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P.zza Piemonte 12 – Milano
Tel. 02 48007700
www.teatronazionale.it
 

Dal 20 novembre 2003 all'11 gennaio 2004

Broadway Italia presenta un produzione
Planet Musical, Perle Nere,
Clear Channel e The Blue Apple

Amii Stewart
in



Musiche di
Cole Porter - Duke Ellington - Billie Holiday


Canzoni originali composte da

Emanuele Friello - Amii Stewart – Massimo Romeo Piparo

con

Massimo Reale
nel ruolo di Frank Sinatra

Timothy Martin
nel ruolo di Fletcher

 diretto da
Massimo Romeo Piparo

Orario spettacoli: ore 20.45 Domenica: ore 16.00

Prezzi (escluso diritto fisso di prevendita € 3.00):
poltronissima €. 40.00
poltrona €. 30.00
balconata €. 25.00
posto tavolino + bevanda €. 45.00

Per informazioni e prenotazioni
Teatro Nazionale - tel. 02.48007700 - www.teatronazionale.it

Orario cassa: Lunedì-Sabato dalle 10.00 alle 18.30 Domenica dalle 11.00 alle 13.00
Ufficio Promozione e Gruppi - tel. 02. 43990381/ 02.39226290

Circuito TicketOne - tel. 02.392261 per richiesta informazioni - www.ticketone.it per vendita biglietti on line

 




un musical di Amii Stewart e Massimo Romeo Piparo

Musiche di
Cole Porter - Duke Ellington - Billie Holiday


Canzoni originali composte da

Emanuele Friello - Amii Stewart – Massimo Romeo Piparo

con

Massimo Reale
nel ruolo di Frank Sinatra

Timothy Martin
nel ruolo di Fletcher

Pierpaolo Lopatriello Amos           Mena Pascale Shirley           Marco Di Folco Freddy
Giovanna Vannini (Maggie) - Francesca Zaccherini (infermiera) – Max Bartolini (Max)
Mariella Pagano (Mary) - Eugenio Dura (U.J.) – Silvia Di Liberto (Sissy)
Candido Munoz Contreras (Ben) - Nino Amura
(Nick)

L'Orchestra
Emanuele Friello – direttore e pianista
Andrea Nunzi
, batteria - Stefano Nunzi, contrabbasso - Mario Caporilli, tromba
Paolo Favini, sax - Massimo Morganti, trombone - Stefano Micarelli – chitarra

Scene

Costumi

Giancarlo Muselli

Renato Geraci
   

Arrangiamenti e Direzione Musicale

Coreografie

Emanuele Friello

Roberto Salaorni

 diretto da
Massimo Romeo Piparo

Produzione esecutiva e organizzazione Francesca Piparo per Planet Musical

www.ladydayilmusical.it
 

Amii Stewart è Billie Holiday nel musical "Lady Day"
Sarà in scena al Ventaglio Teatro Nazionale fino all'11 gennaio 2004 il nuovo musical scritto a 4 mani da Amii Stewart e da Massimo Romeo Piparo: Lady Day, Billie Holiday la regina dello swing.

A dare corpo e voce a questa entusiasmante storia sarà Amii Stewart una delle più grandi interpreti del panorama musicale internazionale la cui voce vellutata e intensa restituirà a brani memorabili della storia del jazz quel sapore unico e originale che la grande Billie Holiday ci ha lasciato.

Nella regia di Massimo Romeo Piparo rivivrà la New York dei jazz club degli anni ‘30-‘40 con una band dal vivo diretta da Emanuele Friello (La febbre del sabato sera, Nights on Broadway, A chorus line, Cats, Fame) le cui sonorità faranno sentire le atmosfere di quegli anni, così come le scenografie di Giancarlo Muselli (Jesus Christ Superstar, Tommy, My Fair Lady, La Febbre del Sabato Sera) ne restituiranno l'impronta. I costumi di Renato Geraci (Tommy, Evita) daranno il tocco finale a questo "affresco" anni ‘30- ‘40. In scena anche 10 ballerini-attori coreografati in stile da Roberto Salaorni. Luci di Marco Policastro e Suono firmato da Luca Finotti.

