Jazzitalia - Articoli: Speak Jazz! Parla Jazz...di Paolo Mannelli
versione italiana english version
 
NEWS
Bookmark and Share Jazzitalia Facebook Page Jazzitalia Twitter Page Feed RSS by Jazzitalia - Comunicati Feed RSS by Jazzitalia - Agenda delle novit�
INDICE

Speak Jazz!
di Paolo Mannelli


"Jazz". Che nome! Nessuno sa chi l'ha coniato. Sono state fatte molte congetture al riguardo, che però non hanno mai portato ad alcun risultato certo. Molti, ma purtroppo non tutti, sanno a quale tipo di musica ci si riferisce quando si parla di jazz. Il termine rimane comunque indicativo per il genere che rappresenta, anche se talvolta vengono spacciati per concerti jazz, esibizioni che con il jazz non hanno niente a che vedere!

E
quindi, jazz, questo oggetto misterioso, che cosa è? Improvvisazione? Adozione di scale inconsuete? Valorizzazione ritmica dei tempi deboli? Esecuzione effettuata da particolari formazioni strumentali? Armonizzazioni originali? Etc.etc. Nessuna di queste ipotesi a mio avviso è quella che possa individuare questo genere musicale. Fatto sta che ciascuno degli elementi summenzionati può esserne parte integrante, ma senz'altro non caratterizzante di questo stile. Infatti, si può improvvisare senza fare del jazz. Dicesi che circa 400 anni fa il sig. Bach improvvisava, sì, ma probabilmente non faceva jazz!

E' sufficiente suonare una scala blues o una superlocria per fare del jazz? Non credo, perchè, se così fosse, allora forse Camille Saint-Saens con le sue innovative scale octofoniche sarebbe stato uno dei primi jazzisti!

La valorizzazione dei tempi deboli della misura potrebbe essere una caratteristica fondamentale. Sì certamente, ma non è sufficiente, anche se può essere ritenuta uno dei fattori più importanti.
L'adozione di armonizzazioni originali, magari effettuate attraverso la sostituzione di accordi, è determinante per catalogare se l'esecuzione di un pezzo può essere definita jazz o no?  I grandi della musica colta hanno creato delle bellissime progressioni armoniche da cui anche la musica jazz ha attinto e si può dire altrettanto! Ma essi non hanno fatto jazz.

Con il sax o la tromba si può fare del jazz, invece con il violino no o viceversa? Certamente gli strumenti a fiato sono i più portati verso questo genere musicale. Infatti le prime jazz-bands erano marching bands che contenevano per lo più solo strumenti a fiato. Ciò non significa che con il violino non si possa fare jazz.

I glissati, le timbriche, il growl, le inflessioni del suono possono essere catalogati per definire se una esecuzione è jazz oppure no? Credo proprio che nessuna di queste ipotesi possa da sola avere i requisiti per una eventuale classificazione di questa musica meravigliosa, che si chiama jazz.

"O sole mio" può essere considerato un brano jazz? Può darsi anche di sì! E "Joy spring" può essere considerato un brano jazz? Può darsi anche di no!

Molti si scandalizzeranno per queste affermazioni! Ma tutto dipende da come e non da cosa si suona!!! La forma, il modo con cui si suona, non il contenuto, è determinante per classificare se un pezzo può essere considerato jazz oppure no.

Ma allora che cosa è il jazz? Speak jazz. Parla jazz......!

Chiedo: "dire è diverso da parlare?" Penso proprio di sì, altrimenti si adopererebbe lo stesso verbo! Il "dire" riguarda il concetto, la riflessione, la mente. Il "parlare" riguarda il sentimento, l'immediatezza, il cuore. La stessa cosa può essere espressa in molti modi diversi. La stessa parola può produrre sensazioni diverse, dipendendo ciò dal modo ossia dallo spirito con cui si esteriorizza qui e ora ciò che abbiamo dentro. La stessa nota può produrre sensazioni molto diverse nell'ascoltatore: dipende tutto da come l'esecutore si esprime. Egli può aver da dire molto, ma la sua tecnica strumentale può non permetterglielo. Può darsi invece che egli abbia da dire poco ed al contrario la sua tecnica evoluta possa impedirglielo. Quindi la soluzione a questo problema sta nell'equilibrio fra quello che abbiamo da trasmettere ed i mezzi con cui lo trasmettiamo. La musica esprime sensazioni, impressioni, stati di animo e non pensieri, idee o concetti. La musica cosiddetta a programma può darsi che dica, ma certamente non parla. Lo strumento è e deve rimanere uno strumento, non un fine. E' uno strumento, un mezzo, come dice il termine, che serve e deve servire solo a trasmettere quello che sentiamo in quel momento. La tecnica strumentale deve essere proporzionata a ciò che il musicista ha da comunicare e quindi le dita non devono andare più veloci o più lente rispetto a ciò che egli vuole esprimere. In questo senso la musica è maestra di vita specialmente al giorno d'oggi (in cui tutti vogliono arrivare primi), proprio per il motivo che insegna ad andare a tempo insieme agli altri e non prima o dopo gli altri. E quindi si torna per forza alla vecchia dicotomia di forma e contenuto. Ma suonare jazz per me significa attribuire una maggiore importanza alla forma piuttosto che al contenuto. E' la forma, il "come", ossia il modo di parlare musicalmente, che caratterizza questo stile, indipendentemente dal contenuto, che, anche se povero, potrà pur sempre essere classificato jazz. La musica è la lingua ufficiale. Jazz è un dialetto musicale. Se il contenuto sarà molto evoluto, ma non espresso in forma corretta, potrà essere considerato una ottima esecuzione da non poter però essere classificata jazz. Se poi questi due aspetti saranno espressi con equilibrio, si potrà ottenere il massimo risultato. Ecco quindi il corretto rapporto tra forma e contenuto!

