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Confermando l'attitudine ad un progetto sempre anticonvenzionale, saldamente basato sulla negazione dell'ovvio e della concessione gratuita, il festival di Sant'Anna Arresi ha degnamente spento quest'anno le venti candeline.
Come già abituati nelle precedenti edizioni, il ventennale si è sventrato in più sezioni, articolandosi tra le multiformi sfaccettature di musiche splendide, ardite, affascinanti. Anthony Braxton, portavoce di quel suo infinito compendio di trame esplosive, concettuali, disposte in una logica compositiva ricca di rischiosi enunciamenti e continue fibrillazioni, ha esaltato la platea di
In un altro concerto tutto da scoprire, il fiatista chicagoano, ha dato vita insieme a
William Parker al contrabbasso ed
Andrew Cyrille alla batteria, ad un colorito quanto inaspettato triangolo, contrastato dalle composite intersezioni di Parker, ombroso,
Di tutt'altra natura sono state le altre esibizioni di William Parker a capo della portentosa e ineguagliabile Little Huey Creative Music Orchestra. I due concerti affidati alla coesa e straordinaria big band, si sono sviluppati tra grande improvvisazione creativa e l'oramai distinguibile scrittura del contrabbassita americano il quale ha rivisitato se stesso offrendo una colorita trascinante versione di Raining On The Moon, titolo dell'omonimo lavoro pubblicato in quintetto nel 2002 (Thirsty Ear). Grandi i solisti presenti nella formazione, da Sabir Mateen a Rob Brown, da Darril Foster e Alan "Juice" Glover ai trombettisti Roy Campbell e Lewis Barnes senza dimenticare il granitico trittico di trombonisti: Alex Lodico, Masahiko Kono e Steve Swell, per finire al batterista Andrew Barker, grintoso, poliedrico ma con "figurazioni" che ricordavano incredibilmente certo intellectual pop di metà anni Ottanta.
La stessa Conquest ha affascinato non poco per la prima mondiale del duo inscenato insieme al pianista Dave Burrell. Canzoni per lo più scritte dallo stesso Burrell per i testi della poetessa svedese Monika Larsson come la flessuosa, danzabile
L'altra bella voce del festival - stavolta italiana – è stata quella di Tiziana Ghiglioni, interprete di un repertorio davvero ricercato (struggenti le sua versioni di Straight Ahead e di No More Tears) quanto sicuramente poco battuto come un centralissimo medley comprendente le stupende The Seagulls Of Kristiansund e Left Alone firmate da Mal Waldron e legate da African Flower di Duke Ellington.
Restando a parlare di formazioni a tre, il Pyramid Trio formato dall'onnipresente William Parker (praticamente un artist in residence nelle fresche notti di Sant'Anna) insieme a Roy Campbell e Andrew Barker a sostituire senza riverenze l'assente Hamid Drake, offriva una lunga quanto "spirituale" esibizione. Netti e presenti erano i riferimenti alla
Un concerto decisamente avvincente dove la sinergia del trio si dipanava in energiche e poderose intuizioni, fatte di rischio, di personalissima intesa verbale, di poderosa pregnanza espressiva.
In quel caso sul palco si sviluppavano altri scenari, con un linguaggio e una dizione che parlavano di altri climi, raffiguranti una concezione sublimata dell'estasi creativa. Mitchell emetteva suoni sibillini oppure rigidi e poderosi tra le velate escursioni di
Wilkes.
Musica fresca, dolente, immaginifica. Altro momento d'ineguagliabile confronto è stato il breve ma intenso concerto di Roscoe Mitchell e Mattew Shipp. Una netta armonia di fondo legava i due musicisti dentro una salda morsa, aggrovigliata in una ragnatela di altissima inimitabile liricità.
Nessun dubbio – si ritorna ai trii – nemmeno sulla valenza istrionica e superlativa del trio guidato da Evan Parker. Il plurifiatista inglese -
Risultato finale: concerto magistrale ed entusiasmante, attribuito al grande enciclopedico Evan Parker di sempre.
In perfetta solitudine, affondato dentro un'austerità magmatica, talvolta tenebrosa, la brevissima apparizione di Muhal Richard Abrams (solo 45 minuti di concerto senza alcun bis, malgrado più volte supplicato dai presenti), ha regalato al pubblico di Sant'Anna Arresi momenti di pura magia interpretativa. Il settantacinquenne pianista di Chicago, illuminante fondatore del movimento dell'AACM,
Di quarantadue primavere più giovane di Abrams, il collega pianista Vijay Iyer, reduce dalla pubblicazione di "In What Language?" (Pi Recordings), notevole lavoro recentemente inciso insieme al vocalist Mike Ladd, toccava nel suo concerto solitario altre curiose pulsazioni. Argomentando strategie raffigurate da brevi momenti di elettronica,
In tutt'altro contesto Iyer sedeva dietro i tasti della mega band Burnt Sugar. Diretta da un troppo invadente Greg Tate, la coloratissima formazione statunitense ha esposto una granitica miscellanea di pop-rock-soul-funky-jazz e R&B, senza però riuscire a produrre una specifica concretezza di fondo. Troppe le reiterazioni, i lunghissimi interminabili pedali costruiti da ripetitivi "ostinato" che giravano volutamente attorno a se stessi. Movimentato e intenso lo spettacolo, soprattutto per l'occhio, un po' meno lo spettro compositivo, assai penalizzato da un'amplificazione satura, quasi assordante.
Nulla a che vedere con la bella orchestrina messa in piedi dal Maestro
Giancarlo Schiaffini. Eseguendo alcune composizioni a firma del trombonista romano (Quattro Situazioni Incresciose) e altre di Archie Shepp, Scott Joplin, J. J. Johnson, e in aggiunta l'immortale St. James Infirmery di Cab Calloway, la Phanta Brass Orchestra ha ben figurato interpretando ottimamente gl'impeccabili arrangiamenti del leader. L'orchestra per la cronaca era formata da un nutrito manipolo di musicisti tra i migliori del nostro paese quali
Alberto Mandarini,
Luca Calabrese
e Flavio Davanzo alle trombe, Giampiero Malfatto all'euphonium, Sebi Tramontana e Lauro Rossi ai tromboni, Beppe Caruso alla tuba,
In chiusura del festival con grande acclamazione del pubblico – un po' meno da parte della critica per la distanza di contenuti con i musicisti che lo hanno preceduto – si è esibito il quartetto di Erik Truffaz. Il trombettista transalpino ha ulteriormente edulcorato la sua già leggera e spensierata scaletta fatta di fraseggi semplici e cantabilissimi temi intrisi di sapori mediterranei e mediorientali, grazie alla presenza del bravo ma monocorde cantante tunisino Mounir Troudi.
Festival dalle mille vite dunque quello di Sant'Anna Arresi. Ricco di riferimenti e indicazioni, sia col passato che con l'attuale millennio in corso. Sicuramente tra le manifestazioni migliori in Europa mentre in quasi tutto il resto d'Italia ci si concentra a scendere ogni anno di più verso semplicistici compromessi di mercato, più attenti al numero dei biglietti staccati che alla valenza artistica di gente che ha fatto e continua a costruire le più belle pagine del jazz di oggi.
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