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Danilo Perez Trio
Roma Jazz Festival - Auditorium Parco della Musica - Sala Sinopoli - 8 novembre 2003
di Dario Gentili

photo by Daniele Molajoli



Danilo Perez -
piano
Ben Street -
contrabbasso
Adam Cruz -
batteria

Una sala Sinopoli gremita ha potuto entusiasticamente salutare, dopo appena quattro mesi dall'esibizione nel quartetto di Wayne Shorter al Dolce Vita Jazz Festival, il ritorno a Roma di Danilo Perez, uno dei pianisti più apprezzati e seguiti del momento. Non c'è dubbio che Perez stia attraversando un periodo molto fortunato della sua carriera, grazie al suo recente lavoro Till Then e a una intensa attività live, ovunque acclamata dalla critica e dal pubblico.

Stasera all'Auditorium il pianista panamense presenta proprio l'album pubblicato dalla Verve, che, secondo alcuni critici, nel voler introdurre la canzone popolare nel jazz, si rifarebbe a un'operazione tipica dell'epoca di Tin Pan Alley. Eppure, né in …Till Then, né nella scaletta del concerto di stasera sono presenti composizioni di quel periodo, né Berlin, né Porter, né Gershwin: l'omaggio di Perez alla canzone popolare piuttosto si traduce nell'interpretazione e nell'arrangiamento di brani più recenti, che non sfigurerebbero affatto accanto agli standards più classici di questi mostri sacri del passato. Così Perez suona canzoni quali Overjoied di Steve Wonder o Fiddle and the Drum di Joni Mitchell nello stile più classico del post-bop. Tuttavia, anche stasera Perez non smentisce l'ispirazione latina che regge non soltanto le sue composizioni, Native Soul e Improvisation on Red, ma anche e soprattutto la scelta dei brani altrui da interpretare, che rappresentano una completa e avvincente panoramica di quel mondo musicale vario e molteplice che è l'America Latina. E allora si passa dai ritmi cubani di Rabo de Nube di Silvio Rodriguez alla leggerezza accattivante della salsa di Paula C di Ruben Blades; il pianismo di Perez riesce insieme a essere preciso e netto nelle melodie e trasbordante e virtuoso negli assoli, ottimamente coadiuvato dalla sezione ritmica del contrabbasso di Ben Street e della batteria e percussioni di Adam Cruz, il quale, oltre a possedere una eccellente tecnica, è dotato anche di una notevole fantasia, qualità fondamentale per accompagnare Perez nelle numerose variazioni di stili e di ritmo tra un brano e l'altro, ma anche all'interno del singolo brano.

Nel viaggio in Sudamerica di Perez naturalmente non poteva mancare il Brasile, omaggiato attraverso Vera Cruz di Milton Nascimento, brano che chiude il concerto con una interpretazione lunga e serratissima, dove nonostante le variazioni di ritmo anche radicali non si dimentica mai il tema molto melodico e accattivante di Nascimento. Eppure, Vera Cruz è solo il preludio al bis: una improvvisazione di quasi venti minuti, in cui i musicisti investono generosamente tutta l'energia loro rimasta, trascinando il pubblico verso un finale in vertiginoso crescendo per concludere un concerto dove, se mai ce ne fosse stato bisogno, Perez ha comunicato, oltre al suo grande talento, anche l'entusiasmo e la sincera gioia di suonare, senza risparmio alcuno, per puro piacere.

 



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