E allora parliamo jazz. Il periodo d'oro nella storia del jazz è stato il be-bop. Inutile dirlo: Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Miles Davis, Bud Powell, Curley Russell, Max Roach etc. etc., per citarne solo alcuni, seguiti successivamente dai vari Clifford Brown, "Cannonball" Adderley, Sonny Rollins, Ray Brown, Dexter Gordon etc.etc. che hanno continuato a parlare questo dialetto, che purtroppo ormai al giorno d'oggi si sta perdendo.

Ma perchè il be-bop viene universalmente riconosciuto come il periodo d'oro del jazz? Per il semplice motivo che in questo stile le frasi venivano dizionate, ossia pronunciate in modo tale da evidenziare certe note e sottintenderne certe altre, creando così quel particolare dialetto musicale, che a buona ragione è ritenuto il più rappresentativo del jazz. Si parla di Parker e di Gillespie, che andavano per strada cantando in "scat" i motivi che avevano in testa per riprodurre poi questo modo di esprimersi sullo strumento. Ed allora tentiamo di fare una analisi di come si possa cantare correttamente "scat".

Tutti sappiamo benissimo che le vocali sono cinque: "a" "e" "i" "o" "u" e che si alternano alle consonanti nella formazione dei termini linguistici. Il canto "scat" non necessita di termini linguistici consolidati perchè non ha da esprimere significati, bensì solo sensazioni, quindi, sensitivamente adopera solo alcune delle cinque vocali e solo alcune delle consonanti. Parte dalla "a", salta la "e", usa la "i", salta la "o" ed usa la "u". Per quanto riguarda le consonanti lo "scat" adopera quelle che terminano nella pronuncia per "i", ossia (b, c, d, g, p, t). Però, in conformità con lo spirito dell'anima nera, normalmente vengono adoperate le consonanti più dolci e delicate tipo la "b" e la "d". La "p", un poco più raramente usata, viene adoperata per lo più nel caso di note accentuate, oppure all'inizio della frase. E così, come nelle vocali, anche nelle consonanti vale il principio taoista "once yes once no" = "una volta sì, una volta no". Una vocale sì e una no, una consonante sì e una no. Delle vocali ne abbiamo parlato. Riguardo alle consonanti vale lo stesso principio. Quindi si parte dalla "b", si salta la "c", si usa la "d", si salta la "g", per terminare con la "p". Evidentemente quindi il risultato è la sola adozione delle consonanti "b" "d" "p".

Ricapitolando, le lettere dell'alfabeto, comprese le consonanti e le vocali normalmente usate, sono la "b", la "d", la "p", la "a", la "i", la "u". Ciò non esclude che qualcuno adoperi o in passato abbia adoperato altre vocali o consonanti, ma, anche se ciò può essere vero, normalmente l'adozione delle lettere più comunemente usata è quella sopracitata.

E allora andiamo ad analizzare secondo quali regole vengono mischiate queste vocali e queste consonanti al fine di pronunciare le frasi musicali in linguaggio jazzistico. Solo così, credo, che si possa parlare di linguaggio, dipendendo ciò dal modo con cui si pronunciano le frasi e non dal loro contenuto strettamente musicale. Dunque la cosa non è così facile ad essere chiarita, e forse non si chiarirà mai, nel senso che ognuno poi alla fine possiede il suo modo personale di pronunciare le frasi e non intende parlare il dialetto musicale che gli possa essere proposto da qualcun altro a meno che non l'abbia acquisito attraverso ore ed ore di ascolto. Infatti io sto solo tentando di riferire la mia esperienza, che può benissimo non essere condivisa, ma che però può essere utile a chi è interessato verso queste problematiche.

