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Time in Jazz
digit@l trance
11/15 agosto, Berchidda (OT)
di
Antonio Terzo

Partito con Montalbae in, un concerto all'alba di Paolo Fresu e Alborada String Quartet "Scores" che tuttavia è stato interrotto dopo neppure una mezz'ora a causa delle cattive condizioni di tempo, anche quest'anno il Time in Jazz di Berchidda (e dintorni) ha offerto tanta musica, di quella che probabilmente – se ne dia atto al direttore artistico Paolo Fresu – difficilmente si sarebbe potuta ascoltare altrove. All'insegna dell'ampio ombrellone tematico di quest'anno, il binomio "digit@ltrance", la rassegna ha infatti espresso tutta la trasversalità delle esperienze musicali che lo stesso Fresu ha maturato nel corso dei suoi ultimi incontri.

Per ragioni tecniche, il filone "digitale" è stato riversato sul palco centrale di Piazza del Popolo a Berchidda, dove la prima serata, l'11 agosto, è stata inaugurata dalla Magnetic North Orchestra del pianista-tastierista norvegese Jon Balke, organico che mira ad intrecciare il jazz, la classica e le percussioni africane: ed infatti corde vibranti percosse dai crini di un archetto e violini trasformati in strumento di cadenze piuttosto che di melo-armonie costituiscono il substrato su cui Balke libera le sue distaccate frasi al piano. Tromba e sax – che insieme al piano rappresentano la componente jazzistica del progetto – refrattariamente si uniscono alla combriccola musicale: ad una visione d'insieme ne risulta una musica nervosa e magnetica. Soprattutto quando, come nel secondo brano, il portamento ritmico si fa più lento e cascante, ed il piano si distende sulle ritmiche dei due percussionisti Ingar Zach e Helge Norbakken, seguito dal falsetto del trombettista Per Jorgensen e dal sax soprano di Fredrik Lundin. Passione e temperanza caratterizzano l'esecuzione successiva, protagonisti rispettivamente il piano ed il violino, su cui si affastellano poi tutti gli altri per un affascinante dialogo strumentale, mentre sul finale emerge con maggiore personalità il vocalese di Jorgensen. Sullo sfondo di una coreografia cromatica realizzata con la proiezione a schermo di colori ora fluidi e caldi, ora più taglienti e polari, il concerto si avvia a conclusione, con un ultimo brano in cui risalta la struggente combinazione fra gli archi e la voce, deposta sul consueto tappeto percussivo. Un progetto in cui le differenti componenti sonore, pure ben amalgamate, non riescono a fondere le rispettive individualità in un insieme organico dotato di una propria impronta, se non nei frangenti in cui il leader, affidandosi alla loro stratificata orchestrazione, vi imprime il proprio tocco di raffinato improvvisatore.

Più interessante almeno sotto l'aspetto compositivo lo spettacolo della Celtic Procession del chitarrista Jacques Pellen, con le Brittany Bagpipes. A sottendere questa formazione è la ricerca di Pellen (nato a Brest, in Bretagna), rivolta innanzitutto verso il "temperamento" e l'applicazione dei micro-intervalli alla polifonia, da cui l'adozione delle tradizionali cornamuse celtiche (la cui tonalità soffre in senso "ortodosso" di una certa imprecisione) e l'accoglimento di figure di spicco del jazz europeo, come Fresu – fiatista che conosce bene le potenzialità del proprio strumento in senso microtonale – ma anche Kenny Wheeler, Riccardo Del Fra, Gildas Boclé. Un'esibizione che vede il coinvolgimento di Karim Ziad alle percussioni, ultima acquisizione al gruppo, che garantisce la prestanza dei ritmi africani, e quello non occasionale di Paolo Fresu. La cifra qui è marcatamente folklorica, sebbene la profonda conoscenza della chitarra da parte di Pellen e l'apporto di Fresu sbilancino sensibilmente l'asse verso una musicalità più improvvisativa. Il digitale e l'elettronica la fanno da padroni, con Fresu stesso che si avvale, ormai sempre più spesso, di un octaver/harmonizer che infonde particolare profondità al suono già avvolgente del suo flicorno: presenti la tradizione delle danze bretoni il cui periodare rende convulsi i fiati, commista alle sonorità più familiari dei violini in un 7/4 in cui l'assolo di chitarra valorizza gli spunti arabeggianti, o certe accentazioni tzigane attenuate dagli unisoni fra il flicorno del sardo e la voce di Erik Marchand – insieme al quale Pellen e Fresu formano un trio stabile. Un'introduzione in coppia fra chitarra e contrabbasso - squillante la prima, civettuolo il secondo - per il brano Iwan Gamus, in cui Fresu, alla tromba con sordina, interagisce ancora con il vocalista. Il programma si arricchisce ora delle composizioni per cornamusa di Patrick Molard: si innestano così le cinque Bagpipes (oltre a Molard, Pascal Guingo, Yann Cariou, Hervé Le Floch, Yann Palliet) che eseguono il tema, quindi gli archi ed il flauto, in un magma sonoro che individua perfettamente il sound della variegata compagine. A seguire Venus jig, con esposizione del violino e sottolineature delle cornamuse, e per il finale torna Fresu che si alterna alla tromba sordinata ed al flicorno, cui fa eco ancora la suggestiva voce di Erik Marchand a chiosare la ricchezza di colori di un concerto in cui il jazz funge prevalentemente da incontro di generi e culture.

