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Settembre Musica Torino 2006
Incontro con Stefano Bollani su: concerto, libro, disco...

Torino, 10-11 settembre 2006
di Alessandro Armando
foto di Leonardo Schiavone

Il Festival Settembre Musica da quasi trenta anni (l'anno olimpico ha visto la ventinovesima edizione) apre non solo la stagione delle note torinesi, ma anche apre gli spazi, le sale, della musica del capoluogo piemontese. Luoghi che hanno trascorso l'agosto con il sole cittadino che scalda pavimenti e soffitti, agosto di turisti stupiti come gli stessi cittadini torinesi: macchine fotografiche, cappellini, visi incuriositi e colti, adesso si vedono anche nelle strade sabaude-operaie di Torino. Settembre Musica apre cortili, Il Borgo Medioevale, il Palazzo di Venaria Reale, il ghiaccio olimpico del Pala Isozaki. La città è toccata e attraversata dalla musica, la Mole Antonelliana abbassa le sue luci soffuse e accoglie due dei quattro appuntamenti dedicati al jazz, nati dalla collaborazione con Centro Jazz Torino e Folk Club, l'Auditorium Lingotto si riserva per un'intera giornata alle note jazz.

Settembre Musica si apre a Stefano Bollani (tutto o quasi Stefano Bollani), Ralph Towner, Richard Galliano e Joe Zawinul.

Ralph Towner siede al primo piano del Museo Nazionale del Cinema, il concerto si svolge su un piccolo podio, gli schermi cinematografici sono spenti, ma il museo è attento, pronto all'ascolto. Towner dirige le corde delle sue chitarre, dispiega note che compongono i fotogrammi del lungometraggio della sua vita, note che sono i suoi quaranta anni di musica. Sono concerti brevi, ripetuti dal musicista più volte nella medesima serata, toccano intimità profonde, ma sono racconti di libertà; anche Richard Galliano ha lo stesso piccolo palco e grande «anfiteatro», distende la sua musica, la lascia respirare: La Mole è protezione per la solitudine di questi immensi musicisti, la «pancia» della Mole si riempie e si rigenera di musiche da film, Towner prima e Galliano poi danno spazio al luogo che li ospita e le loro musiche in solo sono racconti di immagini di silenzio, di colori impressionati su pellicola pre-digitale.

L'immensa sala di ciliegio dell'Auditorium del Lingotto attende Stefano Bollani. L'ampio palco per un intero giorno (domenica 10 settembre dalle 17 alle 23 e oltre) sarà terra di Bollani. Come ogni anno Torino Settembre Musica dedica una giornata al jazz, ma in questa occasione il protagonista è un singolo musicista. Stefano Bollani ha non solo il palcoscenico, ma anche il cartellone della giornata. Noi gli lasciamo queste pagine, spazi aperti (un po' torinesi) del web, Bollani si racconta il giorno seguente, in piazza Carignano, alla storica gelateria Pepino, «chiusa per l'evento» (e perché è lunedì n.d.r.)…

A.A.: Raccontiamo la giornata di ieri la domenica di Stefano Bollani a Torino…domenica particolare?
S.B.:
E sì molto, innanzitutto non avevo mai suonato così tanto, parliamo di quantità...

A.A.: E di stanchezza...
S.B.:
Ti dirò, è come quando stai sveglio dopo una certa ora e staresti sveglio tutta la notte, per cui in realtà io avrei continuato oltre le cinque ore. A me non è dispiaciuta l'idea in partenza e anche la sua realizzazione perché ormai i jazzisti sono artisti che vanno a teatro, suonano per un'ora e mezza, ma una volta se si suonava nelle big band di Ellington facevi la doppia e l'idea di riuscire a coniugare quantità e creatività è interessante perché: creativi per un' ora va beh, ma creativi per cinque ore è un'impresa, non c'è stato un momento nel concerto di ieri in cui ho pensato ad un'altra cosa, ho creato sempre.

A.A.: Come è nato questo Settembre Musica con Bollani direttore artistico di se stesso?
S.B.:
Me lo hanno proposto loro, tramite il Centro jazz Torino con cui ho mantenuto i contatti.

