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E' appena calata la sera quando nella penombra del palco s'approssima al piano il grande Ahmad Jamal. Lento nell'incedere ma repentino nell'attacco, non esita un istante, e subito le sue agili mani, ora accarezzando ora percuotendo il magico scenario ebano e avorio della tastiera, fanno si che d'improvviso l'aria venga pervasa tutta dalle sue note forti, aspre, spigolose ed insieme sublimi, soavi, incantate.
Il trasporto emotivo è imprescindibile mentre il maestro crea. I frequenti cambiamenti di ritmo, le pause improvvise, le impetuose riprese rendono ostico l'ascolto alle orecchie meno educate. E' difficile la musica di Ahmad Jamal, persino da ascoltare, ma è davvero tanto ricca.
Vorrei saper rispondere, tali e tanti sono i generi e gli stili sintetizzati da quelle mani. In quelle dita di vecchio c'è una musica senza tempo. Ricordo che quando le mie orecchie ancora inesperte ascoltarono per la prima volta le note di un brano di Jamal in una trasmissione radiofonica della terza rete credetti che fosse Art Tatum. Era l'inizio degli anni '80. Fui fiero di me quando lo speaker spiegò che Jamal era considerato l'erede di Tatum. Avevo riconosciuto lo stile. Ma il successivo brano di Jamal che ascoltai all'epoca fu invece per me incomprensibile. Presto capii quanto la definizione dello speaker fosse riduttiva. Quanti altri generi sarebbero poi ancora passati fra quelle mani? Oggi Ahmad Jahmal, settantaquattrenne, è giunto ad una sintesi unica, un linguaggio musicale tutto suo. E' la chimerica lingua di una arabo nato americano. Il concerto di Pomigliano si è poi concluso con dei gradevoli BIS fra l'entusiasmo di un pubblico soddisfatto e grato ad un grande della musica Jazz.
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