Il repertorio musicale porterà la firma di grandi autori del 900 come George Gershwin, Cole Porter, Duke Ellington, di cui verranno eseguiti brani di enorme popolarità a cui Billie Holiday ha conferito nel corso della sua intensa carriera un tocco inconfondibile. Tra questi brani figurano The man I love - Night and Day - Lover Man It don't mean a thing (oggi resa famosa col titolo Doo uap doo uap) – Strange fruit - Take the "A" train. Oltre a quattro splendidi brani composti in stile da Emanuele Friello su testi poeticamente americani di Amii Stewart.
 

Massimo Piparo racconta il suo viaggio nella straordinaria vita della Signora del blues
Se fosse un film, meriterebbe un Oscar per la sceneggiatura. Invece la vita di Billie Holiday, la Signora del blues, come viene definita, fu tragicamente reale.

Sempre tormentata, densa di disperazione, dramma, angoscia, solitudine, abusi, ma anche di successo, gloria, allegria e grandi amicizie.

L
'intera sua tormentata esistenza, che le fece conoscere il carcere, l'ospedale psichiatrico, la violenza sessuale, l'eroina, la discriminazione razziale, ce l'ha raccontata sempre con una grande ironia, la stessa che Billie usava nell'affrontare la sua disperazione.

E
infatti le sue canzoni, quelle memorabili pagine di Storia della musica del nostro secolo, sono indelebilmente segnate da una magica leggerezza, quasi come se le sue disavventure appartenessero al mondo della fantasia.

B
illie ha cantato l'amore, quello più romantico (The man I love, Don't explain), quello per la libertà (It ain't nobody's business), per la voglia di farcela (God bless the child), per il genere umano e i suoi "colori" (Strange fruit), ma soprattutto quello per la musica, sua unica, vera, eterna compagna.

Visse a cavallo tra gli anni '30 e '50 (nasce nel 1915 e ci lascia nel '59) accanto a fenomeni quali Louis Armstrong, Count Basie, Duke Ellington, Lester Young, Benny Goodman, il suo modello di voce era Bessie Smith, uno dei suoi tanti ammiratori Frank Sinatra."

La mia formazione musicale si è fondata sulla musica jazz. Da ragazzo ascoltavo Billie Holiday e amavo il sax di Lester Young e di Ben Webster quando, non ancora diciottenne, prendevo lezioni di sax tenore. E proprio la passione per il jazz mi ha portato, appena ventenne, a scrivere recensioni di concerti jazz sulle pagine di spettacolo del quotidiano siciliano La Gazzetta del Sud.

Approdare a Lady Day è quindi un ritorno alle mie origini. Forse per questo si tratta dello spettacolo più "vissuto" tra quelli che ho messo in scena. E non è un caso che la mia prima volta da autore di un libretto per un musical avvenga sulle note di questa musica e di questo mondo, a me così familiare.

Quando Amii mi ha proposto di fare un musical sulla vita di Billie Holiday non ho esitato un solo minuto prima di tuffarmi, rinviando anche altri progetti che già avevo avviato. Con Amii avevamo già avuto una proficua collaborazione, nel 2000, per Jesus Christ Superstar. Lavorare con Amii è stato prezioso: la sua conoscenza del mondo americano e della musica "black" di quegli anni, nonché della stessa vita di Billie, mi hanno dato un fortissimo impulso. Lavorare a quattro mani con un'artista come Amii è stata un'esperienza densa e interessante.

Sentivo però che "raccontare" Billie attraverso…Billie sarebbe stato troppo limitativo: la sua vita è già talmente "sceneggiata" da correre il rischio di non apparire credibile. Inoltre, volevo evitare di aggiungere un ennesima voce alla già copiosa lista di spettacoli, recital, libri, romanzi e tanto altro materiale esistente, basato sulla vita e la musica di Billie Holiday.

