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Ai Confini Tra Sardegna e Jazz - XXa Edizione
Sant'Anna Arresi (CA), Piazza del Nuraghe - 24 agosto/3 settembre 2005
servizio e foto di Gianmichele Taormina

Confermando l'attitudine ad un progetto sempre anticonvenzionale, saldamente basato sulla negazione dell'ovvio e della concessione gratuita, il festival di Sant'Anna Arresi ha degnamente spento quest'anno le venti candeline.

Anthony BraxtonUn traguardo di tutto rispetto, celebrato come doveva essere, nell'esatta coerenza concepita dal grintoso direttore artistico che vede in Basilio Sulis il suo motore propulsivo, la propria anima interiore.

Come già abituati nelle precedenti edizioni, il ventennale si è sventrato in più sezioni, articolandosi tra le multiformi sfaccettature di musiche splendide, ardite, affascinanti.

Anthony Braxton, portavoce di quel suo infinito compendio di trame esplosive, concettuali, disposte in una logica compositiva ricca di rischiosi enunciamenti e continue fibrillazioni, ha esaltato la platea di Jessica Pavone, dell'Anthony Braxton QuintetSant'Anna con una sua storica opera, la Composition 349, a quanto pare mai pubblicata su disco e risalente a un suo quartetto degli anni Ottanta. Pregnante di quel violento turbinio creativo, fatto di intrecci e di richiami ad altri temi, a complesse e intricate strutture disegnate sui celebri indecifrabili spartiti, il leader dirigeva il proprio sestetto verso una meta mai ultima, ma sempre direzionata all'alta significanza dei contrasti, del contr'appello, dell'improvvisazione scavata dentro una complessa e irresistibile scrittura.

In un altro concerto tutto da scoprire, il fiatista chicagoano, ha dato vita insieme a William Parker al contrabbasso ed Andrew Cyrille alla batteria, ad un colorito quanto inaspettato triangolo, contrastato dalle composite intersezioni di Parker, ombroso, William Parkermeno viscerale e più attento all'enunciazione delle frasi. Di contro Cyrille, apriva varchi inesplorati, scandagliando la propria conoscenza dello strumento dentro una profonda e distinta liricità. Più spigoloso e meno surreale, tracotante spesso nel rubare la scena ai compagni, Sabir MateenBraxton concedeva a piene mani drammatiche mutazioni di espliciti "moti a luogo", sprigionando dissoluzione e scoperta più che memoria e ricordo.

Di tutt'altra natura sono state le altre esibizioni di William Parker a capo della portentosa e ineguagliabile Little Huey Creative Music Orchestra. I due concerti affidati alla coesa e straordinaria big band, si sono sviluppati tra grande improvvisazione creativa e l'oramai distinguibile scrittura del contrabbassita americano il quale ha rivisitato se stesso offrendo una colorita trascinante versione di Raining On The Moon, titolo dell'omonimo lavoro pubblicato in quintetto nel 2002 (Thirsty Ear). Grandi i solisti presenti nella formazione, da Sabir Mateen a Rob Brown, da Darril Foster e Alan "Juice" Glover ai trombettisti Roy Campbell e Lewis Barnes senza dimenticare il granitico trittico di trombonisti: Alex Lodico, Masahiko Kono e Steve Swell, per finire al batterista Andrew Barker, grintoso, poliedrico ma con "figurazioni" che ricordavano incredibilmente certo intellectual pop di metà anni Ottanta.

Leena ConquestAssolutamente da non dimenticare l'apporto lirico del canto di Leena Conquest, vocalist e ballerina texana da tempo al fianco di Parker nonché in recenti validissimi progetti firmati da Guillermo E. Brown e, in passato con l'indimenticabile Mal Waldron.

La stessa Conquest ha affascinato non poco per la prima mondiale del duo inscenato insieme al pianista Dave Burrell. Canzoni per lo più scritte dallo stesso Burrell per i testi della poetessa svedese Monika Larsson come la flessuosa, danzabile Tiziana GhiglioniCrucificado, interpretata in passato da Archie Sheep, il bel cha-cha-cha di Black Robert e Intuitivly, splendida quanto paralizzante ballad d'apertura.

