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…Thelonious Monk immortale sul palco di un ristorante
bianco aspettando che la Pula lo incastrasse per detenzione di Silenzio. La gravissima crisi economica del 1929
non viene completamente superata nonostante la politica del New Deal voluta da
Roosevelt.[2] Nel
1938 gli Usa stanno attraversando un nuovo periodo
di difficoltà: solo lo scoppio della guerra, con il conseguente incremento della
produzione industriale dovuto allo sviluppo dell'industria bellica, rende possibile
il reinserimento nel mercato del lavoro di una massa ingente di disoccupati (10
milioni nel 1938 a fronte dei 13 del 1932, momento più duro per l'economia americana).
La condizione dei neri negli anni Quaranta non è sostanzialmente migliorata: la
migrazione dai paesi più poveri del sud verso le grandi città industriali del nord
acuisce l'odio razziale. Alla popolazione di colore viene sistematicamente impedito
l'accesso nell'industria, per i neri sono possibili solo i lavori più umili e dequalificati,
con paghe più basse rispetto a quelle dei lavoratori bianchi. Anche alla vigilia
della guerra, in un momento di forte richiesta di manodopera per incrementare la
produzione dell'industria bellica, sono ancora i bianchi ad avere un accesso privilegiato
al lavoro. La discriminazione da parte del mondo produttivo si risolve parzialmente
nel 1941, dopo l'iniziativa di Philip A.
Randolph, che minaccia di organizzare una marcia su Washington se l'amministrazione
federale non decide di farsi carico del problema della segregazione razziale anche
nel mondo del lavoro. Questa iniziativa, la prima nel suo genere, è un momento fondamentale
per la presa di coscienza delle classi povere di colore. Roosevelt non può
permettersi una dimostrazione di malcontento all'interno del suo paese mentre è
impegnato a fronteggiare le potenze dell'asse. L'opinione pubblica e gli stessi
politici sono spaventati dalla prospettiva di ingenti masse di neri in movimento
per la rivendicazione di diritti concreti e le richieste di Randolph vengono
accolte, Roosevelt emana il famoso Executive order 8802 che vieta
la discriminazione nelle industrie di difesa. Il provvedimento di per sé non significa
molto perché non prevede misure concrete; però è una vittoria morale della popolazione
di colore che dimostra come l'attivismo nero possa dare i suoi frutti. La mancata
marcia su Washington è l'esempio su cui si baseranno tutti i movimenti di protesta
degli anni Cinquanta e Sessanta. Randolph ricopriva l'incarico di presidente
della lega dei portabagagli dei vagoni letto e non ebbe l'aiuto di nessuna organizzazione
ufficiale tra quelle che si occupavano dei diritti civili dei negri, anzi fu sconfessato
dallo NAACP e dalla Urban League. Dalla sua parte però era l'entusiasmo popolare
e la consapevolezza che un movimento di massa sarebbe potuto pesare più di un discorso
elettorale o di un editoriale di giornale. La sua concezione del movimento di massa
mostra che è in atto un processo di politicizzazione dei leaders della minoranza
nera. L'acutezza delle sue valutazioni lo porta ad intuire quali sono gli strumenti
di cui deve dotarsi il movimento se vuole raggiungere i suoi obiettivi. Ecco le
parole di un suo discorso: "(il movimento) vuole essere totalmente nero e pro-nero,
ma non antibianco o antisemita, antiproletariato o anticattolico. Lo scopo di questa
politica è che tutti i popoli oppressi devono assumere la propria responsabilità
e prendere l'iniziativa di autoliberarsi:
Rispetto alle tesi utopistiche e al linguaggio messianico di Marcus
Garvey (17 agosto 1887 – 10 giugno 1940), abbiamo
un leader che elabora un ragionamento politico articolato, che non manca di spunti
interessanti, poi utilizzati con ben altro stile e argomentazioni dai vari gruppi
di Nazionalisti o dai Musulmani Neri negli anni seguenti. La situazione dei neri
rimane difficile fino all'inizio della seconda guerra mondiale, anche se ci sono
dei segnali di cambiamento. In particolare ci sono tre direttrici di sviluppo del
movimento nero che stanno mettendo adesso le radici e che germoglieranno negli anni
a venire. Abbiamo visto l'uomo di colore assumere uno ruolo definito nel mondo dello
spettacolo, nella musica e poi, con un'importanza ancora marginale, nella letteratura.
