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Sarno Jazz River 2006 La consolidata e significativa rassegna jazzistica della città di Sarno è giunta, in questo afoso settembre, alla quarta edizione, la seconda ufficiale con la denominazione di Sarno Jazz River. La scelta del luogo di svolgimento dei concerti, stabilito nella Piazza IV Novembre, se da un lato ha allontanato il pubblico dallo scorrere dell'omonimo fiume, tanto amato quanto discusso, dall'altro ha garantito una vivibilità ed una godibilità degli eventi, di gran lunga superiore alla manifestazione dello scorso anno. La notevole bellezza della località campana, è apparsa nel suo fulgore nell'ergersi del palazzo del Comune, nel vasto lastricato e nel monumento dedicato a Mariano Abignente, tutti circondati da imponenti edifici, rappresentando un ambiente ovattato per il buon numero di appassionati accorsi ad ascoltare i due interessanti concerti. La direzione artistica, in perfetta coerenza e meticolosa continuità con le precedenti manifestazioni, ha volutamente portato al proscenio della simpatica cittadina in provincia di Salerno un cast di virtuosi provenienti da ambienti artistici lontani sia per collocazione geografica, sia per connotazione stilistica. Questa impostazione è da elogiare, perché permette di far apprezzare solisti, formazioni ed idee progettuali molto visibili in altre realtà, ma poco conosciute dall'appassionato pubblico della nostra Regione. Pertanto, nelle due calde serate settembrine si è riproposto, un valido incontro fra culture, stili ed interpreti del fascinoso linguaggio afroamericano, misto a quella creatività ed innovatività espressiva del Vecchio Continente, presentato in un cartellone di tutto rispetto.
La prima serata del Jazzfestival campano ha confermato appieno la scelta
artistica sopra indicata.
Lorenzo Petrocca
Trio, infatti, è un esempio lampante di quanta buona musica venga portata al
di là dei nostri confini da musicisti italiani. Il chitarrista, originario di Crotone,
è da molti anni in Germania e propone, in giro per l'Europa, un tipo di Jazz vicino
allo Swing degli anni ‘40 e ‘50, ricercando nella Classic american song,
la massima esaltazione. Inoltre, la smisurata ammirazione di
Petrocca
per Wes Montgomery e George Benson satura la sua musica di atmosfere
che, se da un lato non possono associarsi alle ambientazioni modern, dall'altro
non sono assolutamente riconducibili e unicamente alla tradizione. Per realizzare
la propria concezione jazzistica,
Lorenzo
è giunto in Italia con un Trio, nel quale hanno preso parte Jens Loh al contrabbasso
e Gregor Beck alla batteria. I due poderosi sidemen hanno mostrato,
nella torrida serata sarnese, una straordinaria abilità di assecondare il leader
e di saper illuminare la scena, sia nel puro supporto ritmico, sia nelle individuali
esposizioni solistiche: l'incedere elegante di Loh ed il prorompere swingante
di Beck hanno formato una base solida su cui il chitarrista ha imbastito
morbide trame, attraverso un fraseggio a tratti lirico, in altre fasi più dinamico.
L'apertura è toccata a due standard ad effetto: Milan In
Minor e Waltz New. Subito
dopo, altrettanti performance dall'andamento medium-fast, abbellite da una chiara
impronta stilistica del leader. A seguire una fase con alcune ballad, in cui
Petrocca
si abbandona al repertorio più congeniale alla propria sensibilità interpretativa,
fra le quali spicca una sognante composizione dedicata al figlio Maurizio, per tornare
rapidamente ad una struttura aritmicamente più sostenuta, quale
Four on Six di Wes Montgomery.
F.P.: Lorenzo, nella tua musica si coglie una
maggiore propensione allo sviluppo melodico più che dinamico, come mai? F.P.: Una convincente caratterizzazione di questo
Trio si esplica nell'incontro fra il raffinato incedere di Jens e l'esuberante
prorompere di Gregor, come sei giunto a questo tipo di soluzione ritmica?
F.P.: Ho letto nel tuo sito che hai al tuo attivo
un Quartetto con i tuoi fratelli, una famiglia dedita al Jazz? F.P.: Lorenzo, perché nella tua carriera c'è
molta Germania e poca Italia? F.P.: Nel tuo approccio stilistico si legge tanto
Montgomery, ma anche tanto Benson prima maniera, cosa c'è di tutto
questo? F.P.: Gregor, quali motivazioni sono alla base della collaborazione
con Lorenzo? F.P.: Jens, dove trae origine la tua sintesi estetico-formale
fra la vena armonico-melodica di Lorenzo e la briosa effervescenza di Gregor?
Il secondo appuntamento di Sarno Jazz River si è consumato in un
doppio concerto in totale difformità con la prima serata. In effetti, con il susseguirsi
degli artisti, si è passati da un approccio stilistico ad un altro senza drammatici
scossoni, pur in presenza di scelte estetico-formali tanto distanti fra loro. Questa
magia, possibile grazie alla bravura dei solisti intervenuti, ha vissuto una graduale
progressione fino al manifestarsi dell'ultima formazione, con la sua straordinaria
originalità. Il duo Rosen / Aula ha brillato per voce e tecnica, aggiungendo,
se mai ne avesse avuto bisogno, alla sensibilità espressiva del sassofonista americano
ed al rilevante virtuosismo del pianista lucano, una spiccata propensione al dialogo
in una formazione minimale. In particolare, Aula si esalta in duo con le
ance e, con il soprano di Rosen, ha scolpito plastiche forme sia con significative
strutture a propria firma (Further Search for Peace,
Tiergarten Bossa, Blues
for L.V.), che in stupende composizioni di altri (I
Love You di Cole Porter, Tomato Kiss
di Larry Schneider), con il consueto rigoroso pianismo, intriso di lirismo e dinamica.
