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Enrico Rava – Franco D'andrea Duo
15 Marzo 2006 La Palma Club Roma
di Daniele Mastrangelo

Rava e D'Andrea sono certamente fra i migliori musicisti di jazz in Italia oramai da tanti anni e secondo una lezione di continuo rinnovamento. 'Musicisti' nel significato più completo che si può dare a questa parola ovvero in quanto maestri nell'improvvisazione, nella composizione e, non da ultimo, per l'attenzione costante che rivolgono alle nuove generazioni.

Per chi voglia sapere quanta storia sia sedimentata in questa collaborazione, basterà ricordare che il loro incontro risale alla fine degli anni '60, quando il cosiddetto 'jazz italiano', quello che oggi rischia di diventare sempre più una marchetta, era faccenda di una elite sia di musicisti che di pubblico entrambi, nell'immaginazione di chi scrive, forti di un grande bisogno di fantasia e libertà.

Allora Rava e D'Andrea seguivano il corso della loro formazione in maniera complementare. Il primo, trombettista, fedele all'indole cosmopolita della sua città d'origine Trieste, raccoglieva esperienze fuori dall'Italia, a Londra oppure in Argentina o a New York. Il secondo, pianista, usciva da una piccola cittadina dell'Alto Adige e cominciava a conoscere a Bologna e a Roma come da un binocolo quanto di più nuovo allora offrisse il jazz internazionale.

Questa 'storia parallela' ha lasciato delle tracce forse piccole, ma comunque rivelatrici, nella proposta musicale della serata. La bellezza della musica che il duo ci ha offerto sta infatti nel confronto fra due stili, due modi di esprimersi attraverso l'improvvisazione, insieme diversi e complementari. Se Rava ama la melodia nel fraseggio e tende a esprimersi in maniera sempre più scabra e lirica come in un lavoro di continua limatura, D'Andrea procede dal piccolo al grande con la curiosità di scoprire anche in un frammento di tema l'occasione per una proliferazione di variazioni o suggestioni. Ma, qui la loro bravura, la loro capacità di ascoltare, nessuno dei due cede alla possibile degenerazione della rispettiva cifra stilistica. Il primo non è mai ricorso a quel romanticismo di maniera spesso in voga fra trombettisti, il secondo ha dosato i suoi interventi 'solistici' con discrezione senza essere artificioso o cerebrale.

Il repertorio è stato principalmente occupato dalla reinvenzione di standard classici come I'm Getting Sentimental Over You, My Funny Valentine, Misterioso. Fra i momenti più belli la dedica speciale alla martoriata New Orleans con il brano di Louis Armstrong Do You Know What It Means To Miss New Orleans e poi una versione intensa di When Lights Are Low.

L'ultima nota è però un disappunto. Roma è fra le città del mondo, una delle più ricche nella programmazione jazzistica. Non altrettanto maturo però è il suo pubblico, troppo poco curioso e per questo schiavo soltanto di ciò che gli viene presentato come l' 'evento'. L' 'evento' nella logica della pubblicità, spesso è fatto dal luogo, dalla giornata della settimana o dalla propaganda commerciale e allora accade che uno stesso musicista si trovi a riempire una sala da mille posti o ad avere quindici paganti in un club. Così il concerto di questa sera che avrebbe potuto raccogliere un pubblico numeroso è stato apprezzato da pochissimi. Forse quando si giudica come d'orata la stagione attuale del jazz italiano si dovrebbe avere una maggiore prudenza interrogandosi magari di più sulla qualità del suo pubblico.




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