Ora invece la presenza della minoranza nera comincia a farsi sentire anche nei settori
vitali e centrali della società americana; il mondo del lavoro e l'esercito. In
ognuno di questi ambiti sorgono delle associazioni e altre si democratizzano per
lasciare spazio all'inserimento dei neri. Il primo campo in cui si verifica un cambiamento
è il movimento sindacale. Da una costola dell'AFL nasce nel
1937 il CIO (Committee for Industrial Organization).
Le tensioni sociali causate dalla povertà della stragrande maggioranza
della popolazione nera esplodono proprio durante il conflitto con le rivolte di
Detroit, importante città sede delle industrie pesanti e dunque meta per molti lavoratori
neri appena arrivati dal sud; e ad Harlem, dove la continua immigrazione aveva portato
ad un sovraffollamento del ghetto. Gli incidenti furono innescati da episodi di
discriminazione razziale e di violenza: ad Harlem un poliziotto uccise un soldato
nero in permesso, questo bastò ad esasperare gli animi di una popolazione già duramente
provata. Harlem perde alla fine degli anni Trenta la sua qualifica di "Parigi nera"
conquistata negli anni Venti; il ghetto, ingranditosi per la massiccia immigrazione,
tocca negli anni Quaranta le 750.000 unità. Le prime sommosse, scoppiate nel
1938, costringono i locali notturni più importanti
a spostarsi in altre zone della città per non perdere la loro clientela bianca.
Persa la qualifica di centro culturale e artistico, il quartiere rimane sotto il
dominio della malavita organizzata. Droga, prostituzione, violenza sono la nuova
realtà quotidiana.
La guerra portò comunque un mutamento nel rapporto tra bianchi e neri.
Si trattò di un processo rapido che già al termine del conflitto mostrava i suoi
primi frutti: un quarto dell'esercito americano era costituito di uomini di colore.
"Nel 1945 un milione di negri portava la divisa militare. Era poco probabile
che uomini che erano stati decorati per coraggio ed ingegnosità eccezionali a Bastogne,
che erano sbarcati con la prima ondata di invasione a Okinawa, conservassero la
stessa paura dell'autorità bianca che avevano avuto i loro padri. Ciò che i negri
scoprirono durante la guerra fu la loro forza di intimidazione, non con la violenza,
ma con la loro sola presenza. Così i negri, sia i civili che i militari, persero
la paura di parlare e di agire". Così Charles E. Silberman, che mette
in luce i fattori positivi dell'esperienza nell'esercito fatta dai neri; anche se
poi concretamente per molti di loro il ritorno a casa significò un ritorno alla
situazione precedente: disoccupazione, lavoro sottopagato, discriminazione…Questo
non poteva che far crescere il malcontento in una parte della popolazione che aveva
imparato durante i rigori della guerra a credere in se stessa. Il malcontento e
la frustrazione ed anche una voglia di prepotente affermazione sulla scena della
società americana come protagonista: i neri si sentono parte della società che hanno
contribuito a salvare dal nazi-fascismo e chiedono alla democrazia risposte adeguate
al suo nome e non una semplice uguaglianza di facciata. Questi sentimenti caratterizzano
gli uomini di colore negli anni del secondo conflitto mondiale. Nel
1943, mentre ad Harlem e Detroit si scatena la
rivolta, è in fase di gestazione un altro tipo di "rivolta": il
bebop.
Bop e Società Lo stesso avviene in letteratura, dove nel 1940
Richard Wright pubblica i romanzi Native Son e Twelve Million Black
voices, nei quali la descrizione della condizione nera e della vita nel ghetto
si carica di un impegno politico fino ad allora sconosciuto. Per Wright la
letteratura nera non può essere che impegnata e di denuncia; l'intera arte nera
del periodo vive la necessità di confrontarsi nel suo lavoro con il problema della
segregazione. Un altro elemento strettamente musicale recuperato dal bop, oltre
al blues, è quello dell'improvvisazione. Improvvisazione significa libertà creatrice
e fuoriuscita dagli schemi prefissati dello Swing che nel giro di pochi anni si
era trasformata in una musica quasi completamente scritta, che vedeva dunque il
prevalere dell'estetica occidentale e inoltre negando lo spazio improvvisativo stava
perdendo in capacità inventiva. "Lo Swing stava tentando di coinvolgere la cultura
negra in una sorta di platonica mellifluità sociale, che la cancellasse per sempre
rimpiazzandola col compromesso socio-culturale della canzonetta a ritmo jazz: in
fondo a questa strada la catatonia e la incomunicabilità". Non credo che gli
alfieri dello Swing bianco operassero con in testa l'intendimento cosciente di distruggere
la cultura nera; piuttosto le loro azioni erano guidate da una duplice serie di
motivazioni: da un lato l'esigenza commerciale di produrre musica di facile ascolto,
dall'altra la persistente idea che il jazz è un patrimonio di idee che si possono
assimilare all'interno del contesto più generale della cultura occidentale. In questo
senso l'opera dei boppers fu radicale: la loro opposizione allo Swing è stata risoluta
e anche la consapevolezza che la loro musica non poteva essere commercializzata
al grande pubblico. Non solo l'improvvisazione ma anche la versatilità, il dinamismo
intrinseco del bop che reca con sé il principio di un rinnovamento permanente. Il
legame con i movimenti d'avanguardia è in questa spinta al continuo cambiamento
data dalla costante opposizione ai sistemi musicali esistenti, compresi quelli da
lui stesso creati.