Il duo ha espresso momenti vibranti contrapposti a fasi rilassate, pieni strumentali
ad astrazioni individuali, il tutto con una facilità disarmante. Michael Rosen
ha imbracciato solo in due performance il tenore, lasciando alla bellissima voce
del soprano il principale compito di emozionare l'attento parterre. Da Cole
Porter a Claude Debussy, da Bill Evans a Larry Schneider, dalle partiture più originali
a quelle conosciutissime, Michael e Giacomo non hanno mai perso il
filo del discorso: un discorso fondato su fluidi intrecci, ammiccanti scambi, rincorse
ritmico-melodiche e quant'altro... Il sassofonista, perfettamente a suo agio con
il partner, si è più volte inerpicato verso vette solistiche inesplorate con un'intonazione
di rara coerenza, anzi in qualche passaggio, ha controbilanciato alcuni impeti linguistici,
che non conoscevamo nel pianismo di Giacomo.
F.P.: La fluidità del fraseggio e la splendida
voce del soprano, considerando che hai imbracciato solo in due occasioni il tenore,
ti fanno propendere verso il primo? F.P.: Michael, vivendo da molti anni in Italia,
dove hai trovato maggiore spazio per la tua musica? F.P.: Preferisci considerarti un raffinato
sideman o ricoprire il ruolo di leader? F.P.: Avevi già suonato o collaborato a progetti
con Aula? F.P.: Sei contento del concerto di questa sera? F.P.: Giacomo, ho notato un maggiore vigore nel
tuo pianismo, siamo alla presenza di un nuovo corso?
Una vera rivelazione, quasi un fulmine a ciel sereno, la si è avuta con il materializzarsi sul palco di Sarno del nordico Alboran Trio. Nordico, perché i tre bravissimi compagni d'avventura sono tutti originari del Piemonte o giù di lì, eppure la loro musica è così trasversale che non conosce localizzazione se non nel colto concetto della stessa. Paolo Paliaga al pianoforte, Dino Contenti al contrabbasso e Gigi Biolcati alla batteria hanno dato vita ad un concerto coeso nel suono e splendidamente vivace nelle scritture. Queste, in gran parte a firma del pianista, provengono dal bel lavoro Meltemi, pubblicato dall'etichetta tedesca ACT, che ha saputo leggere nella qualità delle composizioni e nel comune procedere dei tre protagonisti un sicuro futuro. Ci risiamo: perché alcune belle realtà del nostro Jazz sono più apprezzate oltre confine? La domanda meriterebbe una lunga dissertazione, ma preferisco restare con i piedi per terra e limitarmi a descrivere il concerto. La musica si è materializzata con un'imprevedibilità di ambientazioni inaspettate. Le armonie, talvolta scosse dall'incalzare di una ritmica accentuatamente percussiva, altre volte ariose e distese, hanno coinvolto emotivamente i presenti, quasi ipnotizzati dal travolgente Meltemi. I brani si sono rincorsi, come il serrato soffiare del vento greco, esaltandosi in alcuni preziosismi estetici: nel suggestivo Balkan Air, il pianista ha adottato una particolare tecnica, bloccando con una mano le corde del pianoforte e suonando per accordi. Il virtuoso artificio, di non facile attuazione, ha ottenuto come risultato sonico un suono nasale, che sostenuto dal groove archettato di Contenti ed il drummin' africano di Biolcati, ha sorpreso ed incantato il pubblico. Questo ha sottolineato, con sinceri applausi il fluire delle performance, cogliendo appieno i cambi direzionali delle atmosfere, le sovrapposizioni dei piani sonori, la descrittività degli assoli, nell'esternarsi di un linguaggio capace di produrre una musica densa di riferimenti etnico-culturali di notevole contenuto. Poi, facendomi largo a fatica nelle vicinanze del palco, fra un nuvolo di festosi appassionati, ho rivolto al gentilissimo Paliaga una prima domanda, forse un po' scontata, ma concreta per la diretta conoscenza dell'intrigante progetto: F.P.: Dove nasce il progetto Alboran Trio? F.P.: Quale connotazione dai alla musica che
proponete? F.P.: Gigi e Dino, nel breve ed intenso scambio
di opinioni con Paolo, ho colto una profonda stima nei vostri confronti sia professionale,
che umana. Da ciò, parte la voglia di stare insieme? F.P.: L'accantonamento del beat classico, sostituito
da un pulsare euroafricano risponde esattamente alla vostra idea di musica? Dunque, Sarno Jazz River ha offerto, anche nell'edizione 2006, un'occasione d'incontro fra culture, stili ed artisti lontani fra loro, in un contesto ambientale accogliente, attraverso un programma ben articolato: arrivederci al prossimo anno… © MMS Mailing Music Services 2006
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