|
||||||||||||||||||||||||
|
|
|
|||||||||||||||||||||||
![]() |
||||||||||||||||||||||||
|
|
||||||
|
Pillole di Umbria
Jazz 2006
Ancora una volta, grazie ad Umbria Jazz, Perugia è diventata, per dieci giorni, l'epicentro del panorama jazzistico internazionale. In particolare, nel periodo compreso tra l'11 ed il 14 luglio, abbiamo avuto la possibilità di ascoltare, tra gli altri, quattro concerti di assoluto livello e dei quali mi sembra d'uopo parlare.
Dicevamo, dunque, che dall' 11 luglio scende in campo il jazz con la J maiuscola, eppure l'inizio fa presagire che si continui sull'onda di una certa "impurità" di genere. Infatti, appena poggiate le mani sul piano, Mehldau si avventura in una rivisitazione di un brano che magari non tutti i jazzofili hanno riconosciuto: trattasi di Wonderwall degli Oasis, che si innesta perfettamente sulla linea da sempre intrapresa dal pianista originario della Florida, che spesso e volentieri si dedica alla rilettura di standard della musica rock. Mehldau rimane abbastanza fedele alla melodia originale, anche se il tema viene sviscerato in tutta la sua ampiezza tonale. Nel secondo brano (Fat Kid) lo schema non cambia, e comincia a farsi notare Larry Grenadier, contrabbassista eclettico, che alterna energici slapping a soluzioni decisamente più melodiche, e alternandosi dunque nella duplice funzione di accompagnatore sia in fase ritmica che melodica. Quando il trio passa ad eseguire Secret beach gli spazi si fanno più dilatati e l'Arena si riempie di un suono dolce, liricamente molto intenso: le mani di Mehldau sembrano danzare sulla tastiera, e anche Grenadier si adegua all'atmosfera da ballad, impressione che verrà rafforzata nell'incipit della successiva Black Hole Sun (cover dei Soundgarden). Qui il pianista sembra quasi voler centellinare le note, il tempo risulta vagamente spezzato, ma è solo un'impressione: è giunta infatti l'ora di Jeff Ballard, batterista energico, molto abile nei cambi di ritmo (caratteristica non trascurabile per un batterista in un trio), che
trascina letteralmente i due compagni verso fraseggi sempre più veloci, che ovviamente
il pubblico mostra di apprezzare. Il pezzo che segue è
CTA, un omaggio a Jimmy
Heat, che viene interpretato dal trio in maniera particolarmente brillante,
con tono a dir poco swingante: ed è qui che le scariche di Ballard su piatti
e rullante servono a scuotere l'atmosfera un po' bolsa, e la sua intesa con Grenadier
è sintomatica dell'affiatamento immediato che i due hanno stabilito (Ballard
è entrato a far parte del trio a tutti gli effetti solo due anni fa). Il set
si chiude, ufficialmente, con Secret
love di Sunny Fain, in cui
Mehldau
si concede praticamente un piano solo. Ma c'è ancora tempo per il bis: a degna conclusione
della sua esibizione,
Mehldau
regala ai presenti l'interpretazione di uno dei motivi da lui più suonati,
Countdown di
Coltrane: realizzata in maniera impeccabile,
con un lungo assolo di piano, con questa canzone cala il sipario sulla prima
parte della serata. Ma il meglio deve ancora venire.