L'idea di adattamento e integrazione, che muoveva Duke Ellington a comporre e rappresentare la Black, Brown and Beige negli stessi anni in cui Parker, Gillespie, Monk e Powell inventavano il bop era da questi ultimi già superata perché sentita inutile; la speranza della musica di Ellington, il suo richiamo alla buona volontà (sentimento mediato dalla religione), era rigettata dai nuovi musicisti in nome di una visione più cinica e disperata, che si sarebbe rispecchiata anche nelle loro vite. L'esclusione non era dettata da mancanza di istruzione, o capacità di adattamento; il dogma per l'ammissione nella società rimaneva il colore della pelle. Jones spiega questo fenomeno con un esempio che interessa il jazz molto da vicino e mostra la contraddizione insita nello stesso mestiere di musicista: "…Durante gli anni Trenta, tanti giovani della borghesia negra, dopo essere stati al college, tornarono al jazz. Si erano procurati i requisiti giusti per essere accettati nel circuito della società borghese, ma erano requisiti superflui se quell'accettazione veniva ancora loro rifiutata. (…) Non si poteva entrare nella società alle proprie condizioni: un individuo non era in grado di conservare la sua individualità, né un gruppo mantenere la sua caratteristica di gruppo, per quanto validi fossero i rispettivi referenti culturali. La peculiarità di una precisa estrazione culturale contribuiva a rafforzare la separazione, e i giovani musicisti degli anni Quaranta, che l'avevano compreso, cercarono di rendere significativa questa separazione, così come avevano fatto i loro padri, ma con in più una nuova e consapevole valutazione della società". [5] Le due parole chiave per comprendere l'atteggiamento dei giovani neri più coscienti sono dunque isolamento e consapevolezza; che sono entrambe connotazioni di tipo psicologico che caratterizzano la personalità dell'individuo di colore degli anni Quaranta, ma, in senso molto lato sono anche delle rivendicazioni di tipo politico, espresse sotto forma di urlo artistico con la loro musica. Fletcher Henderson (Fletcher Hamilton Henderson, Jr. : Cuthbert, GA, 18 dic 1897 - New York, 29 dic 1952), tanto per rimanere al discorso di Jones, era laureato in chimica, ma non riusciva a trovare un lavoro che fosse per lui altrettanto remunerativo che accompagnare cantanti di blues al pianoforte; da qui prese avvio la sua carriera di direttore d'orchestra. I neri degli anni Venti e Trenta che si dedicavano al jazz sovente lo facevano perché quella era una delle poche professioni loro consentita. Per una questione culturale e sociale legata ancora al sistema schiavistico, l'uomo di colore poteva, entro certi limiti, esprimere il proprio folclore, con danze e balli e la figura del nero all'interno degli spettacoli ambulanti era molto diffusa. Il nero poteva intraprendere la carriera di musicista perché questa non procurava prestigio sociale, e inoltre non andava verso quell'integrazione sociale che si sarebbe avuta se i diplomati e laureati neri avessero potuto occupare le posizioni cui si erano guadagnati l'accesso. Leroi Jones lamenta più volte che negli anni precedenti la rivoluzione bop vi fu un completo cedimento culturale. Però bisogna anche considerare, come si è fatto, che, schiacciati da tutti questi condizionamenti, sociali la maggior parte dei musicisti si consideravano degli uomini di spettacolo, non erano in grado di giustificare la loro arte e di preservarla dalla contaminazione. I musicisti degli anni Quaranta invece erano degli artisti nel pieno senso della parola, sentivano la loro condizione e ricercavano e temevano allo stesso tempo l'isolamento. Produssero un'arte avanguardistica, che ha notevoli punti di contatto con le avanguardie europee di inizio secolo. La prima vera arte d'avanguardia dei neri americani, voluta perché frutto di una ricerca intellettuale e musicale di tipo occidentale, anche se volta al recupero di alcune peculiari caratteristiche della negritudine. Sperimentalismo e anticommercialismo sono le peculiarità del primo bop. Vengono rimesse in discussione la nozione di musica come prodotto di consumo e oggetto di mercato. Questo aspetto si rivela nella sistematica distruzione della materia prima sulla quale si era basato