Così ho pensato che nessuno meglio di un "ammiratore" esterno, avrebbe potuto guidare il racconto attraverso le vicende della vita di Billie, tenendosi in bilico tra verità biografica e fantasia creativa. Come Giuda in Jesus Christ Superstar ci parla del "suo" Gesù; come il giovane Che Guevara in Evita ci prende per mano e ci accompagna a conoscere la "pasionaria" argentina, così in Lady Day è Frank, un giovane aspirante cantante, che ci racconta Billie Holiday attraverso gli occhi e le parole di "tutti gli uomini della sua vita".

Con cambi di personaggio a vista in un giocoso intreccio teatrale, Frank dà corpo e voce a tante figure importanti che hanno segnato le tappe più significative della vita di Billie. Ma attenzione: non si sa mai dove finisce la realtà biografica e dove inizia la fantasia dell'autore… Questo gioco tra realtà e finzione vuole proprio sottolineare come la vita di Billie sia un materiale preferenziale per la fantasia di tipo letterario e teatrale.

E così accanto ad una "vera" Billie si materializza un "immaginato" Fletcher, che non è un amico, né un "uomo", ma la parte maschile di Billie (che pure esisteva), la sua anima "nera" non solo per il colore della pelle, ma per il lato masochista della sua personalità. E tutti "veri" sono i personaggi interpretati dall'"immaginato" Frank. Mentre è un personaggio di pura fantasia l'amica Shirley, all'inizio aspra antagonista, o Amos, il barista, sua fragile spalla nel condividere le difficoltà degli esordi, pronto a trasformarsi presto anche lui in un suo "carnefice".

Nella "libertà" poetica di cui ci siamo avvalsi, spingendoci ben oltre un rigido biografismo, si collocano oltre 15 "perle" della musica degli anni ‘30-‘40 (qualche libertà ci siam presi anche nella scelta di alcuni brani di Duke Ellington non proprio "frequentati" da Billie) oltre a 4 brani originali egregiamente composti da Emanuele Friello in stile, su liriche poeticamente "americane" di Amii, tra i quali spicca il leit motiv cantato da Frank, All the men in her life, un brano che racchiude tutto il nucleo di questo racconto ispirato alla vita della Signora del blues.
 

AMII STEWART - La Mia LADY DAY
"Sangue, sudore e lacrime, questo è stato la vita di Billie Holiday. E nessuno, come lei, ha saputo trasmettere queste emozioni con le note".

Amii Stewart è interprete e co-autrice, insieme a Massimo Piparo, di Lady Day, un musical nato per passione: per la musica "black renaissance", ovvero Louis Armstrong, Ella Fitzgerald, Billie Holiday, ecc., che rappresenta una delle fonti principali della musica leggera di questo secolo; e la passione per una donna straordinaria: Billie Holiday.

"Billie Holiday è stata una figura molto importante nella mia vita. Nella mia famiglia c'era un culto per le sue canzoni, che mia madre mi cantava quando ero nella culla! Poi, negli anni '70, leggendo le autobiografie dei grandi musicisti della "black renaissance", ho scoperto che quel periodo, che credevo romantico, era stato in realtà durissimo per gli artisti neri. E così ho conosciuto anche la storia di Billie Holiday, le sue sofferenze, la lotta contro il razzismo…e mi sono innamorata di questo personaggio. E' stata un'artista straordinaria, ma ha avuto una vita così travagliata, le è mancato tutto: affetto, famiglia, soldi, amore…la musica per lei era tutto. E un destino difficile l'ha portata dal trionfo alla rovina. In Italia mi sono accorta che tutti conoscono le canzoni di Billie Holiday, ma non la sua storia. Così ho deciso, insieme a Massimo Piparo, di scrivere un musical ispirato alla vita di una delle cantanti più importanti del nostro secolo... ed è nato Lady Day".

