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Padova Porsche Jazz Festival 2006
C'è una forza difficile da contrastare con la quale si confrontano tutti gli appassionati del jazz. Ogni volta che la sorte offre l'occasione di poter ancora ascoltare qualche "antico maestro", la stessa eccezionalità dell'evento è come se avvolgesse la capacità critica dell'ascolto con una rada, se vogliamo anche sottilissima, disposizione ad accontentarsi. Rispetto alla musica, che resta sempre troppo impalpabile, astratta, senza una figura tangibile, l'umanità che dal jazz promana è così imponente che difficilmente riusciamo a dimenticare l'età dell'uomo che ascoltiamo: difficilmente non consideriamo già una fortuna, persino un dono, il fatto che possa essere ancora lì, sotto le luci della scena, cercando con naturalezza o nello sforzo, di tenere strette le trame di una storia che viene dal cuore del Novecento.
Sì, corriamo il rischio di accontentarci e la nostra rinuncia spesso non è che il riflesso di quella dei musicisti. I loro suoni, un tempo tesi a rappresentare il "nuovo" – quante generazioni ha nutrito quel "nuovo"! – ora sembrano di fronte alla "realtà" mossi non più dalla lotta, ma da una come innocente voglia di attenersi al piano della semplice descrizione. Sembra che il ritmo della loro vita abbia realizzato il miracolo di accordarsi a quello della realtà. Si esprime in un canto, che onora la bellezza di ciò che esiste per essere così com'è e nient'altro; un canto che sarebbe assolutamente realistico se non fosse anche attraversato da una vena malinconica. Una volta Natalia Ginzburg definì questa cifra dell'arte di chi invecchia nei termini di una «riconciliazione col proprio imperfetto», che «canta e fugge nel fondo come un violino». Queste considerazioni sono ispirate certo dalla musica di Ornette Coleman come è accaduto di ascoltarla al volgere dell'anno scorso grazie al suo ultimo disco e in un concerto fra i diversi che ha tenuto in Italia. Anche un breve incontro col musicista ha arricchito queste nostre impressioni.
Lirismo e inquietudine procedono nella sua musica insieme, l'influenza
blues la agita non già come una venatura ma è invece un solco profondo e diffonde
in molte composizioni il sentimento di una tristezza acuta. Si passa dai tempi veloci
di due brani che da anni vivono nel suo repertorio come
Tournaround e SongX,
all'atmosfera latina e appena festosa di Matador,
mentre nei tempi più lenti di Sleep Talking
e soprattutto di Once Only, così come è
accaduto nel disco Sound Grammar (uscito da pochi mesi, è la registrazione
di un concerto dell'inverno 2005) sembra di
ascoltare i momenti migliori di questa musica. Grazie ad una maggiore possibilità
di distensione del discorso musicale, quando meno attive sono le insidie tecniche
dovute all'età, in questi ultimi brani
Coleman
dispiega un lirismo unico.
Coleman al di là della scena è un signore anziano, minuto, nascosto
sotto il cappello per proteggersi non si sa se dal freddo o per timidezza, riserbo
e bisogno di nascondersi.
Nei giorni precedenti il concerto, nessun tentativo di contattare il musicista attraverso la normale prassi giornalistica era andato a segno, l'ufficio stampa del festival sottolineava come proprio l'agente di Coleman avesse chiuso le porte ad ogni possibile intervista. Si doveva pensare che era il sassofonista a non voler lasciare dichiarazioni? Chi scrive nutre uno scetticismo di fondo verso la forma dell'intervista, pur verificando spesso la contraddizione di appassionarsi e divertirsi ogni qual volta una simile occasione si presenta. Lo scetticismo nasce dal dubbio se la musica sia poi materia così disponibile alla discussione e se esista una buona volontà, ma anche una capacità dei musicisti di illustrare a parole la loro arte. Sempre più spesso però accade di vedere come intorno ad alcuni artisti si costruisce da parte dei loro agenti una specie di cappa invisibile, come se il mondo esterno oltre alla realtà del concerto, altra funzione non possedesse. Del resto – così pensavamo – un musicista che ha fatto della libertà una pratica, sarà pure in grado di darci autonomamente una risposta. Insomma ciò che alla fine ci ha mosso è stata soprattutto la curiosità di capire quanto Coleman fosse libero in quella situazione: nel nostro immaginario il suo posto naturale era, piuttosto che l'asettico Hotel dove alloggiava, l'Arena Romana di Padova, con i suoi tesori di Giotto e, allora, del Mantegna squarcionesco.
Volevamo anzitutto che Coleman ci dicesse qualcosa sul significato che la parola "free" ha nella musica d'oggi e come sentisse lui questo concetto. Al sassofonista però premeva svolgere osservazioni più ampie: «io credo che la parola "free" – così diceva – si intoni piuttosto alla condizione umana in generale. Ognuno, se ragioniamo in astratto, quando nasce è libero e dovrebbe avere dinanzi a se infinite possibilità. Poi in realtà fra questa libertà astratta e l'esistenza c'è la qualità della vita. La vita è libera quando c'è salute e amore. Questi sono i due aspetti dell'esistenza che più hanno a che vedere con la libertà. Io personalmente cerco di trascorrere la mia vita mantenendo viva la fiamma dell'amore e della libertà». Allora gli abbiamo ricordato come per noi la sua musica rappresenta un' educazione a questi valori, aggiungendo però che durante il concerto avevamo riconosciuto in lui una vena profondamente melanconica (melancholy). «Tristezza (sadness), sono d'accordo – continuava – nella mia musica c'è tristezza. Ha a che vedere con la mia professione di musicista, col viaggiare in tanti posti e quindi avere l'opportunità di osservare molta gente differente che però vive in condizioni di miseria. Questo, semplicemente, mi rende triste. Mi intristisce continuamente sapere che ci sono persone che pagano per vivere, anche solo per respirare. Quante sono le persone che possono permettersi di vivere senza lamentarsi? Quante sono costrette a farlo? Io non ho nessuna ricetta pronta per risolvere questi problemi, nessun grande rimedio, so però che l'onestà aiuta. Per me è importante aiutare qualcuno a credere nei propri desideri e a rischiare di diventare ciò in cui crede. Occorre rischiare e questo significa cercare di perfezionarsi continuamente secondo l'ideale che si è scelto ed essere pronti ad aiutare chi ti chiede aiuto oppresso dal bisogno». Purtroppo il tempo dell'incontro è durato un attimo, prontissimo l'agente del musicista è intervenuto. Abbiamo avuto appena il tempo di lasciargli come piccolo dono dei cioccolatini viola del colore della sua giacca...
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