lo sviluppo dello Swing negli ultimi anni: la forma-canzone, demolita e ricostruita in base ai nuovi schemi interpretativi. Lo "scandalo" prodotto dall'esecuzione di questi motivi alla moda resi irriconoscibili è la reazione del pubblico e della critica, la provocazione voluta sono i tratti che qualificano come avanguardistico il movimento del bebop. L'entusiasmo dei nuovi adepti conquistati dalla novità si scontra con la resistenza e l'ostilità del pubblico di massa che smette in questo momento di seguire il jazz. Carles e Comolli, nella loro interpretazione marxista, puntano il dito sull'aspetto economico del bop. Secondo la loro ottica mancò, ancora una volta, una "presa di coscienza dei fenomeni politici ed economici": i musicisti avevano rivolto la loro ricerca in un'altra direzione, erano andati verso una forma di "attivismo estetico", che, pur presentando già in nuce alcuni temi che sarebbero poi confluiti nel jazz protestatario degli anni Sessanta, finiva per chiudersi in se stessa e rinunciava ad una contestazione globale del sistema. [6] Mancò una "precisa presa di coscienza" e una attenta valutazione di quello che stava accadendo nella società. [7] Non ci fu una riflessione puntuale sul problema della "colonizzazione del jazz" da parte dell'ideologia dominante. Questo provocò quel recupero del bebop da parte dello stesso sistema alle esigenze del mercato. Il bop, che era una rivoluzione musicale di artisti "antiborghesi", fu definitivamente inglobato e digerito dal sistema negli anni Cinquanta, che con intelligenza modificò la sua concezione del jazz, seguendone l'evoluzione. Il recupero di Parker e accoliti inizia dall'interpretazione romantica della loro opera e della loro vita, il sentimento di rivolta viene tramutato in senso del tragico, le asprezze musicali vengono interpretate come eccentricità da artisti e quindi assunte in uno schema di valutazione plausibile e accettabile dal sistema e da parte del pubblico borghese di idee più aperte. I boppers riuscirono a sovvertire l'immagine del Nero come inferiore, ma in mancanza di una rivoluzione di tipo ideologico ne fecero lo stereotipo dell'artista anticonformista sul modello europeo. Carles e Comolli vedono in questo un pericolo: la "trappola dell'eccentricità", che consente da parte dell'ideologia dominante un recupero del bop. "Artisti e intellettuali, sia nella veste di sfruttati sia in quella di agenti di disturbo, conservano il ruolo di negri nella società capitalista. Lo sfruttamento culturale ed economico del bop poteva così avere inizio". [8] L'intellettualismo, la pubblicità creata attorno alle diatribe dei critici sull'autenticità artistica del bop, la moda del vestire, insomma tutti gli aspetti più spettacolari vennero utilizzati per rendere digeribile il nuovo jazz. La caratteristica che accomunava i boppers, e nello stesso tempo li isolava da tutto quanto la musica afroamericana aveva espresso fino ad allora, era la "diversità". Questa si manifestava in due modi: da una parte ci furono gli atteggiamenti esteriori: i vestiti stravaganti, gli occhialoni scuri da sole portati anche nei locali come difesa della sfera intima, il basco e un gergo comprensibile solo agli adepti (e non dagli squares, i borghesi "quadrati", che non condividevano l'anticonformistica way of life dei boppers). Questo tipo di linguaggio era mutuato dal gergo dei tossicodipendenti ed aveva lo stesso significato di isolamento e protezione dal mondo esterno. I boppers erano una vera e propria setta e il loro linguaggio era un codice per iniziati; contribuiva a rafforzare l'isolamento: la stessa smania che hanno i musicisti di differenziarsi dalla massa li porta a cercare altrettanto intensamente l'uniformazione all'interno del gruppo. Attorno a loro si creò un vero e proprio seguito di ammiratori e imitatori, che li copiavano in tutto: dalle espressioni gergali all'abbigliamento. Erano definiti "hipsters" ed erano generalmente dei bianchi che rifiutavano i canoni di vita borghesi per gettarsi in questa vita bohémien.[9] Dai neri gli hipsters cercavano di assimilare la filosofia di vita: l'importanza del presente e del piacere immediato e totale. In breve, il nero era per questi "negri bianchi" –così erano chiamati, con una punta di disprezzo- l'ideale di non conformismo che essi cercavano di raggiungere. C'è però una differenza importante tra l'anticonformismo del musicista di colore e l'appassionato bianco, di ordine sociologico; la mette in rilievo il solito Leroi Jones. Per i bianchi, la fuoriuscita dagli schemi convenzionali è frutto di una
