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Un gran bel suono di tromba, non c'è che dire. Sarà perché
si tratta di quella appartenuta a Miles, sarà che Wallace Roney, titolare
del cimelio – per fortuna non consegnato al silenzio di una teca –, la tromba comunque
sa davvero suonarla, sarà magari perché essa trasfonde in chi la imbocca un'emozione
particolare che promana fino a chi l'ascolta,
Tavolozza più degradante verso tonalità di grigio per
Prototype, brano eponimo
del cd, lento e languido in ambientazione metropolitana, note tenute dalla tromba
ad innalzare la tensione, con un fraseggio che si fa più spedito su annotazioni
che si tingono sempre più di pop jazz e di un coinvolgente groove. Il più
giovane Roney si mette in luce anche al soprano, meno travolgente del tenore, ma
certo anche più duttile. Elettrico e modale, a sprazzi malinconico, è proprio per
questa via che il gruppo smuove suggestioni sonore ormai collaudate al jazz contemporaneo.
Rievocazioni marcatamente milesiane in Then and Now, di cui lo stesso trombettista è autore, volutamente insistente su piccole frasi, più volte ripetute, costruite per modi, con energica verve; anche il sassofonista carica il proprio strumento di una valanga di note, e sotto lo strato superiore, le cadenze del piano, scalpitante il ritmo di Okegwo, alimentato dal ride di Allen, poi nettissimi gli acuti della tromba. Ed anche nel brano finale – forse Three views of the blues – il gruppo si affida ai dubs provenienti dalla consolle con vari effetti, cui risponde leggero il Rhodes, poi accordi obbligati del piano, ed il ritmo rallenta, spaccato in mezzo dal contrabbasso, mentre emergono voci campionate dai dischi ed i fratelli Roney lanciano unisoni in ottava: dinamico il tenore, più riservata questa volta la tromba, un intervento rilassante. A seguire, il turno all'impronta di Antoine Roney, più penetrante, splendido e trascinante, quindi l'esposizione conclusiva del tema.
Per la "Zona della Favola", invece, accompagnato dall'Orchestra
diretta da
Roberto Spadoni, featuring John De Leo – ex lead-voice
dei Quintorigo –, il gruppo Belcanto del batterista Ettore Fioravanti
ha eseguito nella seconda parte della serata tre favole, prima, l'operina sinfonica
Per chi conosca l'opera del russo – e non sono pochi –
i temi melodici che nell'originale individuano i vari personaggi erano riconoscibilissimi
ed il sapore della storia è stato rinfrescato dalla rilettura jazz, ma ancor di
più dalle splendide esecuzioni improvvisative dei vari solisti chiamati in causa,
ciascuno con un proprio ruolo preciso, proprio come del resto aveva voluto l'autore:
l'anatra assume la voce del sax soprano di Tino Tracanna, il gatto veste
i cavernosi registri del clarinetto basso di Achille Succi, il nonno il vocione
grave del contrabbasso di Giovanni Maier, il lupo le note subdole del trombone
di Beppe Caruso, l'uccellino i trilli delicati degli acuti in grappoli del
piano di Stefano De Bonis, mentre Pierino è caratterizzato dall'ensemble
orchestrale. La semplice storia vede Pierino nei pressi dello stagno dove stanno
litigando un'anatra ed un uccellino: nascosto, un gatto cerca di saltare sul volatile,
che avvertito da Pierino si salva. Il nonno, attirato dagli schiamazzi, rimprovera
tuttavia Pierino per essere uscito dal cancello,
Fin qui la serata è proceduta in modo scorrevole; mentre l'esecuzione delle altre due fiabe musicali – La tartaruga, l'elefante e la balena, ed Il corvo saggio – per quanto altrettanto brillanti ed amabili, giungeva in coda ad un programma concertistico già ben nutrito, risultando allora piuttosto impegnative in considerazione dell'attenzione richiesta al pubblico per seguire la narrazione dei fatti esposti. Vi si è comunque distinta, oltre alla già citata maestria dei solisti in causa, la voce di De Leo: troppo enfatica forse nel tracciato narrativo prokof'eviano, essa incanta maggiormente quando durante l'ultima favola si lascia andare ad un po' di sano vocalese dal retrogusto jazzistico, che le sue doti canore gli consentono.
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