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XXIII edizione di "Rumori Mediterranei" di Enzo Fugaldi foto di Gianmichele Taormina Perennemente in movimento, come in cerca di nuove identità, il Festival calabrese, alla sua 23a edizione, incentrata sul tema de "Il trillo del diavolo", ha scelto di ampliare ulteriormente il dialogo fra il jazz, le altre musiche e le altre arti, ed anche di "estendersi" sul territorio, aggiungendo alla ormai consueta anteprima a Martone una serata inaugurale a Reggio Calabria.
infarcendo
gli standard di numerose citazioni a volte ironiche, a volte divertenti e
strampalate, a volte con un significato profondo legato all'11 settembre,
come la
Give Peace A Chance
di John Lennon interpolata al brano dedicato alla "Grande mela".
Martone, piccolo paesino in collina a pochi chilometri da Roccella, è il paese di origine di George Garzone. Qui, la sera del 26 agosto, il tenorsassofonista italoamericano si è esibito con l'accompagnamento di Mike Mainieri al vibrafono, in un breve concerto tra composizioni originali e standards, tra cui un pregevole Soul Eyes di Mal Waldron. Ma la serata era iniziata tra le suadenti atmosfere create dalla voce di Ada Montellanico, che con presenza scenica e professionalità, sostenuta in maniera impareggiabile dal pianoforte di Danilo Rea, ha spaziato fra ballad americane (For All We Know
e How I Can I Turn To), brani dei Beatles come
Blackbird
– con un curioso inserimento di
Bye Bye Blackbird
– e canzoni italiane, da
Ma l'amore no
ai brani di Luigi Tenco, che si
dimostrano davvero adatti ad un'interpretazione jazzistica.
I pomeriggi all'Auditorium Il pomeriggio seguente il cantautore Gianmaria Testa ha impegnato le sue notevoli capacità recitative leggendo un poema di Anna Achmatova dedicato alla repressione stalinista, con il sostegno delle note di un compositore contemporaneo australiano eseguite con intensità da un ispiratissimo Mario Brunello al violoncello. Con l'accompagnamento dello stesso, su una breve composizione di Giovanni Sollima, Testa ha anche letto un breve testo della poetessa Wyslava Zimbroska, ed ha cantato alcune delle sue canzoni più note, come Dentro la tasca di un qualunque mattino e Comete, per concludere con la traduzione in italiano de Il disertore di Boris Vian.Il 29 è stata la volta dello studio preparatorio per "Danzando Lolita". Nei due angoli anteriori del palcoscenico, Stefano Benni seduto alle prese con il testo di Nabokov, e Paolo Damiani con il contrabbasso. Nei due angoli in fondo, Achille Succi, sax alto e clarinetto, e Alessandro Gwis, pianoforte e tastiere. Tutto il palcoscenico rimane libero per le coreografie di Sosta Palmizi. E scatta la magia, l'interazione tra i linguaggi. Benni fa uso della propria voce registrata, affidandole le riflessioni di Humbert, e legge invece i brani più "narrativi", selezionando tutti i momenti essenziali del romanzo. Le musiche originali di Paolo Damiani, insieme ad alcuni brani d'epoca, danno forza al testo, ma senza restare in secondo piano. E poi c'è l'altro Humbert, mosso – danzato - magnificamente da Giorgio Rossi, attorniato da ben tre Lolite, che usa un registro ironico, a tratti comico, incarnando coreograficamente il protagonista. L'alchimia non si ripete nell'ultimo incontro pomeridiano, dove gli artisti scelgono semplicemente di non interagire: per primo di esibisce l'attore
Danilo De Summa, con il monologo teatrale DRAK… Diavolo o drago?,
Le serate al Teatro al Castello brevi
e pregnanti gli assoli dei fiati, con la consueta e coinvolgente sarabanda di
ritmi e temi diversi tra jazz, musica barocca e musica popolare. Un breve
intermezzo, di appena tre brani,
Somewhere,
My Foolish Things
ed un tema folk americano suonati con una tecnica strepitosa e ispirazione da Marc Ribot
su una splendida Gibson acustica d'annata, per arrivare all'evento clou della serata, una nuova "conduction" di
Butch Morris, con il nostro Riccardo Fassi al pianoforte, il giovanissimo ma incisivo
Tyshawn Sorey alla batteria ed una sorta di "supervisione elettronica" di
J.A. Deane, alla testa di una grande orchestra, selezionata per l'occasione, costituita da 24 elementi, tra ottoni, archi e corde. La musica, ardua e impegnativa per il pubblico, ha preso corpo con l'ingresso di
Marc Ribot in qualità di ospite,
inseritosi
perfettamente nella compagine, sapientemente manovrata dal consueto campionario
di gesti di Morris, che porta i musicisti a muoversi su di un terreno
accidentato e rischioso, ma di grande fascino, in cui il direttore usa
l'orchestra come uno strumento su cui improvvisare.