libera scelta, rimane sempre possibile il reinserimento sociale nel momento in cui
il giovane hipster decide di ritornare ai valori accettati. Non così per il nero,
che non ha questa possibilità di scelta. "Il solo fatto di essere negro in America
faceva di te un non conformista". [10]
Un anticonformismo secondo i canoni occidentali voluto e cosciente che faceva da
contraltare a quello non intenzionale, durato trecento anni e "determinato dal
colore della pelle". [11]
Il bebop contestava lo Swing, ma non era un movimento iconoclasta: era un superamento di forme ormai invecchiate e inadatte a esprimere il nuovo nero. Ma il nuovo nero poteva riconoscersi nel bebop? Il proletariato di colore si orientò verso una forma di jazz "primitivizzata" come la definisce il critico Arrigo Polillo, meno complessa e ritmicamente più regolare, adatta anche al ballo, come era stato in precedenza lo Swing: Il rhythm&blues. Quest'ultimo è un prodotto commerciale: è standardizzato, basato su effetti grossolani, il ritmo è fortemente scandito, naturalmente questo genere è rivolto solo alla comunità nera e viene - come il bebop - rifiutato dalla borghesia coloured. A questo punto si deve recuperare il concetto di isolamento. I boppers avevano ricercato l'isolamento dal mondo bianco e preso le distanze dai musicisti neri "zii Tom", che si adeguavano alle richieste del mondo dello spettacolo. Erano antiborghesi e andavano contro la rispettabilità e le convenzioni sociali. Certamente però non era loro intenzione allontanarsi anche dal proletariato urbano, il gruppo sociale da cui provenivano e di cui erano espressione. Molti dei grandi musicisti del Bop erano autodidatti e la loro istruzione musicale non era quella accademica: la chiesa e gli spettacoli popolari erano altri ingredienti essenziali per cui si può parlare di musicisti "community-taught" cioè istruiti dalla comunità di appartenenza. [12] Gli artisti e intellettuali legati al bop finirono invece per trovarsi isolati anche all'interno del mondo nero. Hobsbawm ritiene che con le loro creazioni artistiche fossero riusciti ad "innalzarsi molto al di sopra dei comuni lavoratori da cui avevano tratto le proprie origini", realizzando una parte delle loro aspirazioni. Questo però comportò un prezzo: "Si trovarono esclusi non soltanto dall'ambiente dei bianchi, ma anche dal ceto medio della gente di colore, rappresentato da un ristretto gruppo di impiegati e di professionisti che nascondevano la coscienza della propria impotenza dietro i deboli tentativi di costruire una debole caricatura della rispettabilità borghese dei bianchi" [13]. Questa acuta definizione di borghesia nera non pare comunque soddisfacente: spiega infatti il rifiuto da parte di questa delle sue migliori forme culturali per un eccesso di zelo nel tentativo di integrarsi in modo supino nella società bianca. Già ai tempi del successo del blues la borghesia aveva condannato questa forma musicale come primitiva e poi perchè ricordava troppo il periodo della schiavitù nelle piantagioni che si cercava di rimuovere dall'inconscio. La borghesia rimuove invece di recuperare le sue radici, perde ogni tipo di identità senza comunque avere la possibilità di far parte del mondo bianco, così facendo si condanna alla perpetua inferiorità all'interno della società americana. La posizione tra i boppers e la borghesia nera è inconciliabile ma Hobsbawm vede l'essenza anarchica e bohémien dei musicisti come una reazione al rifiuto e all'emarginazione che non piuttosto come una scelta. Leroi Jones afferma che nessun tipo di intesa era possibile tra la borghesia nera e il bop, ma non spiega invece l'allontanamento del proletariato. Anzi, in un passo successivo mostra chiaramente come lui ritenga lontana dal bop la sola borghesia, mentre il nuovo proletariato più cosciente e attivo riconosce prontamente il valore estetico della nuova arte. Gli aspetti interpretativi