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Umbria Jazz Winter
#13 La XIII edizione di UJW si è conclusa con il concerto dei Soweto Kinch alla sala dei 400 di Palazzo del Popolo dopo cinque giorni di eventi e concerti che hanno richiamato nella cittadina umbra di Orvieto alcune migliaia di turisti, appassionati e non, registrando quasi sempre il tutto esaurito. Sembra infatti che il numero tredici abbia portato fortuna al comitato organizzativo del festival che, anche quest'anno, è riuscito a portare a termine con successo il suo lavoro, nonostante i soliti problemi con gli sponsor, sempre più scettici e diffidenti nel sostenere la cultura (una linea purtroppo dilagante nel nostro paese). Onore comunque a quelli che invece hanno creduto nel progetto come la Ferrarelle e la Hag, ma soprattutto alla Cassa di Risparmio di Orvieto e al comune stesso della cittadina, che ha finanziato con i propri fondi la creazione di duemila felpe, il cui ricavato sarà interamente devoluto alla comunità di New Orleans, distrutta dall'uragano Katrina. Un festival importante, quello di quest'anno, dove hanno trovato spazio musicisti affermati come John Scofield e Bireli Lagrene, ma anche giovani promesse del jazz mondiale come il pianista americano Robert Glasper e gli inglesi Soweto Kinch: il primo esploratore delle nuove visioni del trio col contrabbasso e la batteria; i secondi, geniali sperimentatori che mescolano ad un jazz moderno di matrice post bop, brillanti incursioni di rap. Insomma ce n'era per tutti i gusti, in un cartellone che ha visto come eventi principali le due serate dedicate al genio di Django Reinhardt dalle chitarre di Bireli Lagrene e Christian Escoude; l'omaggio di John Scofield a Ray Charles; il tributo a Parker del giovane Francesco Cafiso; e l'esordio al festival di tre giovani promesse (certezze): il Robert Glasper trio e i Soweto Kinch; ed infine la sorpresa simbolo di questa edizione, l'arpista colombiano Edmar Castaneda. Teatro Mancinelli -
Mercoledì 28 Dicembre
Entrando nel teatro Mancinelli si è subito colpiti dal suo fascino. Tornato ad essere attivo dal 1993 dopo un lungo restauro, il teatro, che rimane nel suo genere uno dei più interessanti esempi dell'architettura neoclassica con i suoi 560 posti tra la platea e i palchetti di galleria, si presenta come un luogo ideale e suggestivo, incastonato nella solida struttura urbanistica della cittadina eretta su un gigantesco blocco di tufo. Ad inaugurare la manifestazione, in questo splendido teatro, è toccato a Bireli Lagrene col suo Gypsy Project per rendere omaggio al chitarrista zigano Django Reinhardt, genio indiscusso della chitarra del novecento e fonte di ispirazione di molti chitarristi fra cui lo stesso Lagrane. Inizia il concerto con un brano suonato in solo da Angelo Debarre che, in pieno stile manouche, riesce in pochi minuti a riscaldare il pubblico, il quale da lì in poi, non potrà fare a meno di rispondere ad un suo solo con urla di incitamento ed applausi sfrenati. Si sente da subito che l'atmosfera è quella giusta. Di brano in brano entrano in scena tutti i musicisti - Bireli entrerà al terzo - eseguendo la musica di Reinhardt in duo, in trio etc., sino fino a stare tutti e otto sul palco per un gran finale che oltre Donna Lee di Charlie Parker, propone un splendida versione corale di Minor Swing del chitarrista zigano. Un concerto che fa felici tutti, esperti e non, che coinvolge ed appassiona grazie alla voglia dei musicisti di comunicare con il pubblico, esprimendosi in un linguaggio accattivante ma allo stesso tempo tecnicamente molto elevato. Bireli Lagrene conferma ancora una volta il suo grande talento, anche se talvolta sprofonda in un virtuosismo asettico, poco in sintonia con le calde atmosfere gitane ricreate. Un concerto che ha riscosso grandi applausi, che si sono trasformati nel finale in una vera e propria ovazione da parte di un pubblico attento ed esigente. Teatro Mancinelli -
