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Brad Mehldau Trio
22 febbraio 2004 - MUSICA PER ROMA – Sala Santa Cecilia
di Dario Gentili
foto di Daniele Molajoli

Brad Mehldau – piano
Larry Grenadier
– contrabbasso
Jorge Rossy
- batteria

In meno di un anno è la terza volta che si esibisce a Roma: ormai più puntuale e affidabile dell'avvicendarsi delle stagioni, Brad Mehldau con il suo fedele trio questa sera è di scena all'Auditorium. A giudicare dalla grande affluenza di pubblico, non si è trattato affatto di un azzardo aver scelto la sala più capiente del complesso di Renzo Piano, la Santa Cecilia da 2800 posti, per ospitare questo concerto; al giorno d'oggi, nel mondo del jazz, forse soltanto il trio di Jarrett è in grado di garantire un'affluenza così numerosa. La fama di Mehldau, inoltre, è in piena ascesa e la frenesia della sua attività live certo non ha annoiato il pubblico, anzi, contribuisce in modo determinante a costruire il "personaggio" Mehldau: "mi basta anche solo vederlo", mi ha detto un'amica, che non pensavo di poter incontrare a un concerto del genere, prima dell'inizio. In effetti, la postura rannicchiata sul pianoforte, la ritrosia, l'aspetto demodé e l'aria romantica da angelo decaduto, queste e altre caratteristiche da anti-personaggio hanno determinato il paradosso per cui un concerto di Mehldau è da "vedere". Prima che anch'io me ne dimentichi, meglio passare subito a scrivere di musica.

Innanzitutto, e ciò va a merito di Mehldau, il trio stasera ha presentato una scaletta completamente diversa da quella ascoltata questa estate a La Palma. E ciò nonostante che all'Auditorium il pianista della Florida presenti dal vivo il cd appena uscito Anything goes, composto esclusivamente di cover, ma in realtà può attingere anche da un ulteriore lavoro, registrato insieme a quello, che contiene invece solo brani originali. Comunque, l'impressione di questa estate, che dopo l'esperimento di Largo, Mehldau avesse deciso di tornare alle sonorità del trio che il pubblico continua ancora ad associare al suo nome è stata confermata dal concerto di stasera.

Concerto che, purtroppo, è cominciato nel peggiore dei modi: appena un attimo prima che Mehldau suonasse la prima nota, uno spettatore intemperante (è un eufemismo!) ha urlato, distraendo chiaramente i musicisti. Ne è seguito un breve conciliabolo tra i tre concluso dalle note del celeberrimo tema monkiano di
Four in one. Resta il dubbio che lo spiacevole imprevisto abbia determinato un rapido cambio di programma. Chissà. Comunque, l'episodio deve aver infastidito Mehldau (anche perché si è ripetuto ancora una volta), tanto che per almeno tre brani il pianista è sembrato piuttosto tirato, le note suonate erano ridotte all'essenziale, ma non nel senso tipico della sua musica attenta all'espressività di ogni singola nota, bensì nel senso che il contributo di improvvisazione live era ridotto al minimo. Fortunatamente già con la vena malinconica di Everything in its a right place degli amati Radiohead, contenuta in Anything goes, le note hanno cominciato finalmente a scorrere fluide sui tasti del pianoforte e il pubblico entusiasticamente l'ha percepito. Da allora in poi, Mehldau spesso e volentieri si è avventurato ispirato in lunghi assoli solitari, veri e propri brani nel brano per quanto ne stravolgono il ritmo e il tono, che hanno restituito al concerto quella impronta live che sola può renderlo unico.

Che il concerto si sia sviluppato in crescendo lo testimoniano i due straordinari bis, tratti dal repertorio dei passati lavori di Mehldau. Il primo bis è stato lo standard
It's alright with me, con il noto tema eseguito alternando decise variazioni di ritmo; quasi ipnotico il secondo bis, Exit music dei soliti Radiohead, un pezzo che sembra sia stato composto dallo stesso Mehldau per esprimere in modo esemplare la propria tonalità espressiva e musicale: l'inquietudine del brano è resa addirittura straniante da Mehldau che suona il tema con molte note dissonanti per infittirlo e nasconderlo, fino al momento in cui emerge nitido e limpido nella sua semplice essenzialità (nel senso buono), a segnare una versione memorabile e la fine del concerto.
 


 

photo by Daniele Molajoli






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