controversi emergono in questa tipologia di problematiche. Leroi Jones e Hobsbawm sono del parere di accordare al proletariato nero un certo ruolo di sostegno e impulso alla nuova esperienza artistica. Dino Fabiani invece parla decisamente di allontanamento del proletariato dei ghetti da questa musica a causa del suo incomprensibile intellettualismo. Arrigo Polillo assegna al proletariato la funzione di "deposito di talenti", di grande mare da cui emergono le figure del nuovo jazz. La massa dei giovani neri invece si sarebbe indirizzata verso il più commerciale rhythm&blues, che come abbiamo già visto era considerata una musica priva di un autentico valore artistico. Qui però le visioni si fanno stridenti: Polillo ragiona da critico puro e ignora alcune connessioni tra musica e società che farebbero giudicare forse in modo diverso il rapporto tra il proletariato nero e la sua musica. Il suo punto di vista mette al centro il jazz e il proletariato è visto in funzione della musica e non in un rapporto di interscambio. Leroi Jones, di cui Polillo riconosce i meriti come critico, appartiene al movimento nazionalista afroamericano degli anni Sessanta, e afferma una visione della musica popolare nera, (il soul e il rhythm&blues) meno legata al solo giudizio estetico, dunque meno negativa. Per Leroi Jones il rhythm&blues mantiene comunque alcune caratteristiche di musica non integrata nel sistema: è pur sempre un prodotto rivolto ai ceti oppressi, con una sua vitalità che si trasferisce poi al suo derivato "per bianchi": il rock ‘n' roll. Quest'ultimo conserva un certo "carattere ribelle": riflette bene le inquietudini degli adolescenti bianchi, come quelle di altre minoranze etniche, la portoricana ad esempio, tra i cui giovani è molto diffuso. Abbiamo visto il proletariato disorientato nei confronti del nuovo jazz avanguardistico, e lo stesso bebop segnò il divorzio anche tra la borghesia di colore e il jazz in generale; questa rinuncia significò una sconfitta culturale per la più importante delle arti nere. Il proletariato continuò ad esprimere i musicisti più importanti del jazz ma non fornì più il contesto sociale per lo sviluppo di un genere "nero", da questo momento il jazz è a tutti gli effetti una musica d'arte, e i musicisti che emergono sono espressione della individualità del singolo, anche quando questi porta avanti un discorso di protesta sociale in nome della collettività. La distanza, per motivi diversissimi tra loro, di proletariato e borghesia nera dal bebop, fa sì che i suoi attori si muovano in un contesto di "solitudine totale". Secondo Walter Mauro questo atteggiamento è pienamente consapevole e consiste nel recuperare quel senso di "collettività nell'isolamento che era stata la primordia condizione psicologica del negro sbarcato sulla Congo Square di New Orleans dalle navi degli schiavi. La musica afro-americana assume così caratteri di contemporaneità, più per esigenza di rinnovamento sociale che per un più arduo processo di reinvenzione musicale…". [14] Se è feconda l'idea di "collettività nell'isolamento", pare invece troppo ottimistica l'affermazione secondo la quale i boppers fossero giunti ad un rinnovamento spinti dalla loro condizione sociale; questa era il quadro di riferimento e aveva un numero di implicazioni nella vita del musicista nero che si sono messe in evidenza, ma il processo è comunque prima musicale che politico. Lo dimostrano le stesse biografie degli artisti, che non hanno mai mostrato nelle loro parole di assumersi un impegno oltre a quello musicale. Lo stesso Dizzy Gillespie fece abbastanza presto delle tournées per il Dipartimento di Stato, prima di altri artisti bollati di "Ziotommismo" come Louis Armstrong (New Orleans, 4 ago 1901 – 6 lug 1971). La musica non ha più una sua "funzione" come poteva essere lo Swing, adatto al ballo, eccetto quella "emotiva ed estetica", quella che interessava i giovani intellettuali bianchi e quei giovani neri che riuscivano a rimanere estranei alla cultura di massa americana. [1] Allen Ginsberg, "Diario beat", introduzione di Barbara
Lanati, Roma: Newton Compton, 1979, p.224. © 2007 Jazzitalia.net - Franco Bergoglio - Tutti i diritti riservati
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