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Jazz al Metropolitan 2003/2004 4 novembre 2003 – Palermo, Teatro Metropolitan di Antonio Terzo photo by Antonio Terzo John Patitucci (cbs e bs el.)
In tour con Songs, Stories & Spirituals, il suo ultimo disco, Patitucci si è esibito in prima italiana al Metropolitan di Palermo in un concerto che ha mantenuto tutte le sue promesse, per versatilità, livello tecnico e coinvolgimento emotivo di pubblico ed artisti stessi.Inizia la sequenza Tall Tale, eseguita in trio con piano e batteria – forse frutto della proficua e duratura esperienza con Roy Haynes – in cui il sapiente e bilanciato tocco pianistico di Ed Simon si abbina con gusto al virtuosismo del bandleader, che con agilità si prodiga da subito in un solo che istantaneamente scalda l'atmosfera. Simon è ben all'altezza della sua fama di elegante e coerente improvvisatore, mentre Francisco Mela cattura il tempo sulle proprie stecche, pure lui impegnando tutta la gamma timbrica della sua batteria.L'introduzione di Chovendo na Roseira, un celebre motivo di Antonio Carlos Jobim nell'arrangiamento scritto da Luciana Souza, è affidata direttamente al contrabbasso, in modo da permettere al piano di svolgere il tema melodico, vivace e ritmicamente complesso, sospinto dal variopinto stile di Mela che inserisce rapidissime rullate nei margini lasciati liberi dal racconto improvvisativo di Simon, senza tuttavia risultare pesante. Determinante l'intesa fra i tre per il dinamico interscambio di interventi tra pianoforte e drums, il batterista cubano esibendo uno sfizioso doppio colpo al crash.
svolto giocando attorno ad una schematica figura melodica, ripetuta per varie modulazioni.
Mela, sostituite le mani nude alle bacchette, culla il brano su un ritmo dondolante, delicato sottofondo per l'unisono tra la chitarra e la voce di John Tomas, in una soluzione sonora
particolarmente d'effetto. Causa la lunghezza complessiva del pezzo nonché il
solo forse troppo languido del basso, si registra qui il momento meno scorrevole
di tutta la serata, complice anche l'eccessiva tensione emotiva.
Defilatisi tutti i musicisti, Patitucci annuncia tre brani spiritual importati dalla tradizione afro-americana "che ha cambiato il volto della musica": I Will Arise, Wise One e Jesus on the machine. Dalla suggestiva voce di John Tomas parte così mistico un canto "a cappella", a rievocare le sofferenze patite dalla sua gente, seguito poi da Patitucci in un solo ricco di svisi e glissati e carico di swing: il suo pianissimo sugli acuti, il busto proteso verso il curvilineo corpo dello strumento, rende muta la folta platea ed un crogiuolo di sentimenti ed emozioni si alterna sulla lignea tastiera verticale. Infine, in un continuum, si avvia il loop ritmico scandito adesso anche da Mela a supporto dell'ancestrale vocalità di Tomas, toccante fin nel profondo dell'anima. Presentato come un vecchio pezzo ed eseguito in trio,
You are my everything
trae nuova linfa ispirativa dai due musicisti latinoamericani: l'accattivante pianismo del venezuelano ed il fresco
drumming fitto di vibranti piatti del giovane cubano si intersecano ad un interessante gioco d'estemporaneità di Patitucci attorno alla melodia, godibili le battute lasciate all'estro del batterista, e dopo la riproposizione del main, la coda si abbandona ad echi sudamericani ancora sui tasti di Simon ed i divertenti ed improvvisi sprazzi di Mela.
Così finisce la parte acustica del concerto quando, imbracciato il basso elettrico a sei corde, John Patitucci, dando
l'impressione di attingere nuova energia, inizia a dialogare con il fratello su
Ancora un brano, tratto dall'ultima collaborazione discografica con il compagno Simon, The Process, poi i ringraziamenti ai presenti. Acclamato in modo scrosciante, Patitucci adesso presenta in bis Ray's idea, sentito omaggio al proprio maestro di basso Ray Brown scomparso lo scorso anno: un irreprensibile pizzicato al contrabbasso in assoluta solitudine, un torrente inarrestabile di note, detta il tempo facendo schioccare con la mano destra le corde contro il manico, a simulare il rimshot della batteria. Il finale con Imprints è invece corale, con un feeling diverso in cui il basso elettrico, più versatile, infonde un certo piglio funky: la voce di Tomas, nonostante la corposità delle pulsazioni del leader ed il presente beat di Mela, riesce a creare sonosfere particolari e ricercate, Simon interviene in una cascata di scale chiamando in causa tutta la sua maestria, quindi gli occhi sono puntati sulla batteria di Mela che prima in sordina sul charleston, poi in crescendo con scatti del rullante, quindi in esplosione su cassa, crash e tom ingaggia un avvincente scambio con il bassista. Dopo il theme, l'ultima nota produce uno sobbalzo del pubblico entusiasta, che ancora una volta sonoramente ringrazia per la spettacolare serata.Un concerto molto godibile, specie per livello tecnico del protagonista, dove non possiamo omettere di annotare un certo esibizionismo virtuosistico che tuttavia, avendo conosciuto personalmente John Patitucci, assicuriamo non essere comunque frutto di una ostentazione fine a sé stessa, bensì, semmai, la voglia di mettere quanto di meglio si ha avuto in dono al servizio delle emozioni proprie e del pubblico.
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