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Rassegna Metropolitan d'autore Palermo, 26 maggio 2003 – Teatro Metropolitan di Antonio Terzo Con una melanconica introduzione di piano solo in tonalità minore si apre l'attesissimo concerto di Sergio Cammariere a Palermo, un mese addietro rinviato per problemi di salute dell'artista. Ma già allora, reduce dal successo di Sanremo, il Teatro Metropolitan aveva registrato il tutto esaurito, fino al punto che anche i media ora sono rimasti per lo più in piedi. Il palco è denso di fumo di scena e luci soffuse che, sparate a grandi raggi dalle quinte verso l'alto, contribuiscono a procurare l'atmosfera soft-jazz che, da sempre e a buon diritto, il cantautore crotonese presenta di sé e della sua musica. E la sua voce calda ed un po' roca, da chi comunque qualche sigaretta la fuma, prende a cantare "Camminai fino a non pensare più", primo verso di Apri la porta. E fu musica…d'autore!
Così, saggia il piano con degli accenni blues ed annuncia Sorella mia, un ritmo quasi di mambo con pregevole timing di Ariano, molto intima nei versi di Kunstler, poetico paroliere qui come in gran parte della produzione del nostro. Altra pausa per chiacchierare amabilmente con il pubblico e fare dei saluti "d'obbligo" e delle dediche giuntegli per email, quindi l'ambientazione si scolora, perde di tono per tradurre "l'autunno già tra i rami" de Le porte del sogno. E' palese come da sempre Cammariere sia abituato a reggere la propria musica sulle sue sole dita, saprebbe infatti esprimere lo stesso identico lirismo anche con piano solo. I colori vengono comunque ovviamente dal gruppo, in modo particolare da Fabrizio Bosso, giusto adesso introdotto per tener su, con la sua tromba, il ritmo quasi salsa di Canto nel vento, la voce ed il piano disinvolti e sciolti… Cammariere diventa invece più serio per recitare "Giovanni, li vedi quegli angeli caduti sulla strada … uno per ogni vittima di questo firmamento" dedicandone i versi al giudice Falcone. Ci vuole poco per essere intenso, ed altrettanto poco per mostrare di saperne in fatto di musica, dando l'avvio ad un medium in 5/4, quello di Tempo perduto, che Bosso evidenzia con la sua tromba cristallina, mentre il "perduto tempo" marcia sulle spazzole di Ariano.Dopo questo momento particolarmente coinvolgente, Sergio prende ad armeggiare all'interno del piano per creare un arpeggio molto particolare, due accordi e la suspense è creata: "Per ricordarmi di te, ombre trafiggono il mare"… Così come il brano trafigge la sensibilità dell'ascoltatore. Bosso, velata la sua tromba con sordina, rifinisce gli spazi opportunamente lasciati dal cantautore, e poi, tolto l'accessorio, si lascia andare ad un assolo meditativo e toccante, sul blues servitogli dal gruppo su un vassoio d'argento. La mer, omaggio a Trenét per la traduzione di Pasquale Panella, seguito da un secondo pezzo strumentale, in stile quasi classicheggiante, di sicuro impatto, quindi Cambiamenti del mondo, "qualsiasi lontananza è una distanza"… il cui finale è affidato ad un impegnativo assolo di Bulgarelli, con il quale Sergio successivamente svolge un piacevole ed estemporaneo dialogo strumentistico.Parte quindi il brano che dà titolo all'album, Dalla pace del mare lontano, e dopo una brevissima uscita, acclamatissimo Cammariere torna a suonare il pezzo che lo ha portato alla consacrazione del grande pubblico, Tutto quello che un uomo, con tanto di accompagnamento corale del pubblico, che ormai ne conosce il testo a memoria, per un frangente di particolare emozione: dal vivo, in effetti, questa canzone appositamente preparata per la kermesse festivaliera, trasmette le vibrazioni dell'autore, coinvolgendo anche i più scettici sul "compromesso sanremese". Bosso segna l'inizio di Via da questo mare con una frase che raddoppia l'inciso, e dopo il duetto con il pianista, si produce in una bellissima parafrasi con respirazione circolare che lascia a bocca aperta gli astanti non avvezzi al suo repertorio di consumato jazzista… Sembra anzi che si diverta di più in questa situescion piuttosto che su un jazz-set dove certamente, senza nulla togliere alla sua indubbia professionalità, è più concentrato. Gli ultimi due brani mirano a stemperare il pathos creatosi con i precedenti, Cantautore piccolino con un buon recitato del contrabbasso, e l'ultimo, Vita d'artista, istrionica conclusione di un concerto nel quale né il protagonista né tanto meno i musicisti, tutti di gran livello, si sono risparmiati, suonando più di una quindicina di brani per circa due ore di musica. D'autore.
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