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Umbria Jazz Winter # 12
Orvieto, 29 dicembre 2004-2 gennaio 2005
di Dario Gentili

A detta degli organizzatori, questa dodicesima edizione di Umbria Jazz Winter sarebbe stata all'insegna dello strumento del pianoforte e, in effetti, programma alla mano, è impossibile smentirli. Nonostante le gradite incursioni dei tromboni di Ray Anderson e Gianluca Petrella, è il pianoforte a dominare la manifestazione, come può testimoniare anche l'evento jazzistico più significativo del Festival: i Duets di solo piano del 2 gennaio al teatro Mancinelli, con protagonisti Brad Mehldau e Danilo Rea prima e Martial Solal e Stefano Bollani poi. La formula alquanto inusuale del duo di solo piano era, comunque, già stata sperimentata il 30 dicembre da Renato Sellani e Danilo Rea. Vogliamo, tuttavia, soffermarci sul resoconto di un'altra serata, quella del primo gennaio, quando dalle 20,45 fino a notte inoltrata, tra il Teatro Mancinelli e Palazzo del Popolo, sono stati di scena i concerti che hanno attraversato le giornate e le serate dell'intera manifestazione: il piano solo di Brad Mehldau, il Bill Charlap Trio con Harry Allen e il Cedar Walton Trio con Francesco Cafiso.

Cominciamo con Brad Mehldau, uno dei fedelissimi di Umbria Jazz, di cui quest'anno è il resident artist. Tralasciando ogni inutile presentazione di un pianista tra i più affermati e seguiti degli ultimi anni, stasera al Teatro Mancinelli Mehldau ha riproposto alcuni dei brani contenuti nella sua ultima registrazione, un solo piano appunto, Live in Tokyo (Nonesuch, 2004): Things behind the sun di Nick Drake, How long has this been going on? di Gershwin e From this moment on di Cole Porter. Comunque, ancor più che in Live in Tokyo, sia per i brani scelti sia per la loro durata contenuta, a caratterizzare il concerto è stata la forma-canzone. Oltre ai titoli già citati, infatti, anche le esecuzioni di Everything in its right place dei Radiohead, di Mother Nature's Son dei Beatles e di Moonriver sono sembrate spesso discostarsi da quelle che Mehldau ha fornito nei suoi album: decisamente più rispettose della originaria struttura di canzone, più attente ai suoi limiti, più vincolate alla melodia che alla sua rielaborazione jazzistica. Un Mehldau che ha concesso poco all'improvvisazione, molto più parco e controllato del solito, insomma.

In seguito al concerto di Mehldau, è andato di scena il Bill Charlap Trio, che, proponendo le più classiche atmosfere del trio pianistico, ha imposto un repentino quanto netto cambio di programma. Attingendo a un repertorio quasi esclusivamente di standard, con uno senso dello swing d'ordinanza, Charlap si è confermato un colto e raffinato esponente della tradizione di questa formazione. Inoltre, le sonorità del sassofono di Harry Allen, ospite del trio, hanno ancor più inserito il concerto nel rassicurante solco del mainstream.

Altro concerto ancora, altra scena stavolta: la Sala dei 400 del Palazzo del Popolo per il Cedar Walton Trio. Con Cedar Walton siamo a una delle espressioni più complete del pianoforte nel jazz: compositore di celebri brani, leader di diverse formazioni, ma anche esemplare e ricercato pianista ritmico (chi non lo ricorda nei Jazz Messengers di Art Blakey). A Orvieto ha potuto dare prova di tutta la versatilità del suo talento. Dapprima in trio, con David Williams al contrabbasso e Lewis Nash alla batteria, poi come sezione ritmica per la giovanissima stella nascente del jazz italiano, il sassofonista Francesco Cafiso. Certamente un privilegio per Cafiso suonare una buona manciata di standard con alle spalle una sezione ritmica di tale levatura, ma ancora una volta è stato all'altezza, non soltanto per tecnica, ma soprattutto per sensibilità jazzistica. Infatti, nonostante l'evidente differenza d'età, in comune c'era il medesimo linguaggio jazzistico, il bebop. Forse, volendo essere particolarmente pignoli, considerando l'occasione di ascoltare un pianista della caratura di Walton, avremmo gradito che fosse concesso più spazio al trio, troppo sacrificato dal fenomeno Cafiso.




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