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Brass Group di Palermo "Musiche del nostro tempo" Palermo, 9 maggio 2003 – Chiesa di Santa Maria dello Spasimo di Antonio Terzo
Annuncia il quartetto di Patrizia Barber una breve introduzione di Franco Fayenz, che ricorda quanto gli assonnati critici di una delle recenti edizioni di Umbria Jazz abbiano avuto allora un sussulto all'esibizione dell'artista adesso protagonista della serata del Brass, unica tappa italiana del suo tour.
Dando prova fin da subito della propria sensibilità suonando temi molto noti, la Barber canta You don't know me, ballad della tradizione americana portata al successo addirittura da Presley, qui eseguita per sola voce, con una trascinante sensualità, risaltata da accordi di piano appena accennati: un momento di rara intensità, mentre un leggero zefiro sprigiona un carezzevole profumo di zagara che rende ancora più incantevoli le note della Barber. L'assolo è affidato alla Strat di Alger, e forse sarebbe stata più appropriata l'acustica, impressione confermata pure da un timido applauso cui non segue un fragoroso scroscio. Ma ciò non compromette le intense emozioni che l'esecuzione suscita.La voce diviene se possibile ancora più grave, quasi un soffio, nella breve presentazione dei musicisti e del brano successivo, Post-modern Blues, tratto dal cd Modern Cool. A rapire è proprio la profondità del timbro vocale, che non l'arrangiamento molto surreale: i bongos a supporto della sola vocalist per il primo giro, gli armonici stoppati della Strat, il pizzicato sul ponticello del contrabbasso, anche la Barber sevizia dall'interno le corde del piano, cavandone un particolarissimo arpeggio con le dita. Dopo questo inciso abbastanza fuori le righe, post-moderno appunto, Autumn leaves riceve l'approvazione di un pubblico più sensibile, sembra, agli standards: un'esecuzione per voce e contrabbasso – due registri profondi – che scuote interiormente, il solo di Arnopol, che si produce con l'archetto, denota un eloquio di fine base tecnica, cui si aggiunge una notevole fantasia esecutiva. Quando il tema è stato ormai sviscerato in tutte le possibilità espresse da questa versione in duo,
Alger, tornato all'acustica, sviluppa dei numeri orchestrati su intervalli di quinta, senza mai abbandonare il plettro, ispirato dall'intervento del piano: ne deriva un forte pathos che riporta la Barber a cantare le rime di Prévert, su un accenno quasi blues che adesso coinvolge tutto il gruppo, in un leggero dondolante swing. La pianista china la testa a livello della tastiera, scompare quasi prostrandosi dietro lo strumento, esterna la musica che le sale da dentro e di cui all'unisono canta le note. Singolare idillio fra piano e chitarra, interloquiscono sostenendosi a vicenda, il walking bass della Barber, gli accordi spezzettati di
Alger, per concludere con voce e chitarra, ancora in duo…
Omaggio ad uno dei pianisti preferiti di Patricia Barber, Jackie Terrasson, anche questi artista in perenne bilico tra tradizione e post-modernismo, autore di questa Like J.T., ancora un brano in cui la jazzista agisce sulle corde del piano dall'interno. Il ritmo è quasi funky nel monotono disegno reiterato del contrabbasso, con improvvisazione modale che riecheggia, molto da lontano, le atmosfere di certo cool-jazz. Il tempo in due impegna tutti, la Strat di Alger sviluppa una improvvisazione free ed i piedi nudi della Barber, ballando sotto il piano, fremono e non riescono a fermarsi un attimo. E' adesso il turno di Eric Montzka, la cui batteria, incalzata dal fitto passo del basso, fraziona il tempo in tante minuscole parti, sempre più strette, sempre più veloci, sempre più in crescendo, per esplodere nell'applauso meritatissimo che il pubblico gli tributa."It's coming on Christmas", è l'inizio di River, di Joni Mitchell, una sortita nel genere pop, intima e lentissima, solo piano e voce, quella voce che da penetrante sa divenire eterea, per finire con un accenno di Jingle Bells sulla coda minore del melanconico brano. Una sofisticata voce piena di sorprese, di profonde sfumature e sussurrati falsetti, che sull'intro dell'elettrica esegue Black Magic Woman, di Green ma nota per l'edizione di Carlos Santana, un blues serrato, quasi un velato tango schematico, ancora più latino sulle note in doppia ottava del piano. Dapprima supportato dai soli bongos di Montzka, poi suffragato anche dal contrabbasso, rapidissimo è il fraseggio distorto dell'elettrica, un po' insistente su alcune figure e con microclimi spesso rockettari. E poi un nuovo fill per la batteria sul giro del contrabbasso. La Barber si alza e ringrazia il pubblico e… se ne va!Da registrare infatti il malinteso tra pubblico ed artista, il primo poco persistente nell'applauso di chiusura, la seconda oltremodo lenta nel riguadagnare la scena, certamente stanca, ma forse pure troppo abituata alle ovazioni dei club e comunque di platee meno eterogenee e più esperte di contesti jazzistici. Un peccato per il mancato bis, perché il concerto, considerata la particolarità della protagonista, è comunque piaciuto.
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