Jazzitalia - Live: 39th International Jazz Festival Saalfelden 2018
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39th International Jazz Festival Saalfelden 2018

23-26 agosto 2018
di Aldo Gianolio
foto di Matthias Heschl

Triple Double - Tomas Fujiwara - Saalfelden 2018Triple % Double - Tomas Fujiwara - Saalfelden 2018Triple Double - Tomas Fujiwara - Saalfelden 2018Triple % Double - Tomas Fujiwara - Saalfelden 2018Triple % Double - Tomas Fujiwara - Saalfelden 2018
Triple Double - Tomas Fujiwara - Saalfelden 2018Jaimie Branch - Saalfelden 2018Jaimie Branch - Saalfelden 2018Marc Ribot - Saalfelden 2018Erik Friedlander - Uri Caine - Saalfelden 2018
Erik Friedlander - Uri Caine - Saalfelden 2018Erik Friedlander - Uri Caine - Saalfelden 2018Erik Friedlander - Uri Caine - Saalfelden 2018Erik Friedlander - Uri Caine - Saalfelden 2018Erik Friedlander - Uri Caine - Saalfelden 2018
Erik Friedlander - Uri Caine - Saalfelden 2018Erik Friedlander - Uri Caine - Saalfelden 2018Erik Friedlander - Uri Caine - Saalfelden 2018Erik Friedlander - Uri Caine - Saalfelden 2018Erik Friedlander - Uri Caine - Saalfelden 2018
Erik Friedlander - Uri Caine - Saalfelden 2018Erik Friedlander - Uri Caine - Saalfelden 2018Erik Friedlander - Uri Caine - Saalfelden 2018Erik Friedlander - Uri Caine - Saalfelden 2018Erik Friedlander - Uri Caine - Saalfelden 2018
Erik Friedlander - Uri Caine - Saalfelden 2018Erik Friedlander - Uri Caine - Saalfelden 2018Erik Friedlander - Uri Caine - Saalfelden 2018Erik Friedlander - Uri Caine - Saalfelden 2018Jaimie Branch - Saalfelden 2018Jaimie Branch - Saalfelden 2018
Jaimie Branch - Saalfelden 2018Jaimie Branch - Saalfelden 2018Jaimie Branch - Saalfelden 2018Jaimie Branch - Saalfelden 2018Jaimie Branch - Saalfelden 2018Jaimie Branch - Saalfelden 2018
Marc Ribot - Saalfelden 2018Marc Ribot - Saalfelden 2018Marc Ribot - Saalfelden 2018Marc Ribot - Saalfelden 2018Marc Ribot - Saalfelden 2018Marc Ribot - Saalfelden 2018
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Il festival jazz di Saalfelden, cittadina austriaca nel distretto di Zell am See, nel Salisburghese, festival quest'anno arrivato alla trentanovesima edizione con una programmazione prevista dal 23 al 26 agosto, si svolge in diversi luoghi: al Kunsthaus Nexus, per i concerti cosiddetti Short Cuts (a pagamento), presso il Palazzo dei Congressi (Kongresspalast) per i concerti principali del Main Stage (a pagamento), nella piazza (Rathausplatz) di Saalfelden per i concerti gratuiti del City Stage e in vari luoghi attorno al paese per i City Tracks e gli Alm Konzerte, sempre gratuiti. È un festival diventato punto di riferimento mondiale per il jazz di sperimentazione, d'avanguardia o, comunque, fuori dagli schemi del maistream.

La prima sera, giovedì 23 agosto, al Nexus due concerti, uno dietro l'altro.
I tredici musicisti austriaci del Little Rosies Kindergarten hanno fatto una ottima figura, tanto da meritare, secondo la nostra personale classifica finale, la palma del miglior gruppo fra i giovani. La leader batterista, Judith Schwarz, ha guidato da dietro i tamburi le due voci, i due violini, il violoncello, la tromba, i tre sassofoni, il piano, la chitarra e il contrabbasso con puntuale e lucida veemenza, facendo quello che dovrebbe sempre fare il batterista, cioè il direttore d'orchestra. I brani, da lei composti e arrangiati, sono lunghi e estremamente cangianti di umori e situazioni, di colori e di ritmi, mescolando aggricciante musica dotta contemporanea, rock esplosivo e free temerario, al tempo stesso rimanendo perfettamente coerente.
 


I finlandesi del quartetto eCsTaSi, diretto dal chitarrista Raoul Björkenheim e composto anche da sassofono, contrabbasso e batteria, hanno espresso un convincente free funkeggiante, molto ritmato su tempi dispari e/o composti, senza offrire particolari novità espressive, ma comunque con un costrutto sempre ben congegnato e assolo potenti e intensi (bravo il tenor sassofonista Pauli Lyytinen).