"Gli artisti neri della black renaissance hanno avuto il coraggio di lottare contro il razzismo, contro i pregiudizi, senza cedere mai. E Billie Holiday, essendo una donna, ha dovuto lottare ancora più duramente. Gli artisti neri dei nostri tempi hanno un enorme debito con lei. E anche io. E' anche grazie al suo coraggio che oggi possiamo avere una carriera, il successo, una vita libera….loro non potevano neanche entrare in un ristorante".

"Interpretare Billie Holiday è una grande responsabilità. La sua sofferenza, la sua sensibilità, la fatica di far emergere il suo talento, tutto questo provoca in me una profonda ammirazione e una grande commozione".

"Il musical è un grande veicolo per trasmettere la musica al pubblico. Lady Day è musical in cui il pubblico si sorprenderà a riascoltare canzoni bellissime, scoprirà i retroscena di un periodo romantico e conoscerà un appassionante pezzo della storia della regina dello swing".

"Vorrei che il pubblico uscisse cantando alcune delle più belle canzoni di questo secolo, che a distanza di cinquant'anni sentiamo negli spot pubblicitari e come base per i pezzi dance. E che si portasse dentro una storia che racconta di una cantante dalla voce unica al mondo, che ha vissuto con grande dignità e sense of humor, riuscendo a rompere la cortina di intolleranza che ha tenuto imprigionati il talento e la libertà di grandissimi artisti".

Ballerina, cantante, attrice, regista, coreografa, produttrice. E ora anche co-autrice del musical Lady Day. Amii Stewart, dagli anni '70, è tutto questo e molto altro ancora. Conosciuta soprattutto come cantante, Amii è un'artista nel senso più ampio, che ha scelto di vivere la sua carriera percorrendo diverse strade espressive, approfondendo tecniche e segreti del mondo dello spettacolo. Nata a Washington D.C., Amii comincia la sua carriera in teatro. Esordisce come ballerina di musical nel 1975. Ma presto si afferma anche come coreografa e aiuto regista, per quella sua irrefrenabile vocazione nel "fare spettacolo". Diventare una cantante, in realtà, non è nei suoi piani …finchè un giorno

"Mi è sempre piaciuto cambiare registro: mi attirano le difficoltà. Ho cominciato dal fondo del barile, come ballerina, perché quella dei ballerini è la carriera più dura, più breve e con meno glamour. Poi un produttore mi ha chiesto un provino come cantante…io non sapevo neanche cosa fosse un …provino!".

Nel 1977 Amii entra nella storia della musica con Knock on wood: 8 milioni di copie vendute in tutto il mondo. E' la tenacia il segreto di un'artista in cui le arti si fondono e si esaltano l'un l'altra, coniugando professionalità, carisma e passione.

"Senza tenacia non sarei potuta passare dai musical alla disco di "Knock on wood", alle note raffinate di Morricone fino allo "Stabat Mater" scritto da Piovani per me. Solo con una forte disciplina un artista può affrontare le difficoltà tecniche che ogni esperienza comporta, e il musical è la più multiforme e "spettacolare" delle forme d'arte".

BILLIE HOLIDAY – Note Biografiche
Avevano cominciato a chiamarla Lady le ragazze che lavoravano con lei in un locale di Harlem, allora all'inizio della sua carriera di cantante e ancora adolescente: Lady perchè si dava tante arie da rifiutare di raccogliere le mance come si usava lì, e cioè alzando le sottane ed afferrando tra le cosce il biglietto di banca che il cliente aveva messo sul bordo del tavolo. Anni dopo Lester Young, che aveva un talento particolare per escogitare soprannomi da affibbiare agli amici, e che era affettuosamente legato a lei, ci aggiunse Day, per fare Lady Day, che somigliava a Holiday, e il nomignolo le restò addosso. Ma non era affatto una Lady, ne aveva mai preteso di esserlo. Era cresciuta come una piccola selvaggia nelle strade del quartiere nero di Baltimora. Sua madre, che l'aveva messa al mondo a tredici anni, e che le aveva imposto il nome di Eleonora da aggiungere al suo cognome, Fagan, non era certo in grado di impartirle un'educazione qualsiasi: era un'umile donna di servizio che visse quasi sempre da sola perché Clarence Holiday, musicista di jazz, che l'aveva sposata tre anni dopo la nascita della loro bambina, l'aveva lasciata presto ed il suo secondo marito la lasciò vedova dopo pochi anni.