Il giorno dopo, 12 luglio, all'Arena Santa Giuliana, l'appuntamento è in apparenza unico, ma le durate dei due set fanno sì che ne esca uno spettacolo di tre ore circa. Stavolta il proscenio è tutto per Chick Corea, il camaleontico pianista che nel corso della sua carriera ne ha viste di tutti i colori. E siccome una delle sue peculiarità innate risiede nella costante capacità di sorprendere, anche stavolta non si smentisce. Chick
Corea, pioniere nell'utilizzo del jazz elettrico, alfiere della
sperimentazione, regala al pubblico una ciliegina veramente gustosa: la rilettura
del concerto n.24 in Do minore di Mozart. Non che
Corea
sia nuovo a questo tipo di esperienza (ha già inciso, con
Bobby
McFerrin, l'album "The Mozart session"), ma per l'occasione si presenta
affiancato dalla Bavarian Chamber Philarmonic Orchestra. I ventiquattro elementi
si fanno guidare dal pianista, che appare subito molto ispirato, fin dalla prima
composizione, Africa,
che è in realtà una suite scritta dallo stesso
Corea
con Gary Burton. Concepita per essere suonata con un quartetto d'archi, questa
suite mostra tutta la versatilità di
Corea,
straordinario interprete che però raramente si lascia imbrigliare nelle maglie del
rigore compositivo. Invece la melodia si sposa benissimo con le istanze esecutive
dell'orchestra, i fraseggi sono puliti e misurati, le parti sono sempre legate tra
loro. Quindi parte il concerto mozartiano vero e proprio,
Corea
lo interpreta a modo suo, concedendosi di tanto in tanto variazioni di matrice jazzistica,
ma fondamentalmente mette in mostra una grande rigidità nel rispetto formale della
composizione mozartiana e non si discosta, dunque, molto dalla lezione del maestro,
confermando che, nonostante le apparenti diversità, musica classica e jazz possano
benissimo non solo convivere, ma anche richiamarsi l'un l'altra. Al termine del
primo set ci si chiede cosa attendersi per il prosieguo. Dopo una breve pausa siamo
subito accontentati: stavolta ad accompagnare il maestro, oltre alla Bavarian
Chamber Philarmonic Orchestra, arriva anche un terzetto, formato da Tim Garland,
Hans Glawischnig e Marcus Gilmore. E sono subito scintille. Infatti
i cinque movimenti che compongono il set sono un omaggio alla Madre Terra e non
a caso recano il nome dei cinque continenti (tale è considerato anche l'Antartide)
in un percorso circolare che si ricongiunge idealmente all'iniziale Africa. Dunque,
partendo da Europa,
eseguita senza l'ausilio dell'orchestra, il quartetto esprime tutto il suo potenziale,
fatto di accelerazioni improvvise e melodie che, pur nella loro impeccabile pienezza
compositiva, lasciano ampio spazio a variazioni e numerosi assoli, soprattutto della
premiata ditta Corea
– Garland. Specie quest'ultimo si conferma incredibilmente eclettico: parte
piano col flauto, quindi, nell'ordine, imbocca sax alto, soprano, clarinetto, per
chiudere in Antartica
col sax tenore. Il risultato è sempre di altissimo livello, infatti, non a caso,
Corea
gli cede spesso e volentieri il ruolo di protagonista. Anche con gli altri elementi
il leader mostra buon affiatamento, soprattutto con il contrabbassista Glawischnig:
questi, dal canto suo, sembra inserito perfettamente a suo agio nel contesto anomalo
dovuto alla presenza di un'orchestra di stampo classico e la sua raffinatezza esecutiva
è confermata in Asia,
quando suona con l'archetto. Per il resto dell'esibizione,
Corea
conferma il suo ottimo stato di forma, giocando col pubblico e coinvolgendolo fino
a renderlo partecipante attivo dell'evento: a questo punto è chiaro che l'obiettivo
del progetto, denominato "In the spirit of Mozart" sia pienamente raggiunto,
in quanto Corea
ha ricreato quelle atmosfere gioiose di libertà espressiva che hanno contraddistinto
la carriera, per non dire la vita, del grande compositore austriaco.
Il 13 luglio,
invece, appuntamento impedibile alle 18. Al Teatro Morlacchi, infatti, è in programma
il trio composto da Ron Carter, Mulgrew Miller e Russell Malone.
Già dalla composizione, si può notare l'assenza del batterista, che obbliga i musicisti
a trovare delle soluzioni alternative in fase ritmica.
| ||||||
|
|
|
|||||
![]() |
||||||