Preceduto dalle nenie taumaturgiche dei cantori-incantatori-percussionisti-danzatori Gnawa di Sidi Mimoun, le cui filastrocche e movenze rituali nella tradizione marocchina indurrebbero la trance a fini di purificazione, altro appuntamento serale in piazza con la "corrente digitale" è, venerdì 12, quello di Bugge "Boogie" Wesseltoft e la sua New Conception of Jazz, una sorta di sincretismo fra l'interesse per molteplici generi musicali – soul, classica, avanguardismi e jazz – e le sue principali passioni, ossia tastiere ed elettronica in tutte le sue forme, spalmate su basi ritmiche molto groovy e tanta improvvisazione. Si comincia con un'introduzione dai discordanti echi "satiniani" al piano, che Wesseltoft poi lascia a ripetere l'ultima frase campionata, per passare alla consolle sui cui effetti entrano a poco a poco gli altri strumenti – il basso di Ole Morten Vaagan, Andreas Bye alla batteria, Richard Gensollen su percussioni ed elettronica ed il dj Jonas Lonna –, mentre il leader fa la spola fra piano e campionatore. Raffinato il suo "nu jazz", algidi i loop, nordiche le ambientazioni del suo piano, per il quale l'estemporaneità gioca comunque un ruolo importante: abile nell'uso dei dispositivi elettronici, nel loro impiego dal vivo, nella "cattura" delle frasi immediatamente dopo averle suonate… Piano elettrico per il secondo brano, finissima la rete di armonici dai piatti di dj Lonna, che cura anche le suggestive proiezioni sullo schermo alle spalle del gruppo, sia graficamente trattate che senza filtri: un'autostrada, volti, case, metropoli, prati, cieli aperti... Dalla sua postazione Wesseltoft solleva e sovrappone panneggi di ricorrenze ritmiche, giri d'accordi, sezioni campionate, per poi svolgervi sopra un'altra delle sue appassionanti invenzioni all'impronta. Ed il coinvolgimento della piazza è tale che poco a poco il pubblico si alza e prende a ballare: che sia questa la "Nuova concezione del jazz", combinazione fra la musica di qualità, l'improvvisazione ed il divertimento di coloro a cui piaccia pure muoversi?

Eppure è nella dimensione acustica che gli stessi protagonisti dei concerti di cui fin qui s'è cercato di dar conto hanno emozionato di più, complici, forse, le particolari locations scelte per le varie ambientazioni musicali che hanno contribuito non poco allo straniamento della trance.

A cominciare da Jon Balke & Bugge Wesseltoft piano duo di venerdì 12 agosto (alle 11), in cui i due pianisti si sono divertiti a suonare "insieme" e "contro". Tenutosi nella cornice suggestiva e dalla meravigliosa acustica circolare del Santuario di San Paolo Eremita di Monti in quel di Olbia, alla presenza di circa 400 spettatori stipati dentro e fin davanti l'ingresso, stante l'esiguità dei posti a sedere, i due pianisti si sono spalleggiati in vorticosi turbiníi di note, ma anche in intensi momenti lirici dalle tenui tinteggiature artiche, hanno giocato a farsi la guerra a colpi di tamburello e si sono scontrati nell'uso percussivo delle corde interne dei rispettivi pianoforti, incantando gli astanti con rapsodie e bolero, ballads ed improvvisazioni libere. E nonostante l'uso "improprio" dello strumento – corde interne stoppate o pizzicate, pestaggi di tasti e rumoristiche varie – il loro tocco elegante e la raffinatezza del loro gusto musicale e soprattutto esecutivo hanno pienamente soddisfatto. Di particolare coinvolgimento i crescendo dei due pianoforti ed il pizzicato interno di Wesseltoft sul finale dell'improvvisata scaletta.

Trascinante anche il bis, su un pedale ritmato di Wesseltoft, Balke sviluppa un intervento libero che passa per il ragtime e tocca la vera essenza della musica e dell'incontro dialettico fra questi due eclettici musicisti: la percussione di Balke sul tamburello contemporaneamente all'articolazione pianistica, Wesseltoft che gli dà supporto nei mille modi che la sua fantasia gli consente, l'invito dell'uno all'altro insistendo su una certa frase per entrare in simbiosi interpretativa, il walking bass di Balke – in echi ellingtoniani – su cui adesso è Wesseltoft ad intrecciare una libera improvvisazione. Senza dimenticare i finali, i quali anziché ripetersi all'infinito nel tentativo di dare una cesura "canonica" a ciò che di "canonico" ha ben poco, terminano ironicamente con un semplice sguardo fra i due ed una frase lasciata in sospeso: ed anche questo è jazz.