La piccola Nora dovette subito industriarsi per guadagnare qualche centesimo: strofinava gli scalini davanti alle porte delle abitazioni dei bianchi e faceva piccole commissioni. Per queste pretendeva sempre un pagamento; faceva eccezione Alice Dean, che gestiva un bordello a pochi passi da casa: lei la ragazzina chiedeva di poter passare alcuni minuti in salotto ad ascoltare dischi di Bessie Smith e Louis Armstrong. Era l'unico posto che conosceva in cui certa musica si potesse ascoltare.

Un giorno, avendo disperatamente bisogno di denaro, non trovò di meglio che offrirsi come ballerina al gestore di un locale di Harlem, il Pod's & Jerry; bocciata, fu invitata a cantare e fu subito assunta.

Lì Billie Holiday (il nome d'arte se l'era trovato da se aggiungendo al cognome del padre il nome della sua attrice favorita, Billie Dove) si conquistò una discreta popolarità presso la gente ricca di Park Avenue, e potè anche essere ascoltata dalle persone che più contavano nel piccolo mondo del jazz: John Hammond, Benny Goodman e Joe Glaser. Quest'ultimo le offerse i suoi servigi come manager e Hammond e Goodman le fecero incidere il primo disco, non molto brillante in verità.

I primi dischi felicemente riusciti furono da lei registrati nel 1935 con l'accompagnamento di un complessino riunito da Teddy Wilson, che sarebbe stato il suo ineguagliabile partner per alcuni anni. Molti di quei dischi ebbero successo e contribuirono a far riempire i locali di Harlem e della 52a strada in cui la cantante si esibiva normalmente in quel periodo. Nel 1938 Billie ebbe una lunga esperienza con una grande orchestra, quella di Artie Shaw, in quel periodo sulla cresta dell'onda. Ma era un'orchestra bianca, e lei era nera, e il pubblico, a certe convivenze, non aveva ancora fatto l'abitudine. Nonostante l'appoggio e l'incoraggiamento di Shaw lasciò la formazione, esasperata dalle misure discriminatorie di cui era continuamente vittima.

A complicare la sua esistenza, inoltre, c'era ora, sempre più esigente e tiranna, l'eroina, di cui era succube da qualche anno. "Non tardai molto a diventare una schiava tra le meglio pagate" ha scritto Billie parlando del suo sciagurato vizio "Prendevo anche mille dollari a settimana, ma quanto a libertà non ne avevo più di quanto ne potesse avere il più pidocchioso bracciante della Virginia, cento anni fa". A Philadelphia, nel 1947, fu arrestata e condannata ad un anno di reclusione, uscì nel 1948.

Subito dopo il suo ritorno a New York, gli amici organizzarono per lei un concerto alla Carnegie Hall che ebbe un grande successo; nessuno però potè procurarle delle scritture nei locali cittadini in quanto la polizia le aveva ritirato la 'cabaret card', indispensabile per potersi esibire nei locali in cui fossero venduti alcolici. Per alcuni anni dovette quindi limitarsi ad esibirsi in teatro, alla televisione ed alla radio o nei locali notturni di altre città, e ad incidere dischi.