Il giorno dopo altri due concerti al Nexus. A mezzogiorno e mezzo inizia il Chamber 4 che riunisce i due fratelli francesi Ceccaldi, Théo al violino e Valentin al violoncello, e i due portoghesi Luis Vicente trombettista e Marcelo Dos Reis chitarrista che, in una libera e collettiva improvvisazione minimal-cameristica, hanno prodotto una musica tesa, timbricamente raffinata e di recondite asciutte armonie.

A seguire i Kuu!, due chitarre, batteria (il bravissimo Christian Lillinger, che si esibirà in seguito anche con il trio Punkt.vrt.Plastik) e la vocalist Jelena Kuljic: musica pop-rock-progressive, molto energica e zeppa di vortici obnubilanti.

Il primo concerto al Main Stage del Palazzo dei Congressi è alle 19, con Ulrich Drechsler, clarinettista austriaco dalla grande tecnica (e bella voce), accompagnato da elettroniche, piano, contrabbasso, batteria, due cantanti e un dicitore di testi poetici: le atmosfere hanno venature orientaleggianti e l'andamento è fascinosamente corrusco.

Alle 20,30 segue il trio Finlandese Virta, guidato dal trombettista Antti Hevosmaa (concerto multimediale con l'aggiunta di due designer digitali), che riprende un po' la musica di Nils Petter Molvaer per le sequenze elettroniche dagli eco rintronanti e gli accompagnamenti ripetitivi e stordenti.
Poi, dalle 22 fino alle ore piccole, quattro concerti, due al Nexus e due al Main Stage, che in parte si sovrappongono. Riusciamo a ascoltare solo quelli presso il Main Stage. Marc Ribot in quartetto con Jay Rodriguez (sax soprano e flauto), Nick Dunston (contrabbasso) e Nasheet Waits (batteria) presenta il concept concert Song Of Resistance (il disco è uscito in questi giorni), pezzi più o meno di protesta (anche Bella Ciao cantata, come altre, dallo stesso Ribot) trasformati in modi inaspettati, portati spesso al parossismo sonoro con approccio ferino, attacchi vigorosi, suoni ad alto volume e distorti, ma anche a volte diventando lirici e delicati, un maelstrom fra punk e impressionismo, Ayler (con un troppo canonico Rodriguez – perché anche il free ha i suoi canoni, non solo il mainstream -) e il Miles elettrico, il blues e il latin, tutto rivisto attraverso la poetica visionaria ed eversiva del leader.

A seguire, di nuovo il violinista Theo Ceccaldi, già sentito con i Chambers 4, adesso con il sestetto Freaks: molte idee, a volte strabordanti, legate a doppio filo alla poetica di Frank Zappa, presentate con ponderosa energia e potenza di suono fra mille ghirigori, cambi di percorso, fermate inaspettate e riprese perentorie (importante il lavoro di sostegno e cucitura del batterista Etienne Zemniak).

Sabato, all'una, l'esibizione fuori programma del duo del chitarrista Elliot Sharp (anche alle elettroniche) e del giovane batterista austriaco Lukas König (a proposito, c'è da notare e al contempo compiacersi di quanti valentissimi giovani musicisti sia piena l'Austria), che hanno improvvisato liberissimamente per un'ora producendo musica fragorosa, turbolenta, dura, solo apparentemente torbida e indefinita (è l'alto volume che inganna), invece piena di sottigliezze e iridescenze.
Altri concerti al Palazzo dei Congressi, sino a tarda notte (perdendone altri in contemporanea al Nexus). Da segnalare il gruppo A Pride Of Lions con cui il free jazzman di vecchia data Joe Mcphee, settantottenne, ha coniugato il free jazz old style, un po' demodé, con aromi, istanze, sonorità della musica folklorica dell'Africa Occidentale, attraverso l'uso di strumenti tipici (il guimbri suonato dai due contrabbassisti Guillaume Séguron e Joshua Abrams e la mbira suonata dal batterista Chad Taylor), oltre i sassofoni tenore e baritono di Daunik Lazro e, del leader, la tromba tascabile e il sax alto di plastica bianca (come quello che avevano suonato anche Charlie Parker e Ornette Coleman). Momenti caotici e irruenti si sono alternati ad altri più ponderati e sfumati, con qualche sporadica caduta di tensione espressiva.

Mandorla Awekening II è il lavoro fortemente politicizzato presentato, basandosi su un suo stesso racconto, dalla flautista e compositrice Nicole Mitchell, con un ottetto d'eccellenza formato da Avery R Young al canto, Kojiro Umezaki al shakuhachi, Renée Baker al violino, Tomeka Reid al violoncello e banjo, Alex Wing alla chitarra elettrica e all'oud, Eigen Aoki al contrabbasso, Taiko Jovia Armstrong alle percussioni. Strumenti atipici, generi mescolati, timbri diversificati, situazioni mutevoli, molti momenti solo di atmosfera, premeditate lungaggini e alla fine il rapper Avery R Young che ha dato un scossone declamatorio fortemente funkeggiante.
 
