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Ornette Coleman Quartet

Ornette Coleman – sax alto, tromba e violino
Tony Falanga
– contrabbasso
Greg Cohen
– contrabbasso
Denardo Coleman
– batteria

Roma, Auditorium sala Santa Cecilia - 8 maggio 2005
di Marco De Masi (Roma)

Napoli, Teatro Augusteo - 9 maggio 2005
di Francesco Ughi (Napoli)

La sala è enorme, e quasi del tutto piena. Dominata da un brusio d'attesa, si prepara, con febbricitante palpitazione a contenere il grande evento. Coleman ha superato da un pezzo la soglia dei settanta, e tuttavia, se si dovesse dire che l'impaccio dell'età, non interferisca col suo modo di stare sul palco e con la sua voce strumentale, si direbbe una bugia. Stretto in un vestito stravagante soprattutto per i suoi colori accesi, Coleman, segue l'ingresso sul palco dei suoi compagni, strappando un applauso rumoroso ma sentito, al quale il giovane vecchietto sembra non dare troppa importanza, limitandosi a raggiungere il leggìo – posto al centro del palco – per soffiare una frase incomprensibile al microfono, ed imbracciare il suo solito sassofono bianco.

Un po' come nella sua musica, Ornette, sembra voler fare a meno del superfluo, di quella patina inconsistente di formalità, riferibile sia agli insignificanti convenevoli con il pubblico – non parlerà mai durante tutto il concerto – che alla sua concezione musicale, povera di inutili ricami e abbellimenti. A quasi cinquant'anni dalla sua prima registrazione – "Something else" 1958 – il sassofonista texano, ripropone col suo quartetto acustico, un'idea musicale molto vicina alla poetica dei primi anni: i temi, scarni e fulminei, mossi da una continua tensione, sono spinti dall'importante lavoro della batteria e di uno dei due contrabbassi, che dialogando ininterrottamente, lasciano sia al leader che al secondo contrabbasso – suonato con l'archetto – la possibilità di esprimersi in un'assoluta libertà ritmica e armonica.

In questa formazione piuttosto anomala, affascinante oltre che per la risultante timbrica anche per una certa presenza scenica, i due contrabbassisti, svolgeranno per quasi tutto il concerto ruoli del tutto differenti: uno sarà impegnato nella scansione ritmica e nella tensione armolodica; l'altro, dipingerà con l'archetto suoni di contorno, astratti e sempre azzeccatissimi, ricordando un po' – forse il paragone potrebbe sembrare un po' forzato – i pastosi e confusi fraseggi della tromba di Don Cherry. Alla batteria siede invece il figlio di Ornette, Denardo Coleman, che ci rivela un drumming potente e preciso, spesso però privo di quel trasporto e quella fantasia di batteristi come Billy Higgins o Ed Blackwell; limitato nel volume, da una gabbia di pannelli posti a semicerchio intorno alla batteria, che sarà così oscurata dalle voci degli altri strumenti, percepiti dal pubblico in modo più diretto – non si capisce se questo artificio sia stato voluto per ottenere un determinato suono della batteria, o per non aggredire i timpani malandati di Ornette...

Nonostante l'acustica della sala non permetta una buona udibilità, l'impasto timbrico derivato dal suono di questa batteria soffusa, dall'arguto e asimmetrico walkin' di un contrabbasso, dai visionari suoni con l'archetto dell'altro e non per ultimo dalla voce politimbrica del leader – che userà oltre al sassofono alto, sia la tromba che il violino, anche se solo in rari e brevi episodi – è comunque affascinante e suggestivo. Riesplorando il repertorio dei primi dischi come "Tomorrow is the question", "The shape of the jazz to come" e "Change of the Century", il gruppo giunge alla fine del concerto, concedendo due "bis" memorabili con Lonely Woman e Turnaround.

L'emozione tradisce a questo punto il pubblico, che accompagna le prime note dei due temi – ma soprattutto del primo – con una vera e propria ovazione: l'atmosfera diviene magica, evocativa, riempita dalla voce incerta del sassofono, che attraverso repentine variazioni di dinamiche, guida gli altri strumenti verso una libertà individuale, comunque funzionale all'espressione del collettivo.

Il concerto, scorre nel suo complesso piuttosto velocemente, attraverso composizioni brevi e non sempre ispirate, che lasciano pensare a una certa voglia da parte del leader, di archiviare velocemente la pratica, che per nostra fortuna, non sarà poi così veloce e sbrigativa, concedendo bei momenti di improvvisazione, sostenuti soprattutto dalle note dei due contrabbassisti, degni compagni del sassofonista.

Nonostante la vocalità strumentale di Coleman non sia più aggressiva e devastante come una volta, la sua visione musicale continua ad affascinare, a coinvolgere, e speriamo a stimolare una ricerca che, negli ultimi trent'anni, non sembra aver fatto altro che rigirarsi su se stessa.

Un Teatro Augusteo insolitamente poco gremito (il prezzo eccessivo dei biglietti, 50 e 38 euro, può essere una parziale giustificazione) accoglie calorosamente l'inventore del Free Jazz. In platea, fra i nostalgici cinquantenni che brandiscono copie consunte dei vinili di Coleman, c'è chi ancora ricorda il concerto del 1987 al Palapartenope, con lo storico quartetto formato da Billy Higgins, Charlie Haden, e Don Cherry.

Questa volta Ornette, elegantissimo con il suo cappello da Chicago anni '30, sale sul palco accompagnato da un insolito (ma ormai affiatatissimo) quartetto composto dal figlio Denardo alla batteria e da due contrabbassisti, Tony Falanga e Greg Cohen. Mentre il drumming del giovane Denardo risulta fortemente penalizzato da una cattiva acustica, causata da un muro di plexiglas che lo avvolge, è il lavoro dei due bassisti a incantare per tutta la durata del concerto (meno di un'ora) gli ascoltatori; mentre Greg Cohen si concentra sul ritmo e tiene le redini delle esecuzioni, il suo collega Tony Falanga è libero di disegnare con il suo archetto linee melodiche che a volte contrastano, altre volte dialogano a intreccio, con quelle che fuoriescono dal sax del leader.

Di tanto in tanto, e in modo particolare quando Ornette suona (a modo suo, manco a dirlo!) la tromba e il violino, si ha l'impressione che gli anni comincino a farsi sentire, ma questa sensazione svanisce ogniqualvolta il vecchio musicista imbraccia il suo tanto amato sax alto bianco.

Al momento di congedarsi, il vecchio Ornette, quasi sorpreso dall'ovazione della platea, indugia, sembra voler annunciare che la serata (e con essa anche la brevissima tournee italiana) è conclusa, poi torna sui suoi passi, si consulta con Tony Falanga, e, con Turnaround, regala un secondo, insperato bis.

Sembra quasi che con il passare degli anni (per la cronaca, 75!) la musica di Ornette sia diventata meno complessa e più "democraticamente" fruibile. In poche parole, l'armolodia non è mai stata tanto decifrabile quanto stasera.

 




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Data ultima modifica: 05/01/2008

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