A.A.: Hai potuto scegliere quali dei tuoi progetti suonare?
S.B.:
Assolutamente sì e non c'erano ospiti inediti, era molto incentrato su di me: il trio danese con Jesper Bodilsen (contrabbasso) e Morten Lund (batteria) che non sono molto conosciuti in Italia, I Visionari, il mio quintetto, e poi Petra e Ferruccio e Antonello Salis.

A.A.: Bollani ha infatti raccontato nel pomeriggio la sua musica attraverso il piano in solo, in duo con Salis con il quale collabora ormai da diversi anni (già in L'orchestra del Titanic il primo quintetto del pianista) e ci spiega che…
S.B.: In realtà il duo con Salis non è un progetto definito, saliamo sul palco e cominciamo a suonare, può succedere qualunque cosa, possiamo andare a cadere, come nel concerto di ieri, su un repertorio che conosciamo entrambi relativo al Titanic come Un sole caldo caldo e Soltanto. Con Antonello c'è sempre stata una bella intesa, penso sia il musicista più creativo che abbiamo. Il punto è che se lui suonasse l'ocarina io farei un duo con lui, però sono contento quando faccio il duo di due pianoforti perché lui si diverte di più e di conseguenza mi diverto di più anche io!

A.A.: Come è emerso anche sul palco del Lingotto il momento che forse più di ogni altro rappresenta attualmente il tuo essere oltre che pianista un compositore sono I Visionari, come sono nati i brani suonati ieri e che fanno parte del vostro primo doppio disco?
S.B.: Io porto il materiale da compositore, porto gli spartiti, poi ognuno dice la sua e i pezzi cambiano fisionomia. La composizione resta quella degli spartiti, ma gli arrangiamenti sono collettivi. Il disco è nato dopo un anno e mezzo di concerti e anche questo ha contribuito al mutamento dei brani.

A.A.: I musicisti del tuo quintetto sono molto legati alla tua musica, improvvisano ma su una tua struttura molto forte, che emerge in modo evidente...
S.B.: La cosa interessante di questi musicisti è che sono molto, molto diversi, suonano musiche molto diverse, non so se suonerebbero insieme se non ci fosse qualcosa (e qualcuno al pianoforte n.d.r.) che li tenesse insieme: Ferruccio (Spinetti) fa un duo con Petra (Magoni) in cui si tratta sostanzialmente di canzoni e non fanno assoli, Calcagnile (batteria) suona improvvisazione libera di percussioni durante i laboratori creativi nei centri sociali, poi parte per seminari di studio in Norvegia, si perde ma poi ritorna, Gori (clarinetto) suona omaggi a Benny Goodman, Guerrini fa progetti con il Cirko Guerrini e suona con Fossati. Il gruppo funziona perché si divertono e perché tutti percepiscono che c'è spazio per il loro modo di suonare.

A.A.: La scelta del clarinetto nel tuo quintetto?
S.B.:
Due motivi. Suono tantissimo con le trombe: con Rava e nel quintetto Rava/Fresu quindi volevo un gruppo con due fiati ma non una tromba. Secondo motivo perché solitamente scelgo le persone più che gli strumenti. Con Gori e Guerrini ho studiato in conservatorio a Firenze, volevo suonare con loro e per questo li ho scelti.

Stefano Bollani ha schiacciato buona parte della sua vita di musicista sul palco di Settembre Musica, creando (per oltre cinque ore) una situazione, che con più evidenza di un assolo, lascia il piacevole gusto dell'irripetibile. Bollani ha cantato, scherzato, suonato e lasciato spazio al duo Magoni Spinetti con profonda attenzione come a parte di qualcosa di profondamente suo, Torino ha avuto la sua immensa mole di jazz.


Baldini&Castoldi Editore (2006)

La Sindrome di Brontolo
P
ubblicità e Furto di un' idea: furto di un'idea perché l'idea di mettere "pubblicità" negli articoli è di Gabriele Romagnoli nelle sue Navi in Bottiglia di www.repubblica.it; "pubblicità" di un' idea: quella di Letizia di inventarsi la libreria Scenario Libri e Teatro e spesso…jazz www.scenariolibri.it.

