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Paolo FresuUri Caine
Sashall, Firenze - 31 Marzo 2004
di Dimitri Berti

"Tradizione in movimento" sembra non essere solo il nome di una delle prime manifestazioni organizzate dal "Musicus Concentus", ma anche uno dei principi costitutivi dell'organizzazione. In questa ottica è anche stato proposto il concerto di Uri Caine e Paolo Fresu.

Entrambi musicisti che non hanno certo bisogno di presentazioni: due lunghe ed intense carriere alle spalle, importanti riconoscimenti in tutto il mondo e séguiti come quelli di un concerto rock. Il duo, ormai attivo dal 2002, si dimostra ben rodato: c'è un'ottima intesa tra i due musicisti che sembrano colloquiare attraverso i loro strumenti quasi si fosse instaurato un dialogo telepatico. Questa affinità attrae non solamente il pubblico ma sembra anche divertire loro stessi: con grande naturalezza ed umiltà affrontano un generoso concerto che sorpassa, con i suoi due bis, le due ore.

Caine è certamente un pianista di grande talento: ha una tecnica eccellente che gli consente da un lato di esprimere appieno la sua visionarietà, dall'altro di rimanere sempre cosciente ed incollato a terra attento a non inciampare; il suo fraseggio è cantabile ma allo stesso tempo sofisticato, bluesy quanto basta. Il tocco consistente, deciso e controllato; sempre deciso nel momento di accompagnare fornisce al suo compagno un importante sostegno ritmico e la sua mano sinistra ci fa dimenticare l'assenza di un bassista.

Di fronte a lui alterna la tromba al filicorno Paolo Fresu. Dipinge con le sue linee atmosfere rarefatte, oniriche; servendosi dell'elettronica colora la sala con toni intensi e caldi. Memore della lezione davisiana ci ricorda che il Silenzio, non è solamente una squallida melodia di stampo militaresco, ma qualcosa con cui si può dialogare, un riflettore col quale fare emergere particolari smarriti da molti nel troppo suono.

Così il concerto prosegue frizzante e sostenuto, alternando tante ballad quanti fast; graziosa la versione del vecchio standard Cheeck to cheek. Si farà ricordare sicuramente per la sua visionarietà e la capacità di evocare luoghi sempre sospesi tra il sogno e la realtà.

L'intento è chiaro: per questi due musicisti la tradizione è un'identità in cui riconoscersi ma allo stesso luogo da cui partire e dirigersi altrove. Una grande lezione: solo grazie alla poesia ci si può allontanare da tanti, e troppo praticati, esercizi di stile





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