L'altra bella voce del festival - stavolta italiana – è stata quella di Tiziana Ghiglioni, interprete di un repertorio davvero ricercato (struggenti le sua versioni di Straight Ahead e di No More Tears) quanto sicuramente poco battuto come un centralissimo medley comprendente le stupende The Seagulls Of Kristiansund e Left Alone firmate da Mal Waldron e legate da African Flower di Duke Ellington.

Roy CampbellIdeali compagni di viaggio della cantante Roberto Cecchetto alla chitarra e Tiziano Tononi alla batteria hanno illuminato la platea con exploit di gran classe e vera maestria, ritagliandosi spazi concreti e fitti di percorsi mai banali.

Restando a parlare di formazioni a tre, il Pyramid Trio formato dall'onnipresente William Parker (praticamente un artist in residence nelle fresche notti di Sant'Anna) insieme a Roy Campbell e Andrew Barker a sostituire senza riverenze l'assente Hamid Drake, offriva una lunga quanto "spirituale" esibizione. Netti e presenti erano i riferimenti alla Roscoe Mitchell"madre Africa" in tutte le sue forme, pregnati di colori, sfumature e contrasti dallo spessore unico e semplicemente accattivante.

Un concerto decisamente avvincente dove la sinergia del trio si dipanava in energiche e poderose intuizioni, fatte di rischio, di personalissima intesa verbale, di poderosa pregnanza espressiva.

Don MoyeDella stessa medesima dimensione, ma con "provenienze" ed esiti differenti, giungeva in scena un trio estrapolato dagli Art Ensemble Of Chicago poiché formato dal "mago" Roscoe Mitchell, da un dio dei tamburi come Don Moye e dal giovane Corey Wilkes alla tromba, da tempo sostituto - non nei cuori nè nella forma - di Lester Bowie tra fiati della storica band.

In quel caso sul palco si sviluppavano altri scenari, con un linguaggio e una dizione che parlavano di altri climi, raffiguranti una concezione sublimata dell'estasi creativa. Mitchell emetteva suoni sibillini oppure rigidi e poderosi tra le velate escursioni di Wilkes. Matthew Shipp - Roscoe MitchellDon Moye, motore di tutto, sondava e rincorreva le idee con il suo magistrale continuum che lo pone da sempre tra i veri grandi delle percussioni.

Musica fresca, dolente, immaginifica.

Altro momento d'ineguagliabile confronto è stato il breve ma intenso concerto di Roscoe Mitchell e Mattew Shipp. Una netta armonia di fondo legava i due musicisti dentro una salda morsa, aggrovigliata in una ragnatela di altissima inimitabile liricità.

Evan ParkerIl lungo brano che caratterizzava l'esibizione si dipanava portando avanti un logico equilibrio fatto di concretezza nell'invenzione, spesso con dimensioni sfuggevoli da un microcosmo che sempre negava la frammentazione, ma semmai esigeva il costante fitto dialogo. Una liquidità fisica ed esclusiva che ha contrassegnato uno dei momenti più belli del festival.

Nessun dubbio – si ritorna ai trii – nemmeno sulla valenza istrionica e superlativa del trio guidato da Evan Parker. Il plurifiatista inglese - Muhal Richard Abramsc'era d'aspettarselo - ha dato fondo a tutte le sue adrenaliniche capacità di lettura. Aggressivo e immediato, poi lirico di forme continuamente in via di sviluppo, Parker scambiava la propria coerente prospettiva con i suoi inseparabili Paul Lytton e John Edwards. Il primo, drummer poderoso e dotato di una fantasia musicale ai limiti del concepibile, l'altro, spigoloso e ancestrale nelle sue violente incursioni al proprio martoriato contrabbasso.

Risultato finale: concerto magistrale ed entusiasmante, attribuito al grande enciclopedico Evan Parker di sempre.

In perfetta solitudine, affondato dentro un'austerità magmatica, talvolta tenebrosa, la brevissima apparizione di Muhal Richard Abrams (solo 45 minuti di concerto senza alcun bis, malgrado più volte supplicato dai presenti), ha regalato al pubblico di Sant'Anna Arresi momenti di pura magia interpretativa. Il settantacinquenne pianista di Chicago, illuminante fondatore del movimento dell'AACM, Burnt Sugarha sviscerato la sua consueta arte di ricreare modalità astratte e immaginifiche, pregnanti di una poetica esteticamente disarmante, sicura del tocco di un vero maestro, oramai brillantemente confinato dentro il proprio inimitabile universo rivelatore.