Altrettanto efficaci emotivamente sono stati i Triptyque, trio costituito da una costola della Celtic Procession, con Jacques Pellen alla chitarra, Jacky Molard al violino e Patrick Molard alle cornamuse, esibitisi venerdì 12 agosto alle 18. Inizio in assolo di flauto, che soffia mischiato alla leggera brezza, delicato e bucolico, intonato al paesaggio e agli stati d'animo dei presenti, stesi sul prato antistante la Chiesa di Nostra Signora di Castro ad Oschiri. E l'umore agreste viene enfatizzato dalla danza che allegra intona come secondo brano: i suoni si fanno più celtici, con tipici strumenti di questa cultura a cavallo della Manica, ed anche il lieve zefiro sembra tenere il tempo a chi, chiusi gli occhi al tiepido sole, riesca a sentire e partecipare alla trance, sul lento e cadenzato motivo esposto da cornamusa scozzese e violino… Dopo una mulinante danza primaverile cadenzata da colori e sfumature tonali, subentra un frangente più riflessivo in assolo arpeggiato da Pellen, con bassi scoccati dal violino filtrato da un octaver. In risposta si invertono le parti ed il violino adesso sigla un intervento ricco di acciaccature sorretto dalle armonie della sei corde; a seguire la cornamusa con la sua voce cantilenante segna un momento straniante sdoppiato dall'unisono finale con il violino. Patrick Molard presenta la biniou kohz, tradizionale cornamusa bretone, con cui esegue It should've happened a long time ago di Paul Motian, più acuto il registro, guizzante negli attacchi. Da sottolineare ancora due composizioni di Jacky Molard, Venus jig e The last change, struggenti, che completano il range di sfumature che le diverse radici semantico-musicali intrecciate dai Triptyque incarnano.

Di particolare intensità il solo piano di Jon Balke, sabato 13 agosto nella Chiesa di San Michele, poco fuori Berchidda (alle 11): questa volta però il pianoforte è posizionato all'esterno della piccola chiesetta di campagna, sotto i rami di alcuni grandi ulivi che concorrono a rendere ancora più suggestiva l'atmosfera. Balke inizia a picchiettare le corde dall'interno del suo piano, con un pizzicato simile ad una "spinetta", ma nonostante le "trovate acustiche" i brani sono meditativi, e Balke sembra scovarne e leggerne i temi sulle foglie dell'albero che sovrasta pianoforte e pubblico, fra i cui rami s'aprono squarci di cielo azzurrissimo da cui attingere per gli accordi, intrisi d'una malinconia tutta nordica, discontinue scale discendenti a colorare il clima "boreale", impetuosi stati d'animo vibrati da forti sulle note gravi si alternano a tenui arpeggi sulla sezione medio-alta; quindi il tema, che riporta alla nostalgica tranquillità d'inizio brano, con largo movimento. Sperimentatore nel campo della ricerca acustica, Balke adesso con la sinistra introduce un dizionario tascabile all'interno del piano e va spostandolo a seconda delle armonie che richiama con la destra, creando un effetto mosso stoppato che funge d'accompagnamento alla melodia generata dagli armonici. Per il pezzo successivo, un alone di mistero circonda le sue dissonanze armoniche sulle quali danza il motivo appositamente scritto per il coreografo italiano Francesco Scaletta: arpeggi stretti sugli acuti, mentre i registri più gravi assecondano gli ampi respiri della semplice linea tematica.

La performance prosegue, il pianista norvegese continua a tirar fuori dal suo cilindro musicale svariati oggetti, questa volta una pallina da ping pong, che utilizza per sfregare le corde del pianoforte e successivamente produrre un glissato irregolare facendola scorrere su corde adiacenti nel senso della lunghezza: e sul ronzio dato dalla pallina traccia con la sinistra un minimale disegno melodico sui medi che fa più irreale l'ambientazione. Piccoli affreschi sonori, ognuno dei quali è siglato da un fragoroso applauso, in contrasto con l'assoluto silenzio che gli ascoltatori, tutt'intorno al suo piano, riservano alle sue esecuzioni, e quasi ad ogni brano Balke si diverte parimenti a presentare un nuovo oggetto – una palla di gomma, dei campanellini, perfino un piccolo aggeggio a batteria che induce delle micro-vibrazioni alle corde del piano. E se pure la musica potrebbe essere definita come "arte d'organizzare suoni e silenzi in successione nel tempo", il piano solo di Jon Balke avrebbe comunque il merito di riuscire a fermare gli orologi del pubblico presente, facendo cadere in trance perfino il tempo.

 




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Data ultima modifica: 05/01/2008

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