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Instabile's 2004
Avanguardie a Confronto
Pisa 8-13 dicembre 2004
di Paolo Carradori (Jazzit)

L'Instabile's Festival 2004 senza l'Italian Instabile Orchestra ? Potrebbe sembrare una provocatoria contraddizione ma non è così. La presenza di quella che è una delle orchestre più famose al mondo è comunque forte in questo ottavo appuntamento pisano sotto la preziosa guida artistica di Francesco Martinelli. Ben rappresentata sia da progetti e formazioni che coinvolgono molti dei suoi musicisti, ma soprattutto dall'aria che si respira, da vero cantiere di ricerca creativa che è poi la filosofia dell'orchestra. Un programma che coinvolge spazi diversi oltre il tradizionale Teatro Verdi (Cineclub Arsenale, Sala Multimediale Cinema Lumìère, Teatro Sant'Andrea), parzialmente tematico se vogliamo, percorso che mette a confronto musica improvvisata, elettronica, video, con tre grandi artisti contemporanei Joseph Beuys, Umberto Boccioni, Mimmo Rotella.

Il pianoforte di Umberto Petrin partendo da Refractions di Cecil Taylor, come strumento di analisi, traccia ideologica, scandaglia nel profondo le tematiche dell'artista tedesco Joseph Beuys (1921-1986). Attraverso l'arte Beuys vuol ricreare un nuovo rapporto con il mondo, con il recupero della natura, ricostruire l'unità dell'uomo, ridargli energia e tensione. Un'arte capace con azione e parola (sculture sociali) di far entrare tutti gli elementi viventi in comunicazione tra loro. Nel progetto Beuys Voice Petrin, tra l'altro poeta e profondo conoscitore d'arte, riporta sulla tastiera le emozioni di un percorso improvvisativo che fissa, scolpisce, nei ritmi/energia, in trasparenti spazi sonori, una traccia forte, simbolica, un possibile legame antropologico con un uomo nuovo, libero. Non a caso il pianista prende le mosse da Taylor, alter ego, spazio di confronto dove mettere in gioco un ricco bagaglio culturale novecentesco e tracciare contemporaneamente dalle complesse architetture tayloriane un forte legame con la musica afroamericana. Con pregevole equilibrio tra rigore e libertà espressiva Petrin, forte di un tocco limpido quanto lontano da muffosi accademismi, con il contributo di nastri di nastri magnetici preparati e le immagini amatoriali e suggestive del video "Diary of Seychelles", offre di nuovo una prova di alto pianismo contemporaneo.

Ho veduto volare – Trittico per Boccioni è invece il progetto del trombonista Giancarlo Schiaffini sull'opera dell'artista calabrese. Il musicista dall'alto della sua oramai quarantennale carriera nelle più prestigiose esperienze contemporanee (ha collaborato con John Cage, Luigi Nono, Giacinto Scelsi, Steve Lacy, Misha Mengelberg solo per citarne alcuni) costruisce un preziosa performance dove suono, immagini, voce, elettronica, rappresentano piani di lettura che si intersecano, si allontanano, dialogano, si confrontano, vicini in questo alla "sintesi dinamica" teorizzata da Umberto Boccioni (1882-1916). Il futurismo fu probabilmente il primo movimento artistico che si possa chiamare avanguardia, l'arte concepita come radicale rivolgimento della cultura e del costume. Al manifesto letterario di Marinetti del 1919 seguì il manifesto della pittura futurista, firmato altre che da Boccioni, da Balla, Carrà e Russolo. Boccioni studia gli effetti fisici della velocità sul corpo umano: il movimento è velocità, la velocità è una forza che interessa l'oggetto che si muove e lo spazio in cui si muove. Questa ricerca sul dinamismo rende attualissima l'opera di Boccioni, lavoro che si salda con forza alla nostra società tecnologica, la pubblicità, i fumetti, internet, ecc… Su questa attualità boccioniana, Schiaffini costruisce un progetto intriso di quei fermenti, sperimentando linguaggio asciutto, suono disincantato, che arricchisce con un uso dell'elettronica funzionale e non sterile espressione tecnologica. Il trittico si completa con i contributi altrettanto decisivi di Silvia Schiavoni e Ilaria Schiaffini. La Schiavoni canta, parla, urla, legge tracce, saggi, scritti autobiografici dell'artista, rendendo musicalità ai materiali orali, facendoli assurgere, oltre la valenza di testimonianza, a costruzione sonora, strumentale, che ora riempie i silenzi ora si sovrappone al linguaggio del trombone. In questo scenario emozionale le immagini, le elaborazioni al computer di Ilaria Schiaffini, figlia di Giancarlo, videoartista e studiosa d'arte contemporanea, chiudono il trittico con un visionario quanto profondo lavoro di immersione, vivisezione, scomposizione delle opere di Boccioni, alla ricerca di una possibile angolazione di lettura e analisi critica. Una performance di sana arte contemporanea.

