfumati; la seconda si trasforma in una struttura dalla leggera danza ritmica per lasciare, poi, il passo al solo quartetto. Questo, a briglia sciolte, s'inerpica con agile muscolarità verso una vetta ellingtoniana dalla robusta connotazione: Caravan. Avevo dimenticato di parlare di Roberto Gatto che, forse più degli altri, questo brano può descriverne le straordinarie doti di effettuare incredibili demi-volè, uniche nel suo genere per fantasia e dinamica. Dunque un concerto senza alcuna pausa per gli spettatori, un po' meno per il navigato Paoli che, fra un caffè ed un brandy ha ripreso con un bellissimo poker di standard: The Girl From Ipanema, Mi sono innamorato di te, My Funny Valentine ed Il cielo in una stanza. Un prolungato applauso ha richiamato sul palco l'intramontabile Gino e la splendida band per regalare l'ultima perla: Sassi. Circa cento minuti di musica e parole filtrate attraverso ambientazioni Jazz che non hanno stravolto le melodie originali, né sono state ingabbiate nell'essenziale lirismo poetico del testo, piuttosto la meravigliosa sensibilità dei protagonisti di rendere fluida la scrittura del compositore ligure per nulla a disagio con un linguaggio, a volte troppo ermetico, per esprimere appieno le ragioni del cuore. Una rilettura intelligente e rigorosa delle canzoni, una versatilità interpretativa dei quattro talenti ad assecondare l'autore, la mai banale ripetitività delle atmosfere in un insieme ben dosato fra collettivo e solismo. Con l'uscita di Gino Paoli ed i musicians che lo hanno accompagnato,
cala il sipario sulla terza edizione del
Nick La Rocca
Jazzfestival. Cosa si può dire di più di quanto già raccontato? Quasi nulla,
se non fare un rapido bilancio della manifestazione che ha offerto sicuramente più
luci che ombre, una buona direzione artistica nella programmazione, la simpatia
di Patruno,
la meravigliosa plasticità estetica di
Petrella
e la promessa di ritrovarci il
prossimo anno.
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