Di quarantadue primavere più giovane di Abrams, il collega pianista Vijay Iyer, reduce dalla pubblicazione di "In What Language?" (Pi Recordings), notevole lavoro recentemente inciso insieme al vocalist Mike Ladd, toccava nel suo concerto solitario altre curiose pulsazioni. Argomentando strategie raffigurate da brevi momenti di elettronica, Burnt SugarIyer immortalava con atteggiamento dissacratorio il superamento di certe classiche logiche. Fondendo vivacità e incarnazione massima di una conversation più innovativa, capace di proiettare nuovo humus nel gioco di una musica moderna, il pianista newyorkese (indiano d'origine), ha esposto un ottimo concetto del proprio originalissimo modo di fare musica.

In tutt'altro contesto Iyer sedeva dietro i tasti della mega band Burnt Sugar. Diretta da un troppo invadente Greg Tate, la coloratissima formazione statunitense ha esposto una granitica miscellanea di pop-rock-soul-funky-jazz e R&B, senza però riuscire a produrre una specifica concretezza di fondo. Troppe le reiterazioni, i lunghissimi interminabili pedali costruiti da ripetitivi "ostinato" che giravano volutamente attorno a se stessi. Movimentato e intenso lo spettacolo, soprattutto per l'occhio, un po' meno lo spettro compositivo, assai penalizzato da un'amplificazione satura, quasi assordante.

Shibusa ShirazuAlto volume ma show dall'esilarante goliardica fantasmagoria è stata l'esibizione dei giapponesi Shibusa Shirazu. Trenta persone sul palco hanno invaso la scena impegnando per oltre due ore ballerini, mimi del teatro antico giapponese, coristi e computer painting sopra una sterminata produzione di video che venivano proiettate in diretta da quattro telecamere. E poi tastiere, sassofoni che sfidavano chitarre metallare, finti gay e geishe a impersonare ironicamente un giappone che non c'è più contro un altro stupidamente globalizzato. Giancarlo SchiaffiniMusicalmente il pentagramma soffiava in una "direzione" pressoché modale, con brani lunghissimi ispirati a un abbozzato e non originalissimo zappiano concept of continuity. Fondamentalmente niente di antologico. Di contro ha vinto una bellissima e intensa goduria per l'occhio e per lo spettacolo polivalente e totalizzante.

Nulla a che vedere con la bella orchestrina messa in piedi dal Maestro Giancarlo Schiaffini. Eseguendo alcune composizioni a firma del trombonista romano (Quattro Situazioni Incresciose) e altre di Archie Shepp, Scott Joplin, J. J. Johnson, e in aggiunta l'immortale St. James Infirmery di Cab Calloway, la Phanta Brass Orchestra ha ben figurato interpretando ottimamente gl'impeccabili arrangiamenti del leader. L'orchestra per la cronaca era formata da un nutrito manipolo di musicisti tra i migliori del nostro paese quali Alberto Mandarini, Luca Calabrese e Flavio Davanzo alle trombe, Giampiero Malfatto all'euphonium, Sebi Tramontana e Lauro Rossi ai tromboni, Beppe Caruso alla tuba, Erik TruffazGiovanni Maier al contrabbasso, U.t. Gandhi alla batteria e, l'unico straniero (ma sui generis), Martin Mayers al corno.

In chiusura del festival con grande acclamazione del pubblico – un po' meno da parte della critica per la distanza di contenuti con i musicisti che lo hanno preceduto – si è esibito il quartetto di Erik Truffaz. Il trombettista transalpino ha ulteriormente edulcorato la sua già leggera e spensierata scaletta fatta di fraseggi semplici e cantabilissimi temi intrisi di sapori mediterranei e mediorientali, grazie alla presenza del bravo ma monocorde cantante tunisino Mounir Troudi.

Festival dalle mille vite dunque quello di Sant'Anna Arresi. Ricco di riferimenti e indicazioni, sia col passato che con l'attuale millennio in corso. Sicuramente tra le manifestazioni migliori in Europa mentre in quasi tutto il resto d'Italia ci si concentra a scendere ogni anno di più verso semplicistici compromessi di mercato, più attenti al numero dei biglietti staccati che alla valenza artistica di gente che ha fatto e continua a costruire le più belle pagine del jazz di oggi.




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