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Antonello Salis Michele Rabbia
L'icnografia della musica
Grande pubblico per il duo ospite
della VII Edizione dei "Concerti d'Estate a Villa Guariglia". 10 luglio 2004, Salerno
di Olga Chieffi
foto di Francesco Truono
Un pubblico eterogeneo e numeroso ha affollato i giardini di Villa Guariglia, ove era in cartellone il duo composto da Antonello Salis al pianoforte e alla fisarmonica e
Michele Rabbia, batteria e percussioni, ospiti della mini-rassegna Ballads, Bosse, Bands & Bandoneon, da noi curata, e che da tre anni, fa da prezioso preludio alla sezione jazz, diretta da
Stefano Giuliano. Non nascondendo una certa preoccupazione nel presentare ad un uditorio di una rassegna "classica", le due "schegge" impazzite del jazz italiano, siamo stati piacevolmente colpiti dall'attenzione e dal gradimento, dell'originalissimo linguaggio, musicale, gestuale, tersicoreo, "totale", usato dai due musicisti, da parte del pubblico.
 C'è da restare stupefatti e attoniti di fronte al pianismo di Antonello Salis, il quale, atteso in canottiera, si è presentato con una maglietta nera con su scritto "Governo Bastardo!", musicista che, per qualità strumentistiche, padronanza di un lessico enorme e velocità di pensiero, è nell'Olimpo dei grandissimi, e con il passare degli anni affina sempre più il suo dire musicale. L'improvvisazione diventa realmente composizione istantanea e di grande spessore, figlia di un pianismo al servizio di una verve non comune, di un gusto appassionato per i giochi a incastro e le scomposizioni di stampo cubista alle quali è stato sottoposto un repertorio arcinoto, da
St.Thomas
di Rollins, alla Ninna nanna
di Brahms, da rimembranze chopiniane, alla
Carmen
di Bizet, sino a Steve Wonder e a
Take the "A" Train
di Ellington, reso tra le sue mani inaudito.
Musica della variazione, dove l'imprevedibile diventa la norma e i molteplici cambi di direzione mettono in campo una serie di "figure musicali" che sottintendono una logica quasi teatrale nella realizzazione delle frasi, negli sviluppi improvvisativi. Le percussioni di
Michele Rabbia, composte di una piccola batteria, attorniata da infiniti strumentini, che spaziano da cimbali, campanelle tibetane, sonagli per bambini, scodelle turche, rappresentano il cuore pulsante della musica del duo, da cui emerge una musica dall'ampio spettro cromatico, sferzata da continui mutamenti di clima, che si rivela matura e avvincente, con intro e finali che rileggono la stagione del free e i suoi sviluppi, innestando continue sorprese ritmiche e melodiche.
Danza
Michele Rabbia, che abbiamo sorpreso anche al pianoforte, sui tamburi, assimilando un po' tutte le arti nel suo percorso musicale, anche il teatro, attraverso una sorta di equilibrismo ritmico, una sorta di galleggiamento su di un abisso emozionale, toccato con mano, anzi, con pelli, bacchette, rami di pioppi, foglie essiccate, acqua, pettini, sostenuto dalla sua ossimorica libertà. In Michele Rabbia, la musica non è un prodotto dell'Uomo, non è creazione nel senso consueto del termine, ma essa sta nell'uomo, è la sua stessa vita, è il ritmo interiore ed esteriore che regola il suo comportamento, è la legge liberamente assunta che modula dall'interno ogni sua ora, è il tempo che prende forma e che non viene lasciato, così, fluire senza argini, come acqua su pietra. Il canto dei suoi tamburi rappresenta l'estremo tentativo umano di catturare l'uniformità del tempo, nel suo scorrere ineluttabile e disperante, di piegarlo alla sua volontà creatrice, costringendolo in ritmi che esprimano le scansioni interiori della vita, per una musica delle azioni. "Questo tipo di musica sarebbe piaciuto molto a mio padre", ci ha dichiarato
Tonya Willburger organizzatrice dei Concerti di Villa Guariglia e figlia del sommo incisore Peter.
Peter Willburger partiva dal punto per comporre le sue linee, i suoi profili, il linguaggio di Antonello Salis e
Michele Rabbia è icnografia, per dirla con Michel Serres, nel
suo procedere senza limiti, attraverso la molteplicità degli spazi e dei tempi
annullante ogni nostro possibile sforzo teorico, racchiudendo in sé,
all'infinito, tutte le chances per una sua decodificazione. Il quadro schizzato
dai due musicisti, scoperto alla fine del loro racconto è l'icnografia: non
un'opera, non una rappresentazione, ma il capo, il pozzo, la scatola nera che
comprende, implica, avvolge tutti i profili, le apparenze, le rappresentazioni,
il loro puro sentire musicale, in cui ci siamo immersi, come perduti,
partecipando alla composizione dell'opera, con il nostro gioco di associazioni,
di nascite, di pensieri felici.
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