Dopo un'altra, grave, disavventura giudiziaria nel 1949 l'aiutò a risalire la china, più di ogni altro, Norman Granz, che le fece incidere numerosi dischi per la sua etichetta. All'inizio del 1954 anche Leonard Feather le diede una grossa mano organizzando per lei una tournèe europea che fu un seguito di grossi successi. Un nuovo giro di concerti in Europa, nel 1958, non fu fortunato come il primo: la sua voce aveva perso il timbro di un tempo e una prestazione mediocre era sempre possibile, per le sue precarie condizioni di salute. A Milano, dove avrebbe dovuto esibirsi per alcuni giorni, fu protestata nel corso della sua prima, infelice, performance; ma che potesse ancora dimostrarsi all'altezza della sua fama si vide solo qualche giorno dopo, quando alcuni appassionati milanesi organizzarono per lei un recital riparatorio al Gerolamo.

Come donna, però, Billie Holiday aveva i mesi contati. E nessuno si meravigliò quando i giornali di tutto il mondo riportarono la notizia della sua morte, avvenuta a New York il 17 luglio 1959. Tutte le riviste specializzate pubblicarono allora lunghi articoli su di lei. Fu rievocata la sua vicenda umana ma soprattutto si parlò della sua arte, delle sue incisioni, dell'inimitabile modo di cantare di Lady Day, una delle "grandi" del canto jazz, forse la più grande dopo Bessie Smith.

Il suo segreto era stato rivelato da lei stessa quando aveva detto: "Io non mi figuro di cantare. Io mi sento come se suonassi uno strumento a fiato. Cerco di improvvisare come Lester Young, come Louis Armstrong, o qualcun'altro che ammiro. Quello che esce fuori è ciò che sento. Non mi va di cantare una canzone così com'è. Devo cambiarla alla mia maniera. E' tutto quello che so.". In verità, fra tutte le cantanti di jazz, la Holiday fu quella che elaborò più profondamente e spesso più audacemente il materiale musicale che le veniva sottoposto, dimostrando di possedere la forza creativa e le risorse di mestiere di un grande solista improvvisatore.


Billie Holiday, Lester Young, Coleman Hawkins, Gerry Mulligan
4 December 1957, Columbia Records

Il suo modo di elaborare le frasi, che ha sempre evitato le soluzioni ovvie per cercare il massimo dell'espressività, ha subito una notevole evoluzione col passare degli anni, divenendo via via più complesso, talvolta un poco stravagante. Allo stesso tempo si è progressivamente modificata, in dipendenza della vita disordinata da lei condotta, la qualità della sua voce, all'inizio metallica, fredda, pungente, ma a suo modo limpida, e più tardi acre, urtante, a volte miagolante. Nelle incisioni più recenti Billie Holiday cerca di forzare i ristretti limiti dell'estensione e del volume della sua voce soprattutto nel registro basso, in cui si arrochisce raggiungendo effetti di growl. Il suo fraseggio si fa di conseguenza più tortuoso, espressionistico quasi, non di rado artificioso.

Billie Holiday ha inciso copiosamente nella sua carriera, e ha ripetuto più volte, anche su disco, certi suoi cavalli di battaglia. Si possono citare "What a little moonlight can do", "Solitude", "A sailboat in the moolight", "God bless the child", "Glommy sunday", "Am I blue", "All of me", "You go to my head". "Strange fruit", incisa per la prima volta per la Commodore e mille volte eseguita, è certamente il suo capolavoro e reca anche la sua firma, come coautrice. Altro piccolo capolavoro è "My man": ascoltando Billie che canta questa appassionata canzone d'amore vien fatto di chiedersi a quale uomo, tra i molti che amò e che la lasciarono, stia pensando.

I blues sono rari nel suo repertorio, fra questi sono "Fine and mellow", "Rocky mountain blues" e "Billie's blues", il più noto di tutti. Non sanno di campagna, non fanno pensare al Sud; sono blues di città e rivelano la profonda comprensione di Billie Holiday per la più autentica musica del ghetto nero. Il fatto è che Billie aveva, come tanti neri americani, il blues nel profondo del cuore. Non per nulla il film che alcuni anni dopo la sua morte fu dedicato alla sua tribolata esistenza fu intitolato "Lady sings the blues", la signora canta i blues.







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