Giovedì 29 Dicembre
Se la serata di inaugurazione di Umbria Jazz Winter si è rivelata un vero trionfo, con il tributo allo straordinario chitarrista francese Django Reinhardt da parte del Gypsy Project di Bireli Lagrene, la seconda, in cui questa volta è un altro chitarrista francese, Christian Escoude, a rivolgere il proprio omaggio al genio della musica manouche, si è espressa invece su toni decisamente più modesti. Si è avvertito infatti subito che era rimasta ben poca energia della sera precedente. Sarà stata la pesantezza di un concerto molto simile al primo, oppure tra i musicisti mancava proprio qualcosa? Scegliendo senza dubbio la seconda ipotesi - che a scanso di soggettività è dimostrabile nell'atteggiamento di un pubblico assente, spento, che verso la fine del secondo set invece di incitare i musicisti ad un bis, ha preferito sgattaiolare via velocemente tra le sedie del teatro - non si vuole per questo definire negativamente uno spettacolo certamente godibile e interessante. Certo, il concerto non è durato poco, e forse la presenza di tutti strumenti a corda - tranne la fisarmonica: peraltro discreta e minimale - ha un po' appesantito il tutto. Nella prima parte del concerto l'organico si è esibito quasi sempre al completo, regalando bei momenti di improvvisazione - sempre nello stile manouche, ma questa volta con toni meno riverenziali, soprattutto nella scelta di brani: pochissimi di Django - mentre nella seconda, la riduzione ad un trio di chitarre con Bireli Lagrene, Martin Taylor e naturalmente Christian Escoude, ha comportato un appesantimento notevole in una dialettica che di gran volata è passata da una concezione poetica e collettiva, ed una lotta virtuosistica fra titani. Indubbiamente i tre ci sanno fare - anche se il nostro Escoude, di molto più anziano degli altri due, fatica un po' a reggere il confronto - mostrando a turno tutta la loro bravura, quando però, verso il quinto pezzo di questo secondo set (un po' statico), All the things you are, si avverte nel pubblico un definitivo calo di attenzione che si prolungherà fino al finale, dove di nuovo tutti insieme sul palco, è rinata una musica più coinvolgente, ma soprattutto maggiormente vicina, emotivamente, alla poesia del grande chitarrista zigano. Teatro Mancinelli -
Venerdì 30 Dicembre (primo
concerto)
Le novità di questa tredicesima edizione di Umbria Jazz Winter sono state molte e di grande qualità, come nel caso del Soweto Kinch Quintet che nel corso dei tre concerti tenuti durante i cinque giorni del festival, hanno dimostrato con forza ed energia che finalmente qualcosa nel jazz europeo si sta muovendo. In realtà la formula proposta da questi straordinari musicisti non ha nulla di nuovo o di geniale, nella sua composizione fatta di post bop tiratissimo venato di free con voci e ritmi rap. Ma in tutto questo, ciò che colpisce è la nuova dimensione che il quintetto inglese cerca di dare alla sua arte: una musica che deve essere comunicativa, parlare della società ed essere vicina alla gente, non solo a livello di contenuti, ma soprattutto nelle performances dal vivo, rompendo quel distacco amorfo che spesso si crea proprio nel mondo del jazz. Ed infatti proprio a questo si riferiscono le parole del leader della band, Soweto Kinch, quando prende il microfono ed incita la gente a reagire alla musica, a muoversi, a partecipare: "this is not a jazz gig!!". In questa dimensione quindi, il quintetto si muove con disinvoltura, alternando brani di rap - nei quali la vena jazz è sempre accesa - a vere e proprie perle di jazz contemporaneo, in cui emergono melodie popolari sudafricane come in Snakehips, lunghe escursioni modali tiratissime e momenti di grande bop. La voce del leader sassofonista è potente e brillante, fantasiosa ed originale - ricorda un po' Ornette Coleman - espressa in soli molto lunghi pieni di tensione, nei quali non vi è una semplice esplosione di tecnica, ma un cosciente intento narrativo e comunicativo. Una band straordinaria di cui risentiremo presto parlare. Teatro Mancinelli -
