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Michael Brecker
Auditorium Parco della Musica - Sala Sinopoli – 24/02/2004
di Francesco Lombardo


Michael Brecker (sax tenore)
Joey Calderazzo
(piano)
Chris Minh Doky
(basso)
Jeff "Tain" Watts
(batteria)

Brecker torna a Roma, nella stessa sala Sinopoli che pochi mesi fa l'aveva visto in azione con Dave Liebman e Joe Lovano nel "sax summit".

Pochi mesi in cui, ormai quasi non fa notizia, sono continuati a piovere riconoscimenti per il suo lavoro; l'ultimo ai grammy per "Wide Angles" del Michael Brecker Quindectet nella categoria Large Jazz Ensemble Album.

Stasera la formazione è certo più… rassicurante di molti suoi altri progetti: "tradizionale" quartetto con Joey Calderazzo al piano e la sessione ritmica di Chris Minh Doky al basso e Jeff "Tain" Watts alla batteria; "tradizionale", sì, la formazione… ma sciogliere il nodo tradizione/avanguardia quando Breacker imbraccia il tenore è davvero un'impresa. Noi ci rinunciamo volentieri e proviamo invece a seguirlo, incoraggiati (o forse semplicemente affabulati) dalla sorprendente facilità e naturalezza con cui approccia la performance live.

Si comincia su un quattro quarti di Watts secco, senza fronzoli, che suggerisce il legame con certa fusion degli anni ottanta: sorprendente come, seppure in sonorità assolutamente acustiche, lo stile citi in modo così convincente il rock per poi scoprire una progressione esaltante, un crescendo nel volume e nell'impasto delle voci.

La sensazione inusuale è che Calderazzo necessiti coscientemente di una sorta di energia di attivazione prima che il sound complessivo vada a regime e questo crea un elemento di tensione, trasversale all'arrangiamento, di grande coinvolgimento; anche qui si coglie il grande carisma di Brecker, tessitore d'una trama di pieni e di vuoti per i suoi musicisti, una sorta di canale obbligato attraverso cui fluisce l'interplay ma che non sconfina mai in un atteggiamento di prevaricazione. L'effetto complessivo… avete presente decollare? Le poltrone sono sempre quelle della platea… ma l'energia del solo finale di Watts non aiuta certo a sentirsi con i piedi per terra.

Ora, passata quella soglia misteriosa che segna il contatto con la propria musica e con il pubblico, il quartetto scompone e ricompone se stesso esplorando praticamente tutte le possibilità di orchestrare in solo o in duo tra i vari elementi, invocando di volta in volta la partecipazione degli altri, che quasi sembrano rispondere ad un richiamo a cui non ci si possa sottrarre…

Comincia Doky, solo nella suggestiva esposizione di Cost of living, lasciandosi apprezzare per variazioni semplici ed efficaci e per l'attenzione al suono.

Nel bis sarà la volta di Calderazzo in una lunga intro da solo a lasciare che un pianismo "colto" dei primi arpeggi sfoci lentamente in quel modo sfuggente di dar voce al proprio strumento che proviamo a chiamare jazz.

La dimensione solistica di tutti i musicisti, così platealmente protagonista nella struttura degli arrangiamenti proposti, diviene una strada per afferrare nella concentrazione del rapporto musicista-strumento-pubblico la sfera più misteriosa e di difficile accesso del fare musica… un passaggio stretto e delicato, che forse sembra sopportare solo due gambe per volta. La suggestione più grande della serata si anima proprio attorno alla "solitudine" di Brecker col suo tenore: minuti infiniti per distillare dalla canna dell'ancia e dall'ottone un mondo di suono, per condividere col pubblico la vibrazione che quel mondo l'immagina, per sospingersi in bilico sulla fune sospesa tra rumore e musica.

Dopo una vertigine così, si torna ad abitare con attenzioni nuove anche i luoghi più familiari: ce ne accorgiamo nella rilettura di Autumn leaves, stupefacente e a tratti quasi inafferrabile.

E se le nostre orecchie ascoltano ora con la meraviglia della prima volta anche temi così noti… esserci stasera ci ha già dato abbastanza.



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Data ultima modifica: 05/01/2008

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