La vocale più comunemente usata è la "a". Le frasi, normalmente, ma non sempre (come cercherò di spiegare successivamente) iniziano, partendo dal grave, da "da", cui viene alternato "bu". A volte al posto del "da" viene adoperato, ma solo all'inizio "sha" o "pa". "Pa", come precedentemente espresso, viene usato anche successivamente, quando si tratta di accentuare certe note.
Ma la cosa più interessante nella pronuncia jazzistica è l'adozione del "bu". E che cosa è il "bu"??? Il "bu" è rappresentato dalle "mezze note", le cosiddette "half-tones", ossia da quelle note, eseguite a metà volume rispetto alle altre, che si sentono e non si sentono nello stesso tempo, ma si intuiscono. Queste "mezze note", alternate a quelle espresse normalmente, generano una specie di poliritmia che è proprio quella che caratterizza la musica jazz. Le tecniche per produrre le "mezze note" si differenziano da strumento a strumento. Personalmente, da saxofonista, posso riferire il modo con cui produco queste "half tones". Il sistema è quello di attaccare la prima nota con "da", ossia con un colpo di lingua non secco. La seconda nota, per essere sottintesa, deve essere prodotta appoggiando la lingua solo sotto la metà dell'ancia. In questo modo il suono della seconda nota risulta essere più afono rispetto a quello della prima. "Da""bu". Chiaramente al "bu" deve seguire un altro "da" per la legge che regola il mondo, ossia quella dell'alternanza. Si prospetta così una forma di risparmio, nel senso che il primo "da" è eseguito con il colpo di lingua. Il "bu" viene eseguito appoggiando la lingua a metà ancia, mentre il secondo "da" viene prodotto staccando la lingua dall'ancia. In questo modo vengono eseguite tre note con due soli colpi di lingua.

Ora evidentemente non si possono pronunciare tutte le frasi solo con il "da" e il "bu" ad esclusivo vantaggio della monotonia. Ecco quindi l'introduzione della "i". Infatti la "i" viene normalmente usata al culmine della frase o del frammento di frase. Prendiamo ad esempio (partendo dal grave verso l'acuto) una frase costruita sugli accordi di Re-7 e Sol7, ossia Re Fa La Do La La# Si. Secondo quanto espresso in precedenza la pronuncia in proposito sarà: "Da bu da bi a bu di". Infatti si parte con "da"(Re), cui segue la mezza nota "bu"(Fa) e quindi ancora "da"(La), per poi usare "bi" sulla nota Do che risulta essere culmine del frammento di frase, per poi scendere ad "a" sul La e quindi salire a "bu" sul La# per terminare poi in "di" sulla nota Si, dove si trova l'accordo di Sol7. La "a" sostituisce il "da" perchè è legata a "bi", ossia in frasi discendenti la nota più acuta viene espressa con "bi", cui segue solamente "a", se la nota è legata, e "da", se la nota non è legata.

Evidentemente la spiegazione teorica di un fatto istintivo risulta essere molto contorta e distante dallo spirito del fatto. Per chi legge sarebbe molto più facile ascoltare senza troppo analizzare, ma purtroppo l'ascolto normalmente è rivolto di più verso i contenuti musicali che non verso i modi di espressione. Quindi, a parte queste mie precedenti considerazioni, il mio invito a chi legge è di rivolgersi verso l'ascolto, affinchè tramite di esso venga colto lo spirito di chi suona mentre l'esecutore sta parlando jazz.

Spero che questo articolo sia accessibile ai più nella comprensione di ciò che ho tentato di esprimere e non sia snobbato perchè espresso con parole povere. D'altro canto non vedo come queste problematiche potrebbero essere espresse con un linguaggio più aulico. Personalmente ho cercato nel mio piccolo di trasmettere la mia esperienza. Se non ci sono riuscito, invito chi non ha captato il messaggio ad aprire di più le sue orecchie verso l'aspetto formale della musica jazz. Solo in questo modo si potrà dialogare con l'anima più profonda di questo dialetto musicale ed apprendere questo linguaggio istintivamente dal vivo così come fanno i bambini in famiglia prima di andare a scuola!





Le altre lezioni:
26/02/2015

LEZIONI (Trascrizioni): Out of Nowhere - Charlie Parker. Seduta del 4 novembre 1947 insieme a Miles Davis, Max Roach, Duke Jordan e Tommy Potter (Paolo Mannelli)

08/04/2007

LEZIONI (Trascrizioni): "In Your Own Sweet Way" solo di Phil Woods (Paolo Mannelli)







Inserisci un commento

© 2009 Jazzitalia.net - Paolo Mannelli - Tutti i diritti riservati

© 2000 - 2017 Tutto il materiale pubblicato su Jazzitalia è di esclusiva proprietà dell'autore ed è coperto da Copyright internazionale, pertanto non è consentito alcun utilizzo che non sia preventivamente concordato con chi ne detiene i diritti.

Questa pagina è stata visitata 5.786 volte
Data pubblicazione: 13/04/2009

Bookmark and Share



Home |  Articoli |  Comunicati |  Io C'ero |  Recensioni |  Eventi |  Lezioni |  Gallery |  Annunci
Artisti |  Saranno Famosi |  Newsletter |  Forum |  Cerca |  Links | Sondaggio |  Cont@tti