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Chick Corea ![]() Tim Garland - sax e flauto Marcus Gilmore - batteria Hans Glawischnig - contrabbasso con la Bayerische Kammerphilharmonie
A distanza di tre anni torna a Palermo Armando Anthony "Chick" Corea, per la stagione estiva del Teatro Massimo, nell'ariosa sede del teatro di Verdura. E torna nell'anno delle celebrazioni dedicate a Wolfgang Amadeus Mozart, non a caso accompagnato dalla Bayerische Kammerphilharmonie, la Filarmonica da Camera Bavarese, per il suo In the Spirit of Mozart Tour. Musicalmente affezionato al compositore di Salisburgo, Corea già nel 1996 con l'album The Mozart Sessions si era cimentato insieme alla Saint Paul Chamber Orchestra diretta dall'amico Bobby McFerrin nel repertorio mozartiano, con buon apprezzamento da parte della critica.
In questo tour non mancano per questo a supportarlo in quartetto tre validi jazzisti, Tim Garland al sax e al flauto, il giovane Marcus Gilmore (nipote neppure ventenne del mitico Roy Haynes) alla batteria e Hans Glawischnig al contrabbasso, inizialmente mimetizzati fra le fila degli orchestrali. La performance prevede una prima parte ispirata al genio di Salisburgo, con la particolare interpretazione del "Piano concerto in Do minore" – eseguita lo scorso primo luglio in Austria (poco dopo il sessantacinquesimo compleanno del nostro) nell'ambito del Jazz Fest Wien all'Opera di Stato della capitale austriaca –, nonché Africa, il primo di cinque brani che costituiscono una suite dedicata ai cinque continenti, completata con gli altri quattro pezzi nella seconda parte. Ma filo conduttore di tutta la serata è comunque la formula del piano
concerto, con dialoghi diretti fra il titolare e la sezione orchestrale, all'interno
dei quali trovano posto le sortite improvvisative dei membri del quartetto.
Si riprende la seconda parte con la presentazione della band, e il prosieguo
della suite, Europa,
dove prevedibili, anzi immancabili sono le sfumature spanish, accentuate
dal "call-and-response" fra orchestra e jazzisti: tra questi il flauto del fiatista
newyorkese, che dalla sezione di pertinenza si porta in zona solistica, al centro
del palco, sciorinando una serie di frullanti scale che rimarcano il mood
latino. Spassosi anche gli scambi fra batteria ed archi, quindi, caldeggiato dal
pianista nordamericano, il contrappunto all'impronta dell'austriaco, frasi spezzate
e narrazione tuttavia coerente. Seguono preceduti da brevi presentazioni da parte
del leader, Australia,
con ambientazione più misteriosa e sospesa, sugli archi tremuli le distese aperte
del nuovissimo continente; America
– "tutta, del Nord del Centro e del Sud" – musicalmente resa con una ritmata
ballad, andamento cantabile sui passi di bossa e Garland al sax soprano,
più rapido il suo fraseggio, pulito e preciso;
Asia, con attacco di Corea
da direttore, in piedi davanti all'organico, contrabbasso con archetto, una tonalità
minore invero poco… asiatica. Infine
Antarctica, con Garland
che sfodera un pastoso e profondo clarinetto basso, frastagliata ma efficace
la sua esposizione, sorretta da contrabbasso e sonori beat di batteria.
E per il bis il quartetto si dispone tutto a centro pedana, dando ancora prova di notevole intesa, molto sciolto il timbro del tenore di Garland a percorrere tutta l'estensione dello strumento, pregevole l'interplay fra piano e contrabbasso, dotato di un finissimo pulse, poliritmico il giovane batterista al proprio turno. Quindi in coda Corea inserisce una figurazione che l'orchestra riconosce subito, assecondandolo nella riesecuzione parziale di uno dei brani d'apertura. A parte qualche attimo di calo, fisiologico in un concept di questo tipo, il concerto coinvolge per l'equilibrio delle parti, e soprattutto perché Corea non calca la mano e non cade nella trappola del jazzista virtuoso che si cimenta in un ambito non proprio relegando l'orchestra ad un ruolo oleografico, ma al contrario dimostra molta umiltà e al contempo grande personalità, mettendo al servizio di questa sua nuova visione musicale tutta la sua esperienza di pianista e jazzista. La musica infatti è la sua e si sente, ed anzi riesce ad integrare gli interventi d'orchestra nel contesto dialettico tipico del jazz, ed inserire, contemporaneamente, i propri monologhi ed i contributi d'estemporaneità dei propri solisti nella struttura d'impronta fortemente classica delle composizioni. Ne viene fuori un complesso quanto ben riuscito sincretismo – non ibridismo – fra due generi che si dimostrano una volta di più così lontani e così vicini. E il merito è di un grande jazzista.
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