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Innovazione e tradizione
Francesco Bearzatti "Sax Pistols" - Abdullah Ibrahim
24 giugno 2005, Anfiteatro Fausto, Terni
di Antonio Terzo

photo by Francesco Truonophoto by Francesco TruonoElettricità allo stato puro percorre le note del Sax Pistols di Francesco Bearzatti, sassofonista friulano accompagnato da Stomu Takeishi al basso a cinque corde e Dan Weiss alla batteria, in un concerto che per la "Zona dello stordimento" del Terniinjazz Fest #5, riprende classici del rock di tutti i tempi, rivisitati dal linguaggio jazzistico: ritmica pompatissima, echi fusion sull'output del basso, batteria serrata che diviene strumento melo-dinamico e Bearzatti con largo uso di effettistica sulle proprie ance (sampler, delay e perfino distorsori), loops magnetici ed avvolgenti.

Un disegno arricciato del basso, tempo funky composto, in 7 movimenti, per Black Hole Sun dei Soundgarden, e Bearzatti trasforma il proprio sax in chitarra elettrica: uguale l'attacco, identico lo sviluppo, la stessa distorsione. Notevole assolo del basso, anch'esso emulo della chitarra nella parte acuta del manico, con batteria in sordina che accenna appena al ritmo – giusto i punti di riferimento –, photo by Francesco Truonofino ad un crescendo con pulsazioni discontinue. Senza contare l'incredibile sync fra i tre: non una sbavatura, il che ha dell'incredibile considerato che il progetto non è ancora ben rodato. Più distesa l'intro di Smells like ten spirits dei Nirvana, il sax, prolungato solo da un po' di riverbero, elastiche le atmosfere sfuggenti del basso, per un dialogo a due di coinvolgente forza: roccioso il taglio complessivo del trio, pregevole lo "stoppato" di Takeishi, un pugno allo stomaco il sound di Bearzatti, che non suona un sax con voce di chitarra elettrica, bensì il suo strumento di sempre – proprio il tenore con cromatura opacizzata dal tempo – ma con le stesse inflessioni di un'elettrica. Risulta un pezzo pacato, questo, sulle ali dell'harmonizer del bassista oriundo giapponese, il sassofonista tira fuori il clarinetto i cui glissati riempiono l'Anfiteatro ternano, per un solo avvinghiante, quindi il turno della batteria, asincrona, che tuttavia si combina perfettamente con i dub delle basi di Takeishi, e ancora la "chitarra in forma di sax" dell'ancista.

Breve preparazione per il clarinetto, trattato per La toilette della sposa, voce che si presta a tecnicismi da virtuoso, ma con energia che forse con l'elettrica non si raggiungerebbe: dondola adesso il pezzo, sul battito di basso e mallets di batteria, trasognato il solo di Bearzatti. Chiude il set un medley di noti pezzi de Led Zeppelin, fra cui Whole lotta love, protagonista il basso del giovane nipponico, e Bearzatti che al sax riproduce perfettamente persino l'attacco del plettro sull'elettrica, frutto – immaginiamo – di una particolare ricerca di impostazione ed emissione, molto attenta. Da evidenziare anche il solo in hand-drumming di Weiss, un rapporto quasi fisico con il proprio strumento, controllata la respirazione, misuratissimi i colori, strettissimi – e sempre più fulminei – i passaggi fra i tamburi.

photo by Francesco Truonophoto by Francesco TruonoUn progetto che riesce ad applicare la migliore improvvisazione di matrice jazz ad un repertorio rock moderno, la cui singolarità – e sottolineamo ancora una volta la ricerca sonora del trio – è ben comprensibile anche a chi di rock non ne mastichi tanto. E lo dimostrano gli scroscianti applausi per richiedere il bis: un altro esaltante e travolgente brano che lascia storditi ma appagati, non soltanto il pubblico più giovane, ma perfino i più attempati.

Di atmosfera totalmente differente – e potrebbe dirsi diametralmente opposta – il récital in piano solo del sudafricano Abdullah Ibrahim, con una composizione concepita appositamente per la "Zona dell'Amore" del Terniinjazz e dedicata alla città ospite, una suite tipica dell'estetica del nostro, frutto di pregevole unione fra stilemi classici e jazz. Il silenzio è assoluto e le note gocciano dal pianoforte, dense in intensità e leggere in poesia. Emerge la delicatezza dell'artista, stile compunto, canta con voce all'unisono i vari temi, che si ripetono e rincorrono concatenandosi vicendevolmente e tuttavia a distanza di un tempo troppo dilatato, sì che i diversi leit-motiv non riescono a penetrare la platea e venire memorizzati. Una linea del basso velocizza il paesaggio sonoro, e senza soluzione di continuità si susseguono differenti umori, ora uno spiritual, estremamente rilassato, ora un blues struggente, ora un'aria romantica e raffinata. Tuttavia il pianista sudafricano resta assorto all'interno della propria musica, e solo gli ascoltatori più motivati riescono a "intelleggerla", mancando invece un vero e proprio contatto di comunicatività con quel pubblico che intendeva assistere semplicemente ad un concerto, senza particolare impegno mentale. Superba, nondimeno, la performance, il cui finale a note sospese merita il sentito applauso dei presenti.




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