Venerdì 30 Dicembre (secondo
concerto)
Lasciando da parte i soliti discorsi sulla necessità o no di un tributo ad un musicista appena scomparso, che senz'altro nei giorni successivi l'uscita del disco "The music of Ray Charles" avranno riempito già molte pagine, sembra importante porre l'attenzione verso ciò che è successo sul palco, non sconfinando in osservazioni, che suppongo già molti condividano. Al di là di questo, quello che è avvenuto sul palco in questa serata, se non ha sconvolto e sorpreso il pubblico come è successo per il talentuoso arpista colombiano Edmar Castaneda, si può dire che ha di certo regalato dell'ottima musica, suonata con passione, ma per certi versi leggermente inopportuna. Mi spiego: mentre i quattro seguaci di Scofield sembravano essere molto affiatati, emanando groove da tutte le loro note, il nostro eroe, dominato dall'ossessione per la tecnologia - che ci tengo a dire se usata con accortezza può creare possibilità molto interessanti - inizia a sparare ad un volume altissimo in loop, frasi che sovrapponendosi si tramutano in selva di suoni scollegati dal contesto, fastidiosi ed inutili. Quello che infatti è parso evidente - anche se questa osservazione non può certo contenere tutti i momenti del concerto - è che nonostante Scofield suoni il funky davvero bene, come ad esempio nel disco dei MM&W "A go go", il soul, quello nero, nato dal gospel, sia una zona per lui piuttosto buia in cui non riesce evidentemente a far emergere la sua sensibilità. Coloro che spiccano invece nei vari brani - fra cui il celebre "I got a woman" - sono il cantante Dean Bowman - destinato purtroppo ad un ruolo secondario - e l'organista, Gary Versace, sempre vivace e dinamico. Insieme ai ritmi pesanti e minimali della batteria di Steve Hass la band riesce spesso a volare alto, specialmente nei momenti i cui la voce di Bowman, potente ed espressiva, si libera in riletture brillanti, vicine alle interpretazioni originali, ma forti di una personalità propria ricca e ben definita, trascinando tutto il teatro con una musica decisamente viva ed energica. Anche questo, come per Christian Escoude, sembra essere stato un concerto ad alto livello di musica ed intrattenimento, che però si è spento nella ripetitività delle improvvisazioni - lunghe e pedanti quelle del leader - ma soprattutto dalla mancanza di un reale interplay. Teatro Mancinelli -
Sabato 31 Dicembre
È sulla scia delle nuove concezioni del trio - riferibili all' E.S.T.- che si colloca la formazione diretta dal giovane pianista americano Robert Glasper, il quale si presenta ad Orvieto con la sua nuova uscita per la Blue Note "Canvas", disco in cui suonano, oltre ai musicisti del trio, anche il sassofonista Mark Turner e la cantante Bilal. Il concerto, uno dei trionfi del festival, ha rivelato le doti di una formazione di altissimo livello, in cui la semplicità melodica dei temi e le improvvisazioni, guidate da un interplay eccezionale, sono rappresentate in modo originale ed intrigante: mentre il piano scompone la melodia del tema in frasi calzanti e fantasiose, la batteria polverizza il ritmo di base in frammenti poliritmici, dando vita così, col contributo decisivo del contrabbasso, a diversi strati sonori, amalgamati con grande gusto e raffinatezza. Un trio fuori dal comune, dove ogni piccola idea - ritmica o melodica - diviene un spunto per andare oltre con l'immaginazione, regalando all'improvvisazione uno spazio di vera creatività. I pezzi suonati sono tutti originali dell'album "Canvas", più alcune nuove composizioni inserite perfettamente in un contesto elettrizzante, dinamico, apprezzato ed applaudito con energia da un pubblico entusiasta e soddisfatto. Teatro Mancinelli -
