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35 anni … e li dimostrano tutti! La seconda serata del Mola Jazz Festival, headliner di Mar del Jazz, ospita sul palco, montato per l'occasione in Piazza XX settembre, gli Oregon. Il nome del gruppo ha le sue radici nel 1960, anno in cui Ralph Towner e Glen Moore si conobbero all'Università dell'Oregon ed iniziarono a collaborare a vari progetti, aperti alle sperimentazioni che andavano dalla world music alla musica etnica, dal jazz alla classica. Successivamente, grazie alla collaborazione con Paul Winter, col quale iniziarono ad apprendere la confluenza di vari generi musicali, nacque il quartetto degli Oregon.
Oggi, rispetto alla formazione storica (Ralph Towner, Paul McCandless, Glen Moore e Collin Walcott), l'unica eccezione è costituita dal batterista Mark Walker, subentrato a Trilok Gurtu nel 1996, che a sua volta aveva "sostituito" il compianto Walcott, scomparso nel 1984 in un incidente stradale. Come per i primi tempi del gruppo, in cui segno distintivo della musica era l'accostamento di una strumentazione propriamente classica, quella dell'oboe di McCandless, alle percussioni etniche di Walcott, la chitarra folk di Towner al contrabbasso jazz di Moore, anche oggi la strumentazione resta elemento caratterizzante della band. Un gran numero di strumenti sul palco: un pianoforte a coda, un sintetizzatore, le tastiere, la chitarra classica, una chitarra frame, tutti di Towner, gli innumerevoli strumenti ad ancia di McCandless, la batteria e le percussioni di Walker, il contrabbasso e il contrabbasso elettrico di Moore … "Come cominceranno?" viene spontaneo chiedersi. If apre la serata, senza che alcuna parola l'accompagni. Towner sale sul palco ponendo mano alla chitarra classica, iniziando con un assolo acustico aperto, inseguito dopo un breve lasso di tempo dal soprano di McCandless, il quale già sul finire del primo brano approfitta dell'apertura e, passando al clarinetto, sperimenta fin da subito un fraseggio dall'aria molto evanescente. I temi si susseguono così, con qualche parola di Towner, che innegabile leader presenta, tentando di cimentarsi anche con l'italiano, i brani ed i compagni di note, ed il movimento delle melodie, guidate più che altro dalla chitarra e dal piano di Towner e da quelle che non esiterei a definire sperimentazioni di McCandless, che con sapiente maestria (e non senza un pizzico di boria, ammettiamolo) alterna oboe, clarinetto, clarinetto basso, soprano, sopranino, flauto, tenore …. L'aria di Mola, se possibile, si arricchisce ancor più di paesaggi etnici e mediterranei. Da Joyful Departure a An Open Door, anch'essa come If dall'album celebrativo del 35esimo anno di vita degli Oregon, "Prime", Camjazz 2005, fino al lirismo del bis con Green And Golden, la vena melodica del gruppo è confermata da ogni suono. Territori, strutture, atmosfere. La suggestione aumenta grazie alla loro capacità di affrontare contesti molto differenti, sia nello stile sia nelle intenzioni, con sapienza, morbidezza nei passaggi e abilità espressiva. E' palpabile una storia di ricerca e sperimentazione timbrica da parte di ogni musicista; ricerca che ritroviamo, tolta l'ovvia dualità strumentale di Towner, anche nell'impressionante serie di strumenti a fiato utilizzati da McCandless, nell'integrazione di percussioni marcatamente etniche nel setup della batteria di Walker (djembé, darbouka,...), nell'uso del contrabbasso sia in pizzicato che con l'arco di Moore. Assistiamo allo snodarsi di percorsi che possono toccare sapori vagamente latin, accelerazioni swing, atmosfere più etniche. Percorsi che si decompongono in sperimentazioni free, per ricompattarsi in sonorità più solide, senza mai dare adito a forzature o autocompiacimenti, in un filo narrativo coerente e coinvolgente. Degno di nota, meglio, di note, il passaggio "free" tra An open door e Pepe Linque, passaggio consueto nelle loro performance dal vivo, in cui senza nulla di pianificato, i componenti si lasciano liberi di improvvisare, manifestando grandi capacità esecutive nei soli ed un interplay tale da sembrare orchestrato. Distant Hills, un vecchio brano del 1973, eseguito con McCandless (finalmente!) all'Oboe, risente notevolmente della nuova linea melodica del gruppo, anche se, pur vestendosi di un nuovo finale, riecheggia volutamente qualche sonorità della formazione originale. E' invece Doff, ultimo brano prima del bis, che vede Walker, mantenutosi fino alla fine sulla scia dell'accompagnamento, misurando di tanto in tanto qualche accelerazione ritmica in duo col contrabbasso di Moore, come nel secondo "free", cercare di evocare qualche acustica etnica concentrandosi in particolar modo sulle percussioni. 35 anni e si vedono tutti: equilibrio e raffinatezza, interplay e rispetto dei singoli suoni, riecheggiano nell'aria per tutta la durata del concerto, dinanzi ad un pubblico partecipe e generazionalmente composito, anche se non numeroso come ce lo si sarebbe, a buon diritto, aspettato. Se si pensa che dopo tanti anni sia difficile poter essere nuovamente conquistati dalle creazioni di un artista, allora vale davvero la pena assistere ad un live degli Oregon.
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