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La "sumpatheia" di Rita Marcotulli e Javier Girotto
51° festival Internazionale di Musica di Ravello - 6 agosto 2003
di Olga Chieffi
foto di Francesco Truono


Nonostante i problemi organizzativi, il Festival di Ravello è stato impreziosito dal Progetto Truffaut della pianista romana.

Non ci aspettavamo di dover principiare la nostra recensione del concerto del Rita Marcotulli Ensemble, inserito nel debordante cartellone del 51° Festival Internazionale di Ravello con un "nonostante". Il progetto Truffaut della pianista romana è opera complessa, che sposa la battaglia di sapore adorniano, dell'ingresso della "musica nuova" accanto alle immagini, su di una strada non facile che diventa integrazione dialettica fra ritmi visivi e ritmi musicali, fra sequenze filmiche e frasi melodiche, fra immagini e suoni, capace di conferire all'una e all'altra arte una nuova dimensione espressiva, assumendo quasi funzione di contrappunto musicale alle immagini visive. I musicisti, che si sono esibiti alle ore 22, hanno dovuto sorbirsi sotto il sole africano un sound-check di oltre due ore, senza mai riuscire a raggiungere, purtroppo, la balance ideale, a causa di un service di mediocre livello, senza essere accolti in una località assolutamente "nuova", per alcuni di loro, e piena di "trappole" per turisti (parcheggi, caffè, ristoranti….), come è capitato al saxofonista argentino Javier Girotto, recuperato fortunosamente per strada da amici e condotto in piazza, per non tacere del dopo-spettacolo in uno dei più rinomati ristoranti della Divina, con cucine chiuse già a mezzanotte, bibite calde e, in compenso, una buona dose di "ineducazione", al cospetto di artisti, o meglio, di persone, di tal valore.

Non vogliamo infierire su di un festival che ha inteso optare per il grosso salto di qualità, con appuntamenti validissimi tutti i giorni dal 29 giugno sino ad ottobre, ma che manca del necessario spiegamento di forze per dominare quei quattro, anche cinque eventi quotidiani a cui, se intende continuare su questa impervia strada, deve assolutamente provvedere.

Nonostante tutto, Rita Marcotulli al pianoforte, Javier Girotto al sax soprano, flauto andino e siringa, Michele Rabbia alla batteria e percussioni, Aurora Barbatelli all'arpa celtica, Clara Graziano e Gianni Iacobacci agli organetti diatonici, Pietro Ciancaglini al contrabbasso, sono riusciti a prodursi in una performance di grande intensità emozionale, impiegando il loro sentire musicale, gli accordi, le dissonanze, le sincopi o le iterazioni per rafforzare la dinamicità delle inquadrature, degli spezzoni di film, di Truffaut, montati dalla regista Maria Teresa De Vito, in una sorta di raddoppiamento dell'effetto drammaturgico, in cui dramma sta per "azione", da drao, agire, e spettacolare, sia che sottolinei la tensione interna, magari attraverso un contrasto semantico fra immagini e suoni, sia che dia al singolo personaggio o alla situazione, una propria figurazione musicale e ritmica, in sintonia e in sincronia con i caratteri visivi, in un intento di empatia dialettica fra i due diversi materiali artistici. Rita Marcotulli ha composto la sua musica, su di uno spartito visivo, con tanto di tempi, movimenti, ritmi, pause, consonanze, a partire da Songs of innocence, in cui Javier Girotto al flauto andino ha evocato la cattura del Ragazzo Selvaggio, per poi passare al Songs of experience, basato su di una frase di Freud, affermante che non si fugge mai verso, ma sempre da qualcosa, integrata con un intenso solo di arpa celtica, seguito sulle immagini dei Quattrocento Colpi, dal sax soprano di Girotto a far l'"amore" con le corde del pianoforte, attraverso la campana, producendone la vibrazione "simpatica", che hanno esaltato, ammorbidito, modificato, carezzato il suono penetrante del soprano. Omaggio al mare, uno e libero con Music en Jeu, con una Rita Marcotulli impegnata in uno Scherzo al pianoforte preparato, in un percorso arabo-modale. L'apertura del suono mitologico del flauto per i libri bruciati, di Fahrenait 451, per quel deserto non solo culturale che ci attanaglia e tarantella, danza sacra, nella notte dei tempi, funebre, che dà la possibilità agli uomini di porsi in contatto col dio e di oltrepassare i propri limiti umani, come i personaggi del film che si sono trasformati nei libri stessi, attivata virtuosisticamente dai due organetti. Stupenda l'invenzione di Rita Marcotulli di tradurre il nome ripetuto ossessivamente allo specchio di Antoine Doinel nel linguaggio morse e rubarne la ritmica, in un gioco che ha salutato Girotto alla siringa e la voce della pianista scandire i punti e le linee del linguaggio telegrafico, sfociante in intenso blues, prima di chiudere il programma ufficiale con Que rest-t'il de nos amours, leitmotive di Baci rubati, con il tema esposto limpidamente dal sax, con cui Girotto ha offerto dimostrazione di essere in possesso, non solo di quell'abituale suono e fraseggio dirompente e progressivamente sferzante, ma anche di un timbro purissimo con aperture quasi mistiche, impregnato di "istanti" incantatori. Nota speciale per Michele Rabbia alla batteria e percussioni: nel suo gesto l'intenzione diventa suono. Un suono mai cercato affondando pesantemente sullo strumento, ma traendo i suoni da esso, con atti talvolta di grande energia, ma mai violenti, quasi simulando un prender per mano il suono allo scopo di farlo giungere pieno, all'orecchio e iridescente, pervasivo e persuasivo. Applausi entusiasti del pubblico e bis con un Cheyenne dalle sonorità andine, che ha chiuso uno dei più interessanti concerti dell'estate.



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Data ultima modifica: 05/01/2008

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