Domenica 1 Gennaio
L'arpa di Edmar Castaneda è stata senz'altro la sorpresa di questa tredicesima edizione di Umbria Jazz Winter. Il giovane musicista colombiano, trasferitosi negli Stati Uniti dal 1994, ha incuriosito e affascinato tutti gli appassionati presenti ad Orvieto, con una formazione particolare, la cui musica visceralmente basata su ritmi e melodie latine mescolate a reminiscenze bebop, si è imposta all'attenzione del pubblico per freschezza e originalità. L'arpa colombiana è uno strumento molto più piccolo di quello nostro europeo usata in orchestra, ed ha un timbro che varia molto sulle tre ottave, il che permette contemporaneamente di scandire una linea di basso con una mano, e pizzicare le corde in solo con l'altra. Questo concede al trio una grande libertà di espressione, dove il trombone può prendere i soli sulle linee di basso scandite sul registro grave dell'arpa e le percussioni dialogare col solista senza essere obbligate a tenere un tempo fisso. Il risultato è una affresco molto particolare sulla musica latina, interpretata con gusto moderno ed energia, sostenuta dal talento del leader, ma anche dalla brillante vivacità dei suoi compagni, ed in particolar modo del batterista/percussionista, sempre pronto a captare e accompagnare gli umori del solista. Una musica spontanea e sincera che senza troppi ricami, arriva diretta al cuore. E questo al pubblico piace sempre. Teatro Mancinelli -
Domenica 1 Gennaio
Fra tutti tributi proposti quest'anno ad Orvieto, quello del sassofonista
Francesco
Cafiso a Charlie Parker è stato senza dubbio quello più riuscito.
Già proposto in estate nell'edizione perugina di Umbria Jazz, l'omaggio che
Cafiso
fa al re del bebop, se da una parte emoziona nel suo tentativo di riproporre
il progetto parkeriano con una fedeltà inamovibile, dall'altra rivela l'insofferenza
del giovane sassofonista in un ambito piuttosto rigido in cui gli spazi improvvisativi
sono guidati e limitati. Seguendo le partiture originali dell'incisioni fatte da
Parker durante i primi anni '50, i solisti di Perugia hanno accompagnato il sax
di Cafiso
con molta partecipazione, cullando le melodie di Summertime,
They can't take that away from
me e Easy to Love,
in modo pregevole, esaltando la vocalità ormai matura del solista di Vittoria. I
soli scorrono fluidi e sicuri, suonati con personalità anche nelle ballads, che
sono sicuramente le prove più difficili per un sassofonista: l'intonazione e la
pronuncia. Se però tutto quello che è successo sul palco del Mancinelli era dato
aspettarselo, vista la grande passione di
Cafiso
per Bird, ciò che invece si è verificato nelle serate precedenti alla sala dei 400
di Palazzo del Popolo non era un fatto scontato. Le performances in trio col vibrafonista
Joe Locke infatti, nelle prime tre serate della manifestazione, hanno dimostrato
il vero talento del sassofonista siciliano, quello che al di là delle emulazioni
parkeriane, sa emergere in un contesto del tutto diverso, esprimendosi con un linguaggio
attuale, rivolto sia ad un moderno cromatismo, che ad una libertà ritmica usando
spesso gli overtones come picco dei propri soli. Insomma,
Francesco
Cafiso continua a crescere e sviluppare le sue doti - già incredibilmente
straordinarie - cercando nel frattempo una propria strada, uno stile che possa pian
piano caratterizzare sempre di più il suo talento. Bravo Francesco.
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