Mimmo Rotella (Catanzaro 1918) è probabilmente uno degli artisti più originali degli ultimi decenni. L'artista trova una relazione tra il gesto istintivo e inconscio dello strappare cartelli pubblicitari dai muri e le nevrosi del cittadino, come un legame con la loro funzione consumistica. Lo strappo cancella il valore comunicativo del manifesto, non solo, la lacerazione, dal punto di vista estetico, lascia affiorare sorprendenti figure e colori del cartellone sottostante, ne viene fuori un miscuglio di frammenti casuale, senza nessuna rapporto tra loro. Rotella affianca a questa ricerca un lavoro sulla voce, con i poemi fonetici, le poesie "epistaltiche, che esplorano le possibilità della voce umana al di fuori dei linguaggi convenzionali, creando una nuova grammatica di suoni e rumori. Il violinista Emanuele Parrini e la cantante Tiziana Ghiglioni, insieme da anni in diverse progetti, hanno dedicato all'artista catanzarese uno delle migliori registrazioni del 2003 ("Rotella Variations" – Splasc(h) /recensito su Jazzit n. 20). I due sul palco del Tetro Verdi di Pisa con una corposa e prestigiosa formazione (Claudio Fasoli sax; Gianluigi Trovesi alto e clarinetto; Nico Gori clarinetto; Giancarlo Schiaffini trombone; Jacopo Martini chitarra; Franco Nesti contrabbasso; Tiziano Tononi percussioni) ripropongono quel lavoro che dal vivo assume caratteri emozionali del tutto speciali. La stratificazione dello strappo rotelliano si traduce in una suite trasversale che si colora di sapori contemporanei, improvvisazioni. ironia e libertà collettiva che esaltano il carattere unitario dell'idea culturale che percorre tutto il progetto. Mentre sullo sfondo scorre una selezione di opere di Rotella, soprattutto strappi e decollage di Marylin Monroe, e ogni tanto dal nulla si ascolta la voce dell'artista, un'energia circolare attraversa l'intera formazione e ogni musicista fuori da unisoni e strutture, si mette in gioco creando tessere che vanno a comporre un ricco mosaico. Emanuele Parrini da vero leader gestisce i tempi e gli equilibri dell'ensemble, lasciandosi pochi soli come sempre graffianti e concreti. La Ghiglioni a pieno agio nel contesto surreale della serata evoca tutte le possibilità comunicative della voce, legando tra loro i continui capovolgimenti tematici del percorso creativo. Una coraggiosa ed intelligente prova nella difficile ricerca di una possibile corrispondenza tra musica e arti figurative.

Doppio Senso Unico nell'affascinante spazio del Teatro di Sant'Andrea vede all'opera Tiziana Bertoncini (violino), Thomas Lehn (sintetizzatore), Giulia Gerace (video), Camilla Bonadonna (fotografie). Una performance che al di là delle buone e sincere intenzioni degli interpreti ha lasciato qualche perplessità. Il sintetizzatore di Lehn,usato con ricca gestualità, costruisce spazi sonori, grovigli, silenzi, fruscii, rumore, fischi, in una linea "stilistica" che non cade mai nella facile soluzione o nella ripetizione. Di fronte a lui il violino della giovane Bertoncini nega il proprio ruolo tradizionale a favore di un continuo lavoro di destrutturazione anti-romantica, in una estrema ricerca sonora, percussiva, lacerante. Dietro di loro scorrono delle immagini con un montaggio ritmico diversificato. Ma queste tracce non si incontrano, rimangano parallele, una lontananza, un vuoto che penalizza il valore singoli valori creativi. Probabilmente "Doppio Senso Unico" vuol mettere a suo modo alla prova le capacità di ricomposizione, di sintesi, di chi ascolta e guarda, ma allora sarebbero servite coordinate più forti, progettualmente meno evanescenti.