Il 28 ancora tre concerti. La serata è aperta da Uri Caine, che entusiasma il pubblico proponendo un repertorio che ricalca solo in parte quello di poche sere prima a Reggio Calabria ( Honeysuckle Rose e New York, New York), affrontato con la consueta travolgente tecnica pianistica. La tentazione (diabolica, ovviamente) di restare aderente al tema del Festival, suonando Tartini, viene abilmente allontanata dal celebre violoncellista classico Mario Brunello, alla sua seconda esperienza a Roccella. Qui esegue invece mirabilmente il Concerto rotondo di Giovanni Sollima, avvalendosi nell'adagio centrale dell'accompagnamento di Uri Caine al piano. Si tratta di una composizione di grande difficoltà strumentale, che prevede nel primo e nell'ultimo movimento un impegnativo utilizzo degli armonici ed un uso non ortodosso della mano sinistra. La Mingus Big Band, diretta da
Alex Foster, ha concluso la serata infiammando il pubblico con un concerto trascinante ed intenso. Se si può discutere a non finire sul senso di una riproposta "filologica" delle stupende e numerose partiture di Mingus, non ci si può nascondere che l'impatto della Mingus Big Band, per la qualità dei solisti e degli arrangiamenti, e per la commovente dedizione dimostrata al grande contrabbassista scomparso, coinvolgono anche il più smaliziato ascoltatore. Aperto da
So Long Eric, introdotto dall'efficacissimo contrabbasso di
Boris Kozlov, in cui si sono distinti il trombonista Conrad Herwig
ed il trombettista Eddie Henderson, il concerto è proseguito con
Baby Take a Chance With Me
cantata da Frank Lacy,
Don't Let It Happen Here, con il testo recitato da un intenso
John Stubblefield, e la ballad
Diane, con uno ottimo assolo del trombettista
Kenny Rampton. Per finire, la lunga composizione
Cumbia And Jazz Fusion, dominata da un solo al tenore di
John Stubblefield.
Il 29, presentata come "Avventura elettroacustica per cantanti, solisti jazz, orchestra e demiurgo tecnologico", La tempesta, omaggio al testo shakespeariano di Massimo Nunzi, su libretto di Filippo Tuena. L'ambiziosa opera, coprodotta da "Rumori mediterranei", dall'AMIT e dal Comune di Roma, ha per protagonisti il clarinetto basso di Gianluigi Trovesi (Prospero), il trombettista e vocalist francese
Médéric Collignon (Ariel), il trombone di Gianluca Petrella (Calibano), il contrabbasso di
Paolo Damiani (Antonio), le voci di Ada Montellanico (Miranda) e
Niccolò Fabi (Ferdinando), il theremin, le percussioni ed il live electronics di
Gaudi, che incarna gli Spiriti dell'aria, ed un'orchestra di 14 elementi tra fiati e archi. Nunzi, compositore, trombettista e arrangiatore, non è nuovo ad esperienze orchestrali, non solo in ambiente jazzistico. Ed ha avuto un ruolo importante anche nell'ultimo disco di
Niccolò Fabi,
La cura del
tempo, ed in quello di Ada Montellanico,
Suoni modulanti. Da qui la decisione di coinvolgere queste due voci nel progetto. Ovviamente la voce della Montellanico si dimostra più incisiva nell'interpretare i temi composti da Nunzi, ma anche Fabi non sfigura, dimostrando un sincero interesse per mondi musicali ben lontani dai suoi, che aveva invece proposto nel concerto a Reggio Calabria nella serata di apertura del Festival. La musica, commentata da una videoproiezione che ha il compito di introdurre i tredici movimenti, si muove tra jazz e canzone, in una sintesi di vari stili che lascia grande spazio ai solisti, in particolare a
Trovesi, e alle voci, dando un ruolo fondamentale a Gaudi, onnipresente "demiurgo" elettronico, che sovrasta fisicamente l'ensemble con il suo ingombrante armamentario. Non resta che auspicare che l'opera possa venire replicata altrove, magari dopo la pubblicazione di una testimonianza discografica. La serata è conclusa da un incontro tra George Garzone,
Mike Mainieri, alcuni jazzisti italiani e dei musicisti folk calabresi, impreziosita da un bell'intervento alla tromba, in un solo brano, di Eddie Henderson.
La serata finale è iniziata con l'ensemble di musica contemporanea "Sentieri selvaggi", diretto da Carlo Boccadoro, con la voce di Moni Ovadia. Dopo le composizioni Hume! di Paolo Coggiola e L'uomo armato, nella versione di Filippo del Corno, Ovadia ha recitato Wichita Vortex Sutra, poema pacifista di Allen Ginsberg, su una versione arrangiata per ensemble del celebre omonimo brano scritto originariamente per piano solo da Philip Glass. Segue un brano per pianoforte e ensemble di Carlo Boccadoro, ispirato all'orrore del "Tuskegee experiment", cui già Don Byron aveva dedicato un disco, intitolato Bad Blood. Il concerto si chiude con una versione breve di Jesus Blood Never Failed Me Yet, del britannico Gavin Bryars, curiosa composizione costruita su di un loop realizzato utilizzando una nenia religiosa registrata dalla voce di un barbone alla stazione di Londra, che viene come adagiata lievemente su di un cuscino armonico che la sorregge, per poi scomparire. Qui la voce che accompagna il loop, che nella versione su cd era quella di Tom Waits, era ovviamente quella di Moni Ovadia. Ha chiuso il Festival la musica della senegalese Orchestra Baobab, la mitica orchestra del Baobab Club di Dakar, riunitasi con alcuni dei musicisti della formazione originaria, come l'ottimo chitarrista Barthelemy Attiso, che ha trascinato il pubblico coinvolgendolo in trascinanti canti e danze della tradizione africana, con grande spazio anche ai ritmi afro-cubani...:: Le
altre foto del Festival
(Gianmichele Taormina) ::..
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