Luogo: Scenario Libri e Teatro, Torino, Via Piazzi 7b.
P
ersonaggi: Cliente, Libraia, Ascoltatore di jazz.

Scena prima (e unica!)

Cliente entra.

Libraia: "Buonasera!"
Cliente: "Buonasera a lei, ha il libro del pianista Stefano Bollani?"
Libraia:
"Sì, Ecco è lì sulla sua sinistra.."
Cliente (con il libro in mano): "Ma Bollani scriverà bene quanto suona??..Mah forse se scrive anche tutto un po' a scatti e scambi mi sa che sarà un libro un po' pazzo!"
Ascoltatore di jazz (perplesso, comunque in ascolto): "….?!!!??!"
Libraia:
"Mmm, non saprei, io non l'ho letto, ma ascoltarlo mi piace…"
Cliente (uscendo):
"OK grazie, ripasso nei prossimi giorni, buonasera!"
Libraia:
"Buonasera, a presto. Grazie."
Ascoltatore di jazz (uscendo, molto perplesso, fra sé e sé):
""

La sindrome di Brontolo è un breve romanzo in cui accade di tutto, il pianoforte c'entra poco o nulla. La scrittura di Stefano Bollani non è "pazza" e il suo suonare con cambi di ritmo, con tocchi di improvvisazione, di scherzo, di profondità, il suo scivolare velocissimo prima e morbido poi su una tastiera è semplicemente il jazz. La scrittura di Stefano Bollani è il racconto del silenzio di un musicista che è continuamente circondato da note, applausi, ringraziamenti, domande, rumore di viaggi. Le pagine di Bollani sono un'idea e non un'analisi, ci parlano di una strana malattia: la nostra incapacità di sollevarci oltre e al di là della lamento, dell'insoddisfazione, della velocità apatica e vuota, dell'inconsistenza. Sintomo principale di questa strana patologia dell'uomo contemporaneo è il dimenticarsi sempre il nome di uno dei sette nani; sempre lo stesso stupendo, in teoria indimenticabile nano, il nano più leggero con il verbo più dolce... Stefano Bollani, conoscitore di nani parla del suo libro racconta lo stupore di rileggersi e di aver accompagnato i suoi silenzi con la scrittura.

A.A.: La sindrome di Brontolo non è il tuo primo libro, ricordiamo L'America di Renato Carosone e La cantata dei pastori erranti dallo spettacolo con David Riondino, ma è il tuo primo romanzo. Parlaci del suo rapporto, se c'è, con la musica; l'hai scritto ascoltando musica, i tuoi personaggi non sono musicisti, ma sono musicali…
S.B.:
L'ho scritto nel silenzio relativo di un aereoporto, di una stazione, di un viaggio, di una stanza di albergo; non riesco a scrivere ascoltando musica. Non pensavo avesse grandi legami con la musica, poi rileggendolo ora mi sono reso conto che ciò che lo lega alla mia musica è la struttura: c'è una struttura con dei temi che sono i cinque personaggi: si incontrano, sembra che vaghino senza far nulla, ma in realtà la struttura è molto molto rigida. E poi ciò che mi premeva e che ha un legame con la musica è che letto a voce alta avesse un ritmo e infatti sono solo 88 pagine.

A.A.: Nelle pagine del tuo libro spesso rifletti (a voce alta) sul tuo essere autore, un tuo personaggio si riconosce con l'essere un personaggio di un romanzo, ho trovato tutto questo molto interessante...
S.B.:
Io credo che questo sia il tema principale del libro, neanche troppo nascosto: una scrittura che si interroga su una scrittura come spesso si è fatto nel ‘900; meglio da uno che pensa cose creative che si interroga su cosa sta costruendo e perché. Non mi sono reso conto scrivendolo di creare un' autobiografia, ma in realtà ogni personaggio fa autobiografia di Bollani e più di tutti la fa l'autore che passa il suo tempo a chiedersi perché sta scrivendo questo libro e non lo sa. Sapevo però che non volevo far teoria o "pesantezza" ma volevo riflettere come dice un personaggio: «una volta ci si raccontava le storie davanti al caminetto adesso se vuoi raccontare una storia a qualcuno ti tocca rincorrerlo». Io sono fortunato, le persone sono in teatro ferme, mi ascoltano, ma il mondo ha fretta non va in quella direzione e infatti i rapporti tra i personaggi del libro sono veloci perché non c'è tempo non c'è voglia di approfondire.