Il chitarrista Elliott Sharp, assieme alla co-leader cantate e arpista Hélène Breschand, a Shayna Dulberger al contrabbasso e Maurice Demartin alla batteria e vibrafono, ben preparati su un repertorio in gran parte scritto per il progetto Chansons du Crépuscule, lavoro a tinte foscamente e chiassosamente goticheggianti, è stato meno convincente rispetto alla completamente estemporanea improvvisazione in duo di qualche ora prima.

Poi, a ruota, il sassofonista londinese Shabaka Hutchings ospite del sestetto austro-tedesco Shake Stew: un innesto che però non è pienamente riuscito, nel senso che Hutchings è meglio con i suoi gruppi, con cui forma un tutt'uno omogeneo. Qui sembra rimanere un po' fuori dalle trame danzanti afro-beat costruite dai compagni, nonostante i suoi infuocati e penetranti assolo.

Domenica 26, ultimo giorno. Il trio Punkt.vrt.Plastik (che doveva suonare sabato, poi posticipato), con la pianista slovena Kaja Draksler, il contrabbassista Petter Eldh e il batterista Christian Lillinger, ha espletato un jazz classicheggiante garbato e accurato, tendente al romanticheggiante, ma ravvivato con soluzioni ritmiche dispari e storte (con Lillinger sugli scudi) che hanno conferito ispidezza e soluzioni narrative più pungenti.

La trombettista chicagoana Jaimie Branch ha presentato il suo disco d'esordio Fly Or Die: l'hanno superbamente sostenuta, con un tessuto fitto di intrecci ritmici e sinuosità melodiche, la batteria di Chad Taylor, il contrabbasso di Jason Ajemian e il violoncello di Lester St. Louis. Le composizioni sono seducenti, dando l'estro alla trombettista di fare una media fra Woody Shaw (ma più semplice e lineare) e Bill Dixon (soprattutto nelle fasi più raccolte, frenate e frammentarie) con una bella voce squillante che spesso distorce con growl, wa wa e half valving, facendo scaturire una bella tensione dal contrasto fra il suo andamento statico e la continua forte propulsione della ritmica.

In coda, i due concerti a nostro personale giudizio migliori del festival. Il gruppo Triple Double di Tomas Fujiwara e il Throw A Glass di Erik Friedlander.
Triple Double, perché formato specularmente da tre doppioni: due batterie, il leader Tomas Fujiwara e Gerald Cleaver, due chitarre, Mary Halvorson e Brandon Seabrook, due trombe, Taylor Ho Bynum (per la precisione alla cornetta) e Ralph Alessi. Hanno suonato magnificamente, rappresentando la tipicità del jazz "nuovo" che si è affermato negli ultimi due decenni, partendo da Steve Coleman e, ancora più indietro, Henry Threadgill: un jazz composto e improvvisato, ma dove la composizione non si limita al tema, bensì si estende all'arrangiamento applicato all'intera durata di ogni singolo brano attraverso orchestrazioni di varie immaginose soluzioni di sostenimento, punteggiatura e sottolineatura (esulando dalla semplice e ciclicamente ripetuta forma standard con un costrutto che deriva dalla sommatoria di più parti di diversa metratura), e dove l'improvvisazione (o le improvvisazioni che spesso si incrociano e sovrappongono), pur mantenendo la sua (loro) libertà, è fondamentale tassello nella costruzione dell'ampia significativa architettura. Il tutto così impostato fa risaltare al massimo la bravura dei i singoli attori, sia nei monologhi, che nelle recite a due, che nel loro insieme corale.

Nell'ultima scena prima della calata finale del sipario si esibisce il gruppo Throw A Glass del violoncellista e compositore Erik Friedlander, formato anche da Uri Caine al piano, Mark Helias al contrabbasso, Ches Smith alla batteria. Qui la composizione (Artemisia, dall'omonimo album) è ancora più totalizzante: quasi tutto è regolato da una esatta scrittura, anche i passaggi minimi di ogni singolo strumento, addirittura i tocchi sui piatti o i tamburi, dosando al millesimo le differenti intensità dei suoni. L'eleganza colta e cameristica degli sviluppi compositivi, la naturalezza degli innesti solistici, naturali anche quando sembrerebbero esulare dal contesto (come gli sfoghi di Uri Caine che si lancia in maestosi veementi assolo come fossero liberatori dalla costrizione di una ferrea scrittura), si fondono in una perfetta compattezza d'insieme.







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Data pubblicazione: 13/10/2018

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