Le rassegne i festival hanno spesso al loro interno un momento magico ed unico per cui saranno ricordate, ebbene il set del trio Joelle Léandre (contrabbasso/voce), Sebi Tramontana (trombone), Paul Lovens (batteria) sarà sicuramente uno di questi. La Léandre uno dei pilastri della musica improvvisata europea ha esposto, senza forzare dinamiche e teatralità, la sua profonda capacità di tirar fuori dal suo strumento una miriade di suoni e soluzioni ritmiche che creano tensione e spazio per i compagni di viaggio. Paul Lovens, camicia bianca, cravatta, sembra come sempre capitato sul palco per caso, quasi fuori posto. Appena impugna le bacchette però si capisce subito che quello è in realtà il suo posto naturale. Con uno stile scarno, usando pochi elementi di un set tradizionale, Lovens costruisce con una personalità senza confini una ragnatela di sonorità, di ritmi sottintesi, gestualità sospese, che stanno sempre dentro la logica dell'improvvisazione collettiva. Una essenzialità che trova nelle splendida prova di Tramontana un referente forte. Il trombonista italiano sforna una delle sue interpretazioni più sentite vicino a quei mostri sacri. Prosciugando al limite l'espressività del suo strumento Tramontana trasmette una tensione creativa che trova nei silenzi, in brevi frasi distorte da sordine, le più diverse, un filo conduttore che illumina tutto il percorso della performance. Ancora una volta l'emozione è alta di fronte a tre artisti che senza spartiti, accordi preventivi, nobilitano nel modo più alto l'improvvisazione totale al di fuori di etichette e stili.

L'ultima serata presso il Teatro Verdi ci regala due set tanto diversi quanto interessanti. Il sassofonista torinese Carlo Actis Dato con il suo quartetto (fondato nel 1984!) con Beppe Di Filippo ai sassofoni, Enrico Fazio al contrabbasso e Fiorenzo Sordini alla batteria, riconferma tutte le coordinate di ricerca che da venti anni porta avanti con questa formazione. Un fantasmagorico work in progress che ingurgita ritmi, colori delle musiche del mondo per poi riproporli in una gestualità circense, teatro musicale dove succede di tutto. Actis Dato compositore, esecutore ed organizzatore di suoni ci coinvolge nella sua gioia di fare musica con travestimenti, gag, scorribande in platea, quiz a premi con il pubblico. Dietro tutta questa ricca esposizione c'e però un rigore esecutivo, un profondo lavoro d'insieme e una tecnica strumentale straordinaria che i quattro fanno trasparire con una facilità sorprendente. Ci piace sottolineare, dando per scontata la conferma delle forti e inossidabili qualità dei componenti la formazione storica, la bella sorpresa di Beppe Di Filippo che, in sostituzione di Piero Ponzo, all'alto e al soprano fornisce una maiuscola prova sia rispetto alle dinamiche interne al gruppo che nei soli pieni di energia corrosiva.

Il contrabbasista Giovanni Maier non poteva trovare migliore denominazione per il suo ensemble. Mosaic Orchestra rende infatti appieno la logica progettuale che sta dietro l'idea musicale. La formazione costruisce infatti, seguendo il disegno del leader, un percorso creativo dove gli elementi di provenienze e forme diverse vanno a formare un'opera unica. Il legame forte è quello con il jazz nero che piace a Maier: i colori e i grovigli sonori mingusiani, la Liberation Music Orchestra come guida ideologica terzomondista, la gioiosa parodia dell'Art Ensemble of Chicago come collante, caleidoscopio degli stili della storia del jazz, ma anche schegge della caotica genialità di Frank Zappa. Si avvale in questo viaggio di una formazione straordinariamente viva e pulsante (Luca Calabrese tromba, Lauro Rossi trombone, Enrico Sartori sax alto e clarinetto, Saverio Tasca vibrafono, Giorgio Pacorig pianoforte, Zeno De Rossi batteria) con la quale modella strutture e spazi improvvisativi con sapiente capacità ed equilibrio.








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Data pubblicazione: 13/02/2005

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