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Steve Kuhn Trio
![]() Steve Kuhn, pianoforte - Eddie Gomez, contrabbasso - Billy Drummond, batteria
Non vogliatemene. Con tutto il rispetto che posso nutrire per il grande Steve Kuhn, che dall'alto della sua età ed enorme esperienza professionale è senza dubbio uno dei personaggi che racchiudono in sé una bella porzione della storia del jazz, la mia impressione è stata che solo Eddie Gomez sia stato in grado di dirci qualcosa di veramente personale ed unico. Sicuramente si è trattato di un concerto elegante, garbato, molto misurato e di buona fattura. Proprio quello che si vuole ascoltare per ripercorrere trenta o più anni di repertorio caro a tutti i jazzofili, dagli anni '30 in poi. Tutti standards, tranne due brani dello stesso Kuhn (un blues dalla tipica struttura in 12 misure, Two by Two, e Oceans In The Sky). Terza ed ultima eccezione al repertorio di standards, un brano composto da Gomez e dedicato al padre. Dò atto al leader della formazione che l'idea di proporre un concerto praticamente di soli standards non sia certamente una scelta facile. Ma, perdonatemi la sincerità, ho anche avuto il sospetto di una scelta astuta per accontentare un certo tipo di pubblico un po' nostalgico e molto affezionato alla tradizione.
Dei tre, il solo che ci ha saputo proporre qualcosa di inedito e coinvolgente è stato proprio il grande Eddie Gomez, il quale anche nei brani più inflazionati, ha saputo trasmetterci emozioni uniche, idee sempre originali nate dalla sua fantasia, mentre si sentiva la sua voce cantare, sovrapposta alle note del contrabbasso. Gomez ha dato il meglio di sé nel brano molto suggestivo di sua composizione Love letter to my father. Una dichiarazione di affetto profondo, come lui stesso ha spiegato, parlando in italiano. Brano particolare, introdotto da note gravi suonate con l'arco, quasi classicheggiante all'inizio, ma successivamente intriso di atmosfere latin. Kuhn, facendogli il verso, ha dedicato il brano successivo, Stella By Starlight, alla propria madre, forse per fare una battuta. Una parte del pubblico ha riso. Una versione lenta, morbida e piacevole. Ma ancora una volta emotivamente poco coinvolgente e priva di qualche scintilla creativa che forse tutti ci aspettavamo. Nella maggior parte dei brani, infatti, il solo apporto innovativo è consistito
nel variare la velocità dei pezzi rispetto alle versioni più classiche che tutti
abbiamo memorizzato, oppure passare dai 3/4 ai 4/4 e per concludere, nuovamente
in 3/4, in un vecchio brano di Fats Waller,
The Jitterbug Waltz.
Il concerto ci ha offerto un bel prodotto confezionato, pianismo abile, grande tecnica ed anche lirismo, tutto molto gradevole, ma purtroppo già ascoltato.
Ma nonostante tutto questo, non siamo riusciti a scoprire quale fosse la vera anima di Steve Kuhn. Billy Drummond ha accompagnato con gusto, garbo e misura, ma restando sempre in secondo piano. Solo una volta, con un suo bell'assolo in Oceans In The Sky ha ottenuto il giusto apprezzamento da parte del pubblico. Il leggendario Gomez ha superato tutti, per creatività, sentimento, ed umanità. Per questo avrei preferito che il concerto fosse stato presentato a suo nome. Se lo sarebbe davvero meritato.
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