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John Scofield Trio
Blue Note Milano - 9/10/11 Ottobre
di Andrea Lombardini


John Scofield, Bill Stewart, Steve Swallow

Raccolgo volentieri l'invito di Marco a parlare di questa serie di concerti: l'apertura del tour Europeo del John Scofield Trio, con Steve Swallow e Bill Stewart, nell'elegante e prestigiosa cornice del Blue Note Milano.

Era da un po' che John non si prendeva una pausa dalla J.S.Band per tornare a suonare in trio, formazione in cui si esprime più o meno regolarmente negli ultimi 25 anni, prima con Adam Nussbaum alla batteria, poi con Bill Stewart, ma se della prima line up esistono ben tre dischi, di quest'ultima, insieme da una decina d'anni, non ci sono registrazioni ufficiali. Pare però che il vuoto sarà colmato da un disco live che verrà registrato in Dicembre al Blue Note New York.

L'opportunità di poter assistere a tutte e tre le serate, due set a sera, mi ha offerto un punto di vista privilegiato per comprendere tutta una serie di dinamiche del trio che emergono difficilmente dall'ascolto di un solo evento. Il repertorio presentato era composto da originali inediti di Scofield composti per l'occasione e da una buona scelta di standards. E' stato possibile ascoltare la band entrare un po' alla volta dentro alla musica, coglierne gli sviluppi, sentirli riparare agli errori, comprendere meglio come i tre musicisti dialoghino tra loro, si supportino a vicenda; per certi versi, se mi passate la metafora, è stato vedere il jazz più da vicino.

I nuovi brani di Scofield, una decina in tutto, rappresentano bene l'eclettismo a cui ci ha abituato il chitarrista: "
How Deep", tema scritto sull'armonia del celebre standard "How Deep Is The Ocean"; "C Minor Blues", un blues minore in Do, fast; "Johnny", una sorta di suite di sei pagine accompagnata dal classico ritmo New Orleans nello stile caratteristico del batterista Bill Stewart, per poi andare e venire dal 4/4 al 3/4; "Toogs", un 5/4 medio; "Quarter Note Equals Triplet", brano con un cambio di tempo (chiarito dal titolo) che ha dato qualche problema al trio nel corso delle serate; "Louisiana" e "Over Big Top", due brani più groovie con cui usava chiudere i set.

Una vera sorpresa è venuta dagli standards, che restano sempre un metro di paragone utile per valutare un musicista di jazz. Il mio forse è un giudizio di parte - Scofield è senza dubbio uno dei miei chitarristi preferiti - però credo nessuno avrebbe potuto negare la bellezza, lo swing, il senso della tradizione, la ricerca, il gusto del rischio nelle esecuzioni di brani come "
My Shining Hour", "Everything I love", "Just In Time", "Alfie", "The Wind And The Rain", "When Sunny Gets Blue", "Chi Chi" e pure "Do You Know What It Means To Miss New Orleans".

John Scofield era in gran forma, trovo che sia un musicista in continua evoluzione, assorbe di continuo gli stimoli esterni e li mette in musica con intelligenza, si mette ancora in gioco, rischia. La sua varietà e dinamica nel tocco, le lunghe frasi legate, l'uso intelligente di scale pentatoniche, la costruzione pianistica degli accordi in piccoli grappoli di intervalli vicini, il suono che muta velocemente da morbido ad acido ed un uso ricercato dell'effettistica (anche se nel contesto del trio non è così presente come con la JS Band) sono alcune delle caratteristiche che pongono John Scofield tra gli innovatori e i capiscuola della chitarra moderna.

Bill Stewart ha molto spazio in questa formazione: si ritaglia lunghi assoli - rigorosamente in struttura - dove mette in bella mostra un controllo molto avanzato delle poliritmie. Certe volte è facile perdersi durante gli scambi ma ho notato che talvolta capita anche ai suoi compagni di palco, Swallow mi ha simpaticamente detto che, pur cercando di lasciarsi coinvolgere dalla sua logica, è più sicuro contare. La presenza ai tre concerti di numerosi batteristi conosciuti non fa che confermare quanto lo stile di Stewart si imponga come uno dei più originali e influenti degli ultimi anni.

Di Steve Swallow potrei scrivere molto a lungo, è un grande musicista, un raro compositore, e una gran persona (devo ringraziare lui per gli ingressi al Blue, tra l'altro). Lui e John si conoscono da una trentina d'anni e questo tipo di complicità, sul palco, si sente. Solido, preciso, energico, tira fuori dal suo basso elettrico uno dei più bei suoni mai sentiti da uno strumento a corde, perfettamente pertinente al linguaggio jazzistico senza dover cercare di imitare il suono del cugino acustico. La sua mano corre sulla tastiera con la stessa implacabile logica di un ragno che tesse la tela e lo fa con la stessa disarmante naturalezza. Il solismo è lirico, composto ma emozionante, e, al culmine della percepibile fatica -un energico vibrato- nel far cantare quelle note così in alto sulle sue cinque corde, trascende la fisicità stessa dello strumento ed è solo musica.

In effetti ho "scoperto" per la prima volta Steve proprio con la stessa formazione, avevo 16 anni allora e quella serata ha cambiato drasticamente il mio modo di suonare e di pensare la musica. Penso che questi tre grandi musicisti abbiano raggiunto altre persone allo stesso modo, la forza della musica è tale che un concerto può cambiarti la vita.



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Data ultima modifica: 05/01/2008

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