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Udin&Jazz 2008: I will not apologize 25 giugno 2008 Tenores Di Bitti ‘Remunnu e' Locu'.
In due ore circa di un set unico che non sembrava finire mai, il veterano sassofonista – compirà 68 anni in ottobre – ha per così dire ipnotizzato il pubblico accorso, attraverso la circolarità dei suoi brani, riportandoci indietro di oltre 40 anni e facendoci pensare a quel free intriso di spiritualità, inevitabilmente legato alla figura di John Coltrane. Nonostante l'età, Sanders riesce ancora a suonare con un ‘energia sorprendente. Le improvvisazioni non lasciano respiro. I clusters e i sovracuti continuano a far parte del suo stile. Certo i tempi sono cambiati, ma chissà che questo suo immutato modo di suonare, possa far riflettere circa la coerenza e la serietà che devono guidare il lavoro di un musicista. Brani lunghissimi, a partire dall'iniziale "Doctor Pitt" fino a "My favorite things", "Naima" e il finale "The creator has a master plane", con il quale Sanders, dopo il cantato, invoca pace e felicità per ogni uomo. Affidabili i tre partners. Il batterista, che sostiene con infinite accentazioni di piatti e tamburi i diversi percorsi del leader e costruisce dei pregevoli assolo, molto ordinati e con un'attenzione particolare alle dinamiche sonore. E' un lavoro faticoso, perché Farnsworth, non riesce a ritagliarsi momenti tranquilli o almeno poco concitati. Henderson è pianista melodico e convince sia nell'accompagnamento che nei lunghi assolo, mentre il contrabbassista Nat Reevese esegue il suo lavoro con estrema precisione. Unico appunto al concerto è l'acustica non soddisfacente, per via dei suoni che non giungono limpidamente ma si disperdono nell'ambiente. Questo potrebbe essere anche un pregio, perché ci trasporta in certi locali, come il mitico Vanguard o i lofts dell'epoca, che senz'altro si addicevano ad una musica così ossessiva e ribelle. Venerdì 27 giugno Ore 22, Teatro San Giorgio Un venerdì molto intenso, questo per Udin&jazz, perché prima dei due concerti, c'è stato un interessante incontro sul tema scelto dal festival "I will not apologize", "non mi scuserò", cui hanno partecipato William Parker e Amiri Baraka, scrittore e poeta, affiancati da alcuni critici italiani. Baraka ha parlato dei tempi che corrono, lucidamente e a volte con pessimismo, confermando come, sì, il free e la Black music sono stati importanti per la causa della gente di colore, ma molto rimane ancora da fare. Riguardo la corsa alla casa bianca, entrambi sperano in Obama, anche per l'impatto che il primo afroamericano eletto negli Usa potrebbe avere nei confronti dell'opinione pubblica. Dalla corte di Palazzo Morpurgo ci trasferiamo in piazza Matteotti, in cui spesso le campane della chiesa interagiscono con i musicisti, per ascoltare la nuova formazione di Daniele D'agaro. E' un concerto spassoso, in cui ritmica e fiati si compenetrano alla perfezione, grazie anche alla buona vena di Han Bennink, che ha dimostrato sia le proprie qualità di batterista che quelle di improvvisatore con poche ma efficaci sorprese cabarettistiche, per caricare ancor di più i propri partners e il pubblico. Ha evidenziato qualità di istrione il sassofonista Sean Bergin, spaziando dal blues, ad episodi cantati come un navigato crooner, a pezzi etnici, vocalizzati mediante un gustoso linguaggio improvvisato. Ghidoni e Ottolini hanno confermato come molti italiani possano ormai proporsi in un contesto internazionale, misurandosi senza timore con solisti di gran fama. I brani sono trascinanti e lo spazio aperto potrebbe indurre a lasciarsi andare alle danze. Bruno Marini ormai ha accantonato il sassofono, ottenendo lusinghieri apprezzamenti all'hammond. Il concerto serale è un ennesimo felice appuntamento con la "Great" Black Music del quartetto di William Parker, affiancato da Leena Conquest al canto e alla danza e, novità, dalla pianista giapponese Eri Yamamoto, che proviene da studi classici ed ha scoperto il jazz, quando si è trasferita, giovanissima, a New York. I due fiati sono attenti alle idee e alla via da seguire indicata dal leader, proponendosi con assolo ed unisono impeccabili nei temi. Molto calda la Conquest, particolarmente in serata. Forse impaurita all'inizio, la Yamamoto cresce brano dopo brano, mentre il grande Hamid Drake, continua a mostrarci come si deve suonare la batteria: con passione, rilassatezza, con un'inesauribile creatività e repentini mutamenti ritmici nell'accompagnamento. Applausi scroscianti per un compositore e musicista tornato ad esibirsi molto frequentemente nel nostro Paese.
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