A.A.: …nel tuo essere creatore di un'arte (una musica, un testo) ti rivolgi direttamente al tuo spettatore, al lettore in modo diretto (nella Sindrome di Brontolo), forse perché stai creando "per" qualcuno, per qualcosa, questo si percepisce spesso...
S.B.:
Lo faccio "per", ma anche "per curiosità", cioè mi interessa sapere che senso ha questo libro per qualcuno, che senso hanno i miei dischi. Io penso di scrivere o di suonare una cosa molto precisa e ad ognuno arriverà in maniera diversa è questo è bello. E' un po' il principio delle fanfole di Fosco Maraini (musicate da Stefano Bollani in La gnosi delle Fanfole n.d.r.): io suggerisco, poi ognuno può decidere se è successo qualcosa oppure no! Io non amo molto coloro che fanno arte e asseriscono, mandano un messaggio. Io mi limito a suggerire. Ognuno è compositore nel momento in cui ascolta, autore nel momento in cui legge…

Buona lettura.


ECM 2006

Piano Solo
Piano Solo
è un uomo libero chiuso in una stanza. L'ultimo disco del pianista Stefano Bollani è un disco, lungo e denso, interamente eseguito al pianoforte. La solitudine e la concentrazione sullo strumento è totale, a differenza di Smat Smat, primo lavoro da solista di Bollani per la Label Blue che vedeva la partecipazione di fisarmonica e voce. Questo disco inciso per la Ecm di Manfred Eicher è un insieme, omogeneo, lineare di dita e idee sulla tastiera: nessuna intrusione senza uscire dalle ottave del pianoforte, senza una colpo di piede, senza un sospiro.

Piano solo
è libertà e improvvisazione: libertà nella scelta dei brani proposti, che sa estremizzarsi da Antonia del compositore milanese Antonio Zambrini a Don't Talk dei Beach Boys, improvvisazione pura a rate, pennellata su quattro diverse tracce chiamate semplicemente Impro. Bollani è però seduto al pianoforte, sembra a tratti il più immobile dei funambolici pianisti jazz contemporanei e anche queste è una profonda attenzione artistica: la struttura del disco è forte, il lavoro prima della sala di registrazione è una strumento evidente della musica di Piano Solo come ci racconta il pianista:

«Manfred Eicher ha fatto la scaletta del disco e anche la sequenza delle foto narrative di Roberto Masotti che compongono il libretto. Il disco doveva essere un omaggio a Prokofiev. Poi ne è rimasto un brano solo: On a Theme by Sergey Prokofiev.Tutto il disco è stato concepito da Manfred Eicher come una suite. Io non avrei messo i brani i questo ordine, ma bisogna dire che il tutto funziona e anche molto bene. Spesso i musicisti affermano che Eicher sia troppo invasivo, ma la realtà è che conosce profondamente la musica e quindi interviene sul "come" e non sul "cosa" dei sui dischi..»

I confini della musica di Bollani sono disegnati e condivisi, ma anche la sua ispirazione nasce su un terreno ben delineato che è proprio quello del grande compositore russo, con spazi aperti per la creazione più personale come in Buzzillare e in alcuni passaggi di quasi citazione delle musiche del quintetto I Visionari e infatti spiega Bollani:

« Buzzillare è un termine usato da Fosco Maraini nelle sue Fanfole. Ognuno può leggerci quello che vuole in questo verbo, così come nel mio brano»
.

Anche gli spazi tra i tasti, i silenzi di questo Piano solo, sono parte di una libertà pensata, lasciata all'ascoltatore raccolto in una condivisione di solitudine. Il Piano solo è suonato con una fessura aperta, uno spiraglio di libertà musicale.







